Le Case della vita: Via Romagnosi

di Maria Letizia Casciani

“PIOVE TROPPO SPESSO SUL BAGNATO”

Ero entrata in ospedale con l’insopportabile caldo dell’estate, che spesso insiste anche a settembre, fino a raggiungere l’inizio di ottobre.
Fui dimessa, pochi giorni dopo, con il gelo autunnale che aveva improvvisamente avvolto tutto. Per riportarmi a casa dovettero andare a ripescare nell’armadio una pesante giacca di pelle. Quella mattina mi sentivo – ed ero – gelata, dentro e fuori.
Rientrai a casa un martedì mattina. Mio marito mi portò su, poi uscì per andare al lavoro. Mi ritrovai a casa da sola.
Ricordo ancora la scena: dopo aver richiuso la pesante porta blindata alle mie spalle, mi misi seduta sulla panchetta verde del corridoio, da cui si poteva vedere tutto l’appartamento. Quella casa, all’improvviso, mi parve troppo grande, troppo silenziosa, molto triste. Vuota, come me. Fino a pochi giorni prima avrebbe dovuto ospitare la piccola squadra di calcio che ero intenzionata a mettere su negli anni ed invece intorno a me c’era solo il silenzio.
Anni dopo, quasi per caso, trovai, appuntata su un foglietto, infilato dentro un quaderno, una frase scritta in quegli stessi giorni: “Tutti hanno una tomba in cui piangere quelli che hanno perso. Ma chi perde un bambino prima che nasca non ha nemmeno quella.”.
Nelle settimane che seguirono, tutti si aspettavano che io mi riprendessi presto, che tornassi alla vita di prima ed io cercai di assecondare le aspettative, soprattutto quelle dell’Uomo coi baffi, che detestava ogni forma di complicazione inutile.
Nascosi il mio dolore piuttosto bene, forse anche a me stessa. Parlavo di rado di ciò che era accaduto e questo fu accolto da tutti come la conferma del fatto che le cose stessero migliorando.
Ormai ero una signora sposata e cominciai a fare le cose che una signora sposata deve fare: organizzare pranzi e cene, ricevere amici e colleghi del marito, coltivare i rapporti con i familiari.
Avevo accantonato gli studi universitari, che procedevano comunque a rilento. Mi convinsi che non avevo più bisogno di laurearmi: ormai la mia vita aveva preso una direzione diversa.
Nonostante tutto l’impegno che misi per rassicurare tutti che tutto andava bene, la mia salute sembrava peggiorare di giorno in giorno.
Per rassicurarmi, quelli che stavano intorno a me, amici e parenti, mi dicevano che ero solo esaurita, che dovevo dare tempo al tempo, che presto sarei tornata ad essere quella di prima: avevo bisogno di vitamine, di mangiare di più, di uscire, di divertirmi. Le frasi che si dicono quando non si vuole restare più di tanto invischiati nella tristezza degli altri.
A dicembre, per la prima volta, ricomparve il ciclo. Che, tuttavia, non voleva saperne di finire.
Fino a febbraio, ogni giorno, ebbi delle perdite, a volte tenui, altre volte consistenti.
Il medico, consultato da me a più riprese, mi diceva che si trattava di una cosa normale, che avrei dovuto tranquillizzarmi, che ero solo stanca, provata, forse esaurita. Ancora troppo scossa da quello che era accaduto. Cercai dunque di stare tranquilla, per tranquillizzare tutti, ma le cose non miglioravano.
Cominciai ad avere delle nausee: mi capitava di dover correre in bagno tutte le mattine, alle sette. Presa da uno strano sospetto, feci un test di gravidanza, che diede esito positivo. Fu un colpo. Una nuova gravidanza? Non ero ancora pronta!
Il mio ginecologo si convinse di essere di fronte ad un bambino in arrivo e mi ordinò riposo assoluto.
Mi disse: “Evidentemente c’è un karma che insiste per venire fuori”. Mi convinsi, riguardo alla storia del karma. Perché no? Forse da qualche parte c’era un bambino che non aspettava altro che abbracciare me.
Mi misi a letto, per giorni, settimane. Nonostante questo le perdite continuavano. Eravamo a fine febbraio.
Una sera, mentre ero sdraiata a letto, fui colta da una emorragia irrefrenabile. Una cosa mai vista prima, né dopo. Ne fui terrorizzata.
Corremo all’ospedale: ricovero immediato. Gesti frenetici al Pronto Soccorso, facce preoccupate. Terrore nel mio cuore. Anestesia. Operazione. Risveglio agitato e doloroso, gravido di inquietudine.
Qualcuno, tra i medici, improvvisamente capì che in quelle lunghe settimane non ero stata affatto incinta. Senza che nessuno se ne fosse reso conto, senza che a nessuno fosse venuto in mente di farmi una ecografia nei mesi che erano trascorsi invano, ero stata aggredita da una malattia, una specie di degenerazione, che si chiamava, almeno nella sua fase iniziale, Mola vescicolare.
Questa malattia portava con sé – ironia del destino – gli stessi sintomi di una gravidanza. Ma non era una gravidanza, era una roba molto pericolosa ed insidiosa.
Il fatto che fossero state lasciate passare così tante settimane senza fare troppi approfondimenti, aveva permesso a questa Mola di fare un salto di qualità, per così dire. Questa evoluzione si chiamava “corion carcinoma”, maligno.
La letteratura medica – prima di me – non registrava casi di “corion carcinoma”, in donne che non avessero ancora avuto figli.
Io ero quel caso. Avevo vinto una lotteria molto particolare.
Avevo venticinque anni, avevo da poco perso un bambino, i villi coriali della placenta, nell’utero si erano trasformati dapprima in Mola vescicolare, poi, lavorando indisturbati per mesi, si erano mutati in un tumore maligno che, nel frattempo aveva raggiunto anche i polmoni.
Stavo per morire, in poche parole.
E fu così che in pochi giorni passai dal reparto di Ostetricia a quello di Oncologia Medica. Era il mese di marzo e forse per me era iniziato il conto alla rovescia. E sapevo tutto.

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