Via Cesare Battisti: Annamaria e il Professore

Maria letizia Casciani

Un nuovo appuntamento con Le case della VIta, per i Racconti del Giovedì.

La prima volta in cui li incontrai avrò avuto più o meno dieci anni.

Ricordo che era estate e che mio padre ci aveva caricati tutti in macchina, perché sarebbe dovuto andare a prendere delle misure per alcuni lavori da fare nella loro casa.

Il babbo ha fatto il falegname per tutta la vita ed ha avuto sempre a che fare sia con i clienti abituali, del paese, sia con i forestieri che, proprio in quegli anni, cominciavano ad acquistare vecchi casali in campagna per rimetterli a posto. In quel momento lui avrà avuto una quarantina d’anni. Adesso ne ha quasi novanta.

Quel giorno prendemmo la strada che portava a Monte Segnale, la “montagna” più alta del paese, dalla quale si poteva ammirare il lago senza avere alcun ostacolo davanti. Ancora oggi, una delle migliori visuali del mio lago.

Di quel breve viaggio ricordo soprattutto la curiosità che avevo per quell’evento un po’ strano: raramente il babbo, che lavorava per lo più nella sua bottega, ci portava con sé dai clienti.

Arrivammo in quel podere, che a me parve immenso ed ebbi l’impressione di un castello, di una casa molto signorile.

Ci venne incontro un uomo dai capelli rossi, che in parte cominciavano già ad imbiancarsi.

Vicino a lui c’era una donna dagli occhi azzurri, con i capelli bianchi raccolti in uno chignon. Tutti e due avevano un bel sorriso.

L’uomo era vestito semplicemente, con una strana giacca azzurra, che a me sembrò quella di un militare (solo dopo anni scoprii che era una giacca cinese, identica a quella che, in quello stesso periodo, milioni di cinesi indossavano quotidianamente) ed aveva una adorabile erre moscia. Lei indossava dei jeans.

Non sapevo chi fossero, ma mi parvero subito molto simpatici.

Da quel momento in poi, furono il Professore e Annamaria, i nomi che sentii utilizzare dal babbo e dalla mamma.

Tra loro e tutta la nostra famiglia nacque una grande simpatia e dopo poco tempo anche un profondo affetto.

A partire da quell’estate i due fecero parte in modo stabile del nostro orizzonte e sono restati lì fino a quando hanno vissuto. Dal momento che non possedevano un televisore – che strana cosa! – ogni tanto ci facevano visita, specie per vedere le puntate dell’Eneide, che a loro due piaceva moltissimo.

A quei tempi ero una bambina curiosa ed esuberante, sempre pronta a fare domande su tutto. Portavo i capelli raccolti in trecce, avevo la pelle olivastra, i miei denti, appena ricresciuti dopo la perdita di quelli da latte, erano grossi e un po’ sporgenti.

Mia sorella mi prendeva spesso in giro, perché, secondo lei, somigliavo ad un castoro.

Non pensavo, però di avere fattezze simili a quelle delle bambine sudamericane e mi meravigliai moltissimo quando il Professore e Annamaria mi diedero un soprannome: “l’India”.

Di ritorno da uno dei loro viaggi in giro per il mondo (perché erano continuamente in giro per il mondo a tenere conferenze) mi portarono un bel poncho bianco e turchese da una delle terre del Sudamerica. Ero gelosissima di quel regalo, tanto esotico, per il mio stile di vita di allora. Chi aveva mai visto una cosa simile?

Mario (così si chiamava il Professore) ed Annamaria avevano sempre una risposta per le mie tante domande.

Mi insegnarono molte cose: la differenza tra i verbi “imparare” ed “insegnare”, che io spesso utilizzavo senza fare molto caso alla loro profonda diversità.

Mi affascinavano, quando parlavano, con una semplicità disarmante, delle tante cose che conoscevano. Non mi stancavo mai di ascoltare i fatti che raccontavano con passione. Erano anche fortemente impegnati nella politica.

In casa ebbi modo di sentirli definire “comunisti”, con un’aria di cospirazione che, lì per lì, mi parve molto strana: infatti non capii nulla e nemmeno mi importava.

Con loro, però, mi avviavo a prendere contatto per la prima volta in vita mia con la parola “cultura”. Ogni volta che venivano a trovarci, per me era una festa. Ponevo loro continuamente domande su domande.

