Le Case della vita – Via dell’Orticello

Maria Letizia Casciani

Il racconto di Maria Letizia Casciani tratteggia quel momento in cui in via dell’Orticello tutto cominciò a cambiare: quelle fondamenta in apparenza solidissime, davano i primi segni di cedimento.”La demolizione di tutte le certezze comportava la demolizione del cosmo intorno a me. E fu spiazzante. Almeno per me”.E’ la fase della nuova nascita di  adolescente alla ricerca di sé.

 

1975 Prodromi di ribellione

Nella casa di via dell’Orticello ho trascorso la mia adolescenza. Anni spesso duri ed opachi. Duri, perché ho chiaro il senso della loro difficoltà, opachi, perché il tempo ha offuscato la nettezza dei singoli episodi, lasciando in prevalenza impressioni.
La fase culminante di questo periodo coincise con il trasloco dalla casa della mia infanzia, quella che per il mio immaginario rappresentava il luogo mitico, dorato, anche se – a ben guardare – non sempre era stato tale, dal momento che la mia vita di quegli anni era stata caratterizzata più da più ombre che da luci.
Odiavo quella nuova casa: nutrivo per lei una sorda ostilità, del tutto simile a quella che cominciavo a provare verso mia madre.
L’idillio – se mai era esistito – stava per rompersi e, come capita a tutti gli adolescenti, iniziava una fase molto delicata nei nostri rapporti.
La mia – come tante altre – è stata un’adolescenza ostinatamente, pervicacemente ribelle.
Ad essere stati più attenti, i prodromi di quella ribellione erano già presenti negli anni dell’infanzia, anch’essi decisamente oppositivi, appena mitigati, come depotenziati, in certi momenti, solo grazie alla mediazione di Lola – la mia vice-mamma – che aveva compensato, con il suo affetto incondizionato, buona parte della mia sofferenza di bambina.
Con il trasloco a via dell’Orticello non ci sarebbe stata più per me l’uscita di emergenza, lo sportello da aprire in caso di pericolo: ogni possibilità di fuga nell’oasi di pace sarebbe stata di fatto impossibile.
Mi avevano strappato alla mia casa e non riuscivo a farmene una ragione.
Questo mio rifiuto interiore non rese le cose piane, anzi, le complicò a dismisura.
Era sparito di colpo quello che mi aveva addolcito la vita fino a quel momento e la conseguenza – in sé abbastanza prevedibile, ma non prevista a sufficienza – fu la ribellione contro le regole. La demolizione di tutte le certezze comportava la demolizione del cosmo intorno a me. E fu spiazzante. Almeno per me. Pestare i piedi mi parve la cosa più naturale del mondo.

Giandomenico Fracchia non si nasce, si diventa!

Fino all’ultimo anno delle scuole medie ero stata una ragazzina vivace e socievole, capace di stare in un gruppo, sentendosi quasi sempre a suo agio.
In particolare a scuola, il luogo in cui si giocava quasi del tutto la mia dimensione sociale. La mia solidità interiore poