Tuscia in pillole. Viterbesi di riguardo

di Vincenzo Ceniti*

Il professor Sandro Vismara
Il professor Sandro Vismara

ZENO       

“I nostri genitori non ci facevano uscire la sera, ma per andare a provare con la Camerata Polifonica facevano un’eccezione. Per noi era un arricchimento e una scappatoia provvidenziale”. Confidenze postume di una signora che intorno alla metà degli anni Sessanta era poco più che adolescente e soprano nel coro creato da Zerno Scipioni (1926-2011), originario di Ischia di Castro (terra di preti e dei Farnese) ma viterbese di adozione. In effetti il complesso istituito  per  riproporre  il repertorio della polifonia sacra e profana,  godeva di prestigio e di affidabilità. Non solo canto, ma anche attività sociali e culturali e soprattutto assiduo studio di spartiti che Zeno (come tutti lo chiamavano confidenzialmente) ricercava, rispolverava dagli archivi, adattava, interpretava ed eseguiva con rigore inappuntabile.

Una persona amabile e innamorata della musica, di solide origini paesane, tra l’altro compositore di straordinaria sensibilità, molto apprezzato non solo in Italia, cui si riconosce il merito di aver orientato le vicende musicali della Viterbo del dopoguerra e di aver indirizzato alla musica uno stuolo incredibile di giovani, per farli partecipi  di nuovi modelli di vita basati sullo studio, la ricerca, l’intonazione, il sacrificio, la condivisione di valori, promettendo loro solo la possibile gratificazione di un pubblico plaudente.  Non ha mai alzato la voce, lungi dal fare immeritati incoraggiamenti, imbarazzato di fronte agli applausi, essenziale e ironico in ogni circostanza.

La sua più gratificante esibizione è stata al Festival di Spoleto nel 1996 quando tenne un concerto ripreso e trasmesso dalla Rai TV all’interno dell’”Ora mistica”.

IL PROFESSORE

“Presto e possibilmente bene”: parola d’ordine  di Sandro Vismara (Viterbo 1919-1987), il “professore” per antonomasia, decano di un  giornalismo d’antan, fatto di cuore, veline e carta stampata, di cui è stato campione ed eroe.  Ha dedicato una vita al Messaggero, prima come corrispondente, poi come responsabile di redazione (curava anche i rapporti con la Rai regionale e l’Ansa). Ma subito aggiungeva, parafrasando una massima di  Mario Missiroli, “prima di licenziare un articolo togli dieci righe”. Docente di lettere all’Istituto Magistrale Santa Rosa di Viterbo (anche vice preside), ha educato e orientato alla vita centinaia di studenti. In classe faceva leggere i giornali ai ragazzi, li commentava con loro, organizzava processi storici con tanto di accusa e di difesa e dispensava consigli di educazione civica L’amore per Viterbo lo portava a prendere dure posizioni quando vedeva abitanti e negozianti poco accoglienti nei confronti dei forestieri. Ai ristoratori sollecitava l’esposizione dei menu coi prezzi sulla porta del locale. Al Comune raccomandava più decoro e pulizia nelle strade. Se giungeva a Viterbo un ospite illustre (penso a  Hailé Selassiè, Aldo Moro e Giovanni Paolo II), era in prima linea e utilizzava le pagine locali e nazionali come veicolo promozionale per la Tuscia Viterbese. E’ stato tra i primi a intervistare alla fine degli anni Cinquanta il re archeologo Gustavo VI Adolfo di Svezia sotto il sole a picco nelle campagne di San Giovenale.  Questo attaccamento alle radici lo porterà nel 1973 ad immaginare insieme al presidente dell’Ept di allora Italo Arieti e al sottoscritto la rivista “Tuscia”, a quel tempo unico e prezioso veicolo di propaganda turistica distribuita in tutta Italia, e a riunire alcuni anni dopo i suoi scritti divulgativi in un libro dal titolo “Cara Viterbo – Aspetti, avvenimenti e personaggi della Tuscia dal 1945 al 1985” (Union  Printing due edizioni) che oggi è un documento di eccezionale valore per la storia della nostra terra. Il suo modo di fare, facilitato anche da una menomazione fisica che paradossalmente lo rendeva  meno vulnerabile, la voce bassa e contenuta (mai un grido), la sua innata disponibilità al dialogo senza preclusioni di parte, lo portavano in quei periodi segnati da steccati ideologici ad assumere il ruolo di amico e confidente tra le varie fazioni politiche. Al telefono anziché rispondere “pronto” diceva “Vismara”, come a legittimare il suo  stile di vita, asciutto e sintetico. Nei consigli comunale e provinciale era amico di tutti e tutti gli si rivolgevano a lui con rispetto.  “Abbiamo perduto  un campione di  virtù civiche” dirà  il Vescovo Luigi Boccadoro nell’omelia funebre a Santa Maria della Verità affollata di parenti, autorità, amici e conoscenti. Anche un eroe se pensiamo al suo fisico fragile e indifeso con cui però ha lottato e vinto.

STETOSCOPIO E FORNELLI

Italo Arieti (1934-2017) aiutava i bambini a crescere in salute e le mamme a cucinare sano. La sua attività di pediatra non gli impediva di coltivare l’amore per la cucina tradizionale viterbese, forte delle esperienze e delle ricette tramandatagli dalla madre. Riunì in un libro storico “Tuscia a tavola” circa 400 ricette  indicandone le origini popolaresche dei paesi e delle campagne della viterbesi.  Sua l’idea  nel 1975 del concorso gastronomico “Il lansagnolo d’oro” (giuria presieduta da Luigi Carnacina) tra alcuni ristoranti e trattorie del Viterbese che vide  affermarsi tra i primi piatti i “Tonnarelli” alla Checcarello di Bagnaia e come pietanza  l’”Anguilla in umido” del lago di Bolsena preparata dal ristorante il Faro di Montefiascone. Alla presidenza dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (dal 1973 al 7979) si fece promotore di varie iniziative come la rivista Tuscia, il Centro di Studi sul Teatro Medioevale e Rinascimentale, il Festival Barocco,.la prima Conferenza provinciale del Turismo, la pubblicazione di numerosi libri di letteratura turistica (con la De Agostini soprattutto), l’apertura di un ufficio informazioni sull’autostrada del Sole e il “Trenino della Tuscia”. E’ stato console di Viterbo del Touring Club Italiano e presidente della sezione provinciale della Accademia Italia della Cucina. Mise mano alla stesura di una enciclopedia  della cucina italiana che  non poté portare a compimento. Per lui un buon piatto era alla pari di un monumento.

Il dr. Italo Arieti tra Vincenzo Ceniti e Osvaldo Bevilacqua
Il dr. Italo Arieti tra Vincenzo Ceniti e Osvaldo Bevilacqua

 

 

L’autore*

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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