Lui, io, noi, il libro in cui Dori Ghezzi racconta Fabrizio De Andrè

di Donatella Agostini

Il libro che Dori Ghezzi, la bionda cantante moglie di Fabrizio De André, ha realizzato con gli scrittori e sceneggiatori Giordano Meacci e Francesca Serafini, si intitola “Lui, io, noi”. Il lui del titolo è Faber, è De André: poesia, carisma, carattere, canzoni immortali. La storia stessa della musica italiana. Ma se è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, Dori Ghezzi non ha mai occupato una posizione defilata, ma è stata compagna e complice al suo fianco, per i venticinque lunghi eppur velocissimi anni di vita in comune, a condividerne umori e arte. A condividere una vita che è sempre stata una sola per tutti e due, ancora prima di conoscersi. L’io del titolo è Dori, un io che si stempera fino a confondersi nel noi di una narrazione a sei mani, di un lungo e sincero flusso di coscienza degli autori, al punto che è difficile a volte capire chi in quel momento stia parlando. È Dori a premettere che, fosse stato per lei, avrebbe preferito assecondare la sua naturale ritrosia, e proteggere i ricordi di una vita, “perché tutte quelle cose che almeno una volta nel nostro privato ci sono apparse come piene di meraviglia, d’improvviso, nel confronto con gli altri, possono diventare insignificanti per chi non c’era”. Ma d’altronde, come spiega lei stessa, Fabrizio è patrimonio di tutti, e non parliamo solo della sua arte. Così leggiamo dell’infanzia di Dori e di quella di “Bicio”, del momento in cui si sono incontrati per la prima volta e non hanno più smesso di guardarsi. Leggiamo della vita agreste e piena di calore alla tenuta dell’Agnata, in Sardegna; del freddo raggelante dei lunghi mesi del sequestro, in cui a sostenerli fu proprio la saldezza del loro legame “fermo, limpido ed accecante”. Leggiamo del momento triste dell’addio, un addio che però non ha impedito fino ad oggi a Dori di sentire sempre vicino a sé il suo Fabrizio, e di intrattenere con lui un continuo e affettuoso dialogo. Un racconto corale anche per la quantità di personaggi che gravitano intorno alla coppia, amici di una vita e incontri passeggeri, da Zavattini a Marco Ferreri, da Fernanda Pivano a Lucio Battisti, da Paolo Villaggio a Vasco Rossi. Un noi fatto di facce, ricordi, episodi, citazioni, rimandi, segni del destino: un noi che ricomprende anche il lettore, che ritrova tra le righe sensazioni e pensieri propri.

L’Intervista
Per presentare “Lui, io, noi”, il 13 ottobre Dori Ghezzi è tornata a Soriano nel Cimino, un luogo da lei ben conosciuto e frequentato in passato insieme a Faber, per via della loro grande amicizia con il sorianese Alberto Santini. Soriano risuona letteralmente della musica e delle parole di De André, tanto che gli è stata dedicata la Casa della Musica per i giovani, e tanto da promuovere, da alcuni anni, il festival musicale “Risuonando De André”, per rendere omaggio a questo amico-gigante della cultura italiana. Chi scrive ha avuto l’onore e il piacere di condurre la presentazione, a cui ha partecipato anche Francesca Serafini, coautrice del libro e insieme a Giordano Meacci e Claudio Caligari anche del film su De André “Principe libero”. La presentazione si è svolta presso la Sala consiliare del palazzo comunale, alla presenza del sindaco Fabio Menicacci. Ed è stato naturale iniziare a parlare della Tuscia e di Soriano, oggi vestito negli abiti festosi e colorati della Sagra della Castagna.

Vorrei cominciare proprio da Soriano, e dalla Tuscia: un territorio in cui abbondano bellezze naturali, architettoniche, storiche; dove ci sono tradizioni gastronomiche, artigianato. Eppure, spesso la Tuscia si è trovata in posizione un po’ defilata rispetto ad altre località italiane maggiormente rinomate e a tradizione turistica. Qual è l’impressione che lei ha di questo territorio?
«Io e Fabrizio ci siamo sentiti sempre un po’ “adottati” da Soriano, dove trovavamo i nostri amici Alberto e Maria, e tanti altri. Noi lo abbiamo sempre ritenuto un posto di eccezionale bellezza turistica. Io mi ritrovo spesso ad andare in molti altri paesini in Italia, anche sperduti, prima spopolati e che poi sono stati recuperati, e vedo che lì il turismo è vivo e in crescita. Non so perché qui non succede nella stessa misura, forse voi che ci vivete tutto l’anno dovreste ricercare la spiegazione».

