Pagine con le orecchie. E tu…di che libro sei?

di Chiara Mezzetti

Lo ammetto: faccio le orecchie ai libri per tenere il segno. Li sottolineo con colori e tratti diversi, li tatuo con annotazioni a margine più o meno necessarie, li sfoglio più del dovuto. Può sembrare aberrante, ma lasciatemi spiegare.
Quando un libro mi appassiona me lo porto ovunque, anche al bagno mentre mi lavo i denti con una mano e con l’altra lo tengo in equilibrio precario. Anche quando so che non avrò il tempo di leggerlo. Perché il libro è un amico, che ha una propria storia dentro di sé certo, ma che ne costruisce una nuova quando viene a contatto con l’altro, con un interprete, un giudice, un compagno, come solo un lettore sa essere per un libro. Come solo un libro sa essere per un lettore.
Un libro si lascia attraversare dai nostri pensieri e dalle nostre mani, e come noi alla fine ci sentiamo cambiati, arricchiti o impoveriti, ma comunque diversi, anche lui si modifica, in un martirio di pagine gonfie, mezze staccate, parole abrase da dita ingorde. Ed è attraverso questo rito che il lettore esce ferito nel cuore, aperto, per far entrare o uscire qualcosa, e il libro spiegazzato, consumato, prosciugato da quella donazione tanto generosa.

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