Mia madre, che aveva molto a cuore il fatto che i suoi figli si comportassero nel modo giusto quando fossero stati insieme agli adulti, cercava di evitare che noi bambini fossimo troppo invadenti.

Se necessario interveniva con sonori pizzicotti o con sguardi minacciosi non appena qualcuno di noi provasse a valicare il limite da lei stabilito.

Nonostante ciò, per noi bambini era sempre una festa, quando il Professore e Annamaria passavano a casa nostra, o se avevamo l’occasione di andare su da loro, al podere.

Li trovavamo spesso intenti a fare i lavori di campagna. La cosa mi sembrò un po’ strana, perché sapevo due cose: Mario e Annamaria erano piuttosto ricchi e in paese, quando qualche contadino metteva insieme un po’ di soldi, per prima cosa lasciava la campagna e dimenticava il lavoro svolto fino a qualche tempo prima.

“Che tipi strani! – pensavo – sono ricchi e zappano e vangano come il nonno, che ha sempre le scarpe sporche e non è per niente affascinante!”

Ogni volta che il Professore passava a trovarci, dunque, ero presa da una specie di euforia, perché sapevo bene che quasi sempre c’erano regali in arrivo: quei due ci viziavano in modo terribile!

Niente cose costose – allora non si usava-  arrivavano libri!

Per me, erano proprio questi i regali importanti!

In quegli anni passavo gran parte del mio tempo a leggere: a dieci anni io ero già una lettrice semi-professionista. Libri di scuola, Topolino, l’enciclopedia Conoscere.

Quando, poi, cominciarono ad arrivare dei libri veri e in abbondanza, fu una festa, una goduria. Veri libri, grandi scrittori.

Rodari, innanzi tutto. Quei meravigliosi testi illustrati, contenevano favole e poesie che mi facevano morire dal ridere.

Poi, libri sulla Resistenza, con storie romanzate che mi hanno emozionato e reso triste, facendomi conoscere per la prima volta la realtà del fascismo e dell’antifascismo.

Tra tutti, però, il mio libro preferito parlava di un mondo che io conoscevo appena: la mitologia.

Si intitolava “Storie di  bambini molto antichi” e l’ho letteralmente consumato. Di ognuna delle divinità raccontava la storia, le avventure.

Su Conoscere c’era, sì, una bella pagina con l’Olimpo degli dei e le immagini delle divinità classiche, i nomi greci e quelli romani, sapevo già che Afrodite per qualche motivo si chiamava anche Venere, che Marte aveva anche il nome Ares, ma niente di più.

Quel libro, invece, spiegava tutto e io lo adoravo.

La mitologia mi affascinò: leggevo e rileggevo quelle vicende, con le fatiche di Ercole, la storia di Ermes ed Apollo.

A vederlo oggi, mentre gode il riposo del giusto nella libreria, quel libro è letteralmente consumato, come la gran parte di quelli che ho amato molto nella mia vita. Tutte queste letture, fatte grazie ai regali di Annamaria e di Mario, hanno contribuito a formare quella che sono ancora oggi.

In quel periodo mi esprimevo prevalentemente in dialetto. L’italiano era riservato ai compiti. In casa si parlava in dialetto, come quasi tutti, in paese.

Non avevo ancora assimilato il fatto i verbi che coniugavo, facendo i compiti assegnati dalla maestra Maria, si potessero usare anche nella vita di tutti i giorni.

Annamaria e Mario  mi fecero scoprire l’importanza che aveva il fatto di esprimersi  correttamente.

Mi fecero capire che si trattava di un passaggio essenziale per farsi capire dagli altri, anche fuori dal paese.

Scoprii a mie spese la difficoltà dell’uso del congiuntivo, del condizionale, ma in qualche modo – confrontandomi con loro – intravedevo che esisteva un mondo dove le persone parlavano di argomenti importanti, usando i verbi e le parole, le espressioni, sempre nel modo giusto.

Quel mondo sarebbe stato anche il mio: di questo ero sicura.

Mario e Annamaria furono i miei Pigmalioni, mi spinsero verso un’emancipazione, culturale, sociale, personale, che a quei tempi non era poi così scontata.

Scoprii solo molto più tardi che Mario era uno dei più grandi esperti di Pedagogia in Italia, che si chiamava Mario Alighiero Manacorda e che insegnava Storia della Pedagogia all’Università ed era uno specialista degli studi su Gramsci. Tutte cose che una bambina non poteva ancora capire.

Per me era solo e fu sempre il Professore.

Leggi qui la puntata precedente 

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