Lei e Fabrizio avevate trovato, come narrato nel libro, la vostra dimensione completa e realizzata all’Agnata, la vostra tenuta agricola in Sardegna. Un luogo che rappresentava la pace, l’accoglienza per chiunque volesse solamente fermarsi per un saluto e bere un bicchiere di vino. Il ritorno alla campagna, a un lavoro a più diretto contatto con la natura, potrebbe essere una risposta valida ai problemi di occupazione che attanagliano il nostro Paese?
«Io me lo auguro che questo accada, perché invece mi sembra che stiamo andando nel senso contrario. È ora di rendercene conto e di reagire. Forse abbiamo il paese più bello al mondo e proprio perché siamo stati viziati da questo lo abbiamo sottovalutato, non ce ne siamo più resi conto. È uno dei patrimoni più grandi che abbiamo, a parte la nostra intelligenza, che sottovalutiamo nella stessa misura. Noi avevamo questa tenuta dell’Agnata, un posto piccolissimo e sperduto in mezzo ai boschi, in una Sardegna conosciuta soprattutto per le sue coste. E lo stesso era sempre piena di turisti, senza che noi facessimo nulla per promuoverla. Molto dipende da come accogli le persone, da come le coccoli, con gusto, con rispetto, con calore».

Una delle sue caratteristiche è l’estrema ritrosia nel dover parlare di sé e della sua storia con Fabrizio. Ritrosia che troviamo narrata all’inizio del libro, e remore che ha mostrato anche quando si cominciava a progettare il film “Principe libero”. Ora che film e libro sono stati realizzati, è soddisfatta del quadro che sono riusciti a dare dell’uomo Fabrizio e dell’artista De André?
«Sì… poi se io sia o meno riuscita a rendere in modo preciso quello che era l’essenza di Fabrizio, di quello la certezza non ce l’avrò mai. L’ho vissuto, l’ho frequentato, più di chiunque altro, ma non è detto che io lo abbia conosciuto veramente. Sono soddisfatta del libro, perché scrivendo è più semplice sentirsi liberi di raccontare le cose come le vedi, come le sai, come le senti, rispetto a un film, molto più sottoposto a vincoli e ad obblighi di tempi e di narrazioni».

Qual è l’attualità di Fabrizio rispetto alle nuove generazioni? Può ancora parlare loro?
«Se si riascoltano i suoi dischi, la sua scrittura è sempre molto attuale. Fabrizio può ancora rivolgersi alle generazioni del presente, perché certe cose non cambiano, le tematiche sono sempre le stesse. Quello che lui si augurava, che il mondo cambiasse – il mondo che poi lui non è riuscito a vedere – non si è verificato. I problemi continuano ad esistere. Sono universali».

In un punto della narrazione, lei ricorda che i suoi genitori sognavano per lei e sua sorella un avvenire di mogli e di madri realizzate. Un po’ quello che ci si aspettava dalle donne fino a pochissime generazioni fa. Qual è secondo lei il ruolo che deve avere la donna oggi, soprattutto nel caso in cui si trovi, com’è stato nel suo caso, ad essere compagna di un grande uomo?
«Ogni storia è diversa, non è possibile generalizzare. Io avevo la mia attività che è proseguita tranquillamente per diversi anni, e poi sono arrivata ad un punto in cui ho dovuto fare una scelta. Era difficile conciliare i nostri lavori e volevamo evitare di stare lontani troppo tempo. Io non ho lasciato la musica perché non la ami: non ne potrei fare a meno. Però, se qualcuno doveva fare un passo indietro, in questo senso, ho capito da sola che dovevo essere io. Fabrizio era dispiaciuto, non avrebbe voluto, ma così io ho deciso, perché mi sembrava la cosa più giusta».

“Lui, io, noi” è una narrazione fatta di continui echi, di rimandi, tra persone che fanno giri immensi e poi si ritrovano, tra passato e futuro che a volte riescono a sovrapporsi. Nel 1973, Dori Ghezzi in compagnia di Wess cantava la canzone “Un corpo e un’anima”. E il testo tra l’altro, recitava: “Le stesse cose che vuoi tu, le voglio anch’io, e questo è amore”. Un eco di quello che sarebbe stato il futuro, di quando di lì a poco, Dori avrebbe voluto le stesse cose che voleva Fabrizio. Perché è questo l’amore.

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