Un etto di zucchero

Chiara Mezzetti

Sono gesti, sono pensieri, sono parole che sanno di rabbia e dolore: Chiara Mezzetti lascia parlare il cuore, e arriva in fondo all’anima. Buona lettura 

Un etto di zucchero. Una ciotola strapiena di zucchero raffinato marca Zefiro. E io la torta non la so nemmeno fare. Me l’ha dato l’Ammiraglio. Stamattina.

Il soffitto bianco, immacolato, lontano. Ho allungato la mano sul materasso ruvido. Era freddo, come se non c’avesse mai dormito nessuno, come se ormai non fosse rimasto niente, nemmeno il concetto di te, a stiepidirlo. E allora ho pensato «Faccio una torta. Sì, prendo la cioccolata e le uova e la farina e faccio una bella torta. Alla faccia tua che non ci sei e non te la puoi mangiare. Beccati la roba confezionata di quella, senza olio di palma, senza olio di gomito».

Ho bussato alla porta dell’Ammiraglio. Mi ha dato il buongiorno e un etto di zucchero.

«Mi prenoto per una fetta, ho il diritto di prelazione visto che ho messo una quota»

«Ma certo! Non c’è neanche da chiederlo»

Lecco l’indice. Lo infilo nella ciotola. La saliva appiccica i granelli al polpastrello.

Se solo tu fossi una briciola di zucchero. Un microscopico cristallo da attaccare alle dita, da assaggiare con la lingua, da pulirsi la bocca e buttarlo via. E poi andare avanti e tirar su un migliaio di granelli con l’indice e leccare ancora e pulirsi e via. Io non sarei qui a mangiare con le mani e a farmi venire una carie. E a inventarmi una torta per riempire. Riempire la casa, il cuore, lo stomaco, il materasso, la ciotola.

Metto gli ingredienti sul tavolo. Un po’ più a destra, un po’ più di lato, ci vuole simmetria. Spargo a pizzichi la farina, infilo il grembiule “Se cucini tu ti amo di più”. Vaffanculo.

Autoscatto-3 secondi. Orecchie da gatto-orecchie da cane-orecchie da coniglio…

Orecchie da gatto.

“Cooking with love”…”Cake in progress”….

meglio “Cake in progress” e cuoricino che batte.

Aggiungi la tua storia. Fatto.

La mia storia di oggi è questa. Sono un gatto che cucina una torta con amore per qualcuno. Visualizzami. Guardami mentre vivo la mia vita e non mi interessa di te. E ti prego torna. Faccio la torta per davvero, se torni. O magari la compro nella pasticceria buona che ti piace. O alla fine sono un disastro come sempre e mi dimentico di prenotarla e ti prendo la Romantica al reparto surgelati del supermercato. Due candele di colori diversi dal cinese sotto casa e la torta-gelato. Ti aspetta questo.

Fai bene, non tornare. Lei non è il tipo da candeline con i numeri, vero? Non se la sbriga così. Lei le conta una per una e compra tre pacchi da dieci anche se ne compi ventisette, solo per averle tutte. E allora spolmonati. Fatti prendere un attacco d’asma per soffiarla una per una, che ti ci vuole la pompa del materassino per esprimere il desiderio.

Apro la credenza. Metto a posto la farina.

Lei non si riduce all’ultimo, non mette le dita nella ciotola di tutti. Solo nella mia.

Lei è precisa puntuale e mette la tuta per andare in palestra e basta. E mi fa incazzare che lei sia così, che non finga, che me la immagino girare per casa con le pattine e il pigiama abbinato, il completo sotto e sopra. È proprio tipo da completo. Una che dice «voglio aspettarti. La nostra storia non può cominciare così, prima chiarisciti con lei». Una che ti leva pure il gusto di chiamarla puttana.

Passo lo straccio sul tavolo.

Secondo me non è neanche gelosa. Perché lei crede nel vostro rapporto, è razionale e saggia, intelligente, brillante e porta la 40. Fra un po’ me ne innamoro pure io. Che ci vuoi fare con me, che ho pranzato col gelato per tutto luglio perché i fornelli mi facevano caldo.

Che ci devi fare con me che ti amo.

Anche lei ti ama, lo so. Ma io ti amo diverso.

Io ti amo che faccio ridere. Che l’Ammiraglio stamattina m’avrà preso per una pazza. Tante ne ha viste nella sua carriera, ma io che faccio una torta, roba da non crederci. Ti amo che sono ridicola. Che piango e mangio lo zucchero e mi viene il mal di pancia. Che mi cala il moccio al naso e lo pulisco con la manica del pigiama spaiato. Che mi ricordo solo i momenti stupidi, insignificanti.

Che mi arrabbio quando non riesco a focalizzare bene la tua faccia, e mi appare a contorni, linee confuse. Allora corro a guardare una tua foto. E accarezzo il materasso per scaldarlo un po’.

Che ci devi fare con me, che m’hai tolto pure un motivo per incazzarmi. Che non hai messo scuse, mi hai guardato negli occhi e mi hai detto basta. Limpido, un’acquetta fresca di sorgente. Un cavaliere senza macchia. E mi hai preso per mano e mi hai accompagnato. Uno spiffero di vento ha spento la candelina, e mentre mi parlavi l’ultimo filo di fumo volava via, e rimaneva solo puzza di bruciato e plastica. Non è colpa tua, è stato il vento.

«Mi prenoto per una fetta, ho il diritto di prelazione visto che ho messo una quota»

Ammiraglio, ma che ci fai tu su questa terraferma tutta confini e burroni. Ma che ci sei tornato a fare, qui. Perché non te ne sei rimasto al centro esatto dell’oceano. Lì magari t’avrei raggiunto a nuoto. E ci saremmo innamorati e avremmo mangiato il pescespada, mica la torta. E lì, fuori da tutto avremmo avuto gli stessi anni e lo stesso cuore. E m’ avresti detto «mi prenoto per un bacio, ho il diritto di prelazione visto che ho messo il sentimento».

Questa però è la terraferma.

Devo andare al supermercato. Reparto surgelati.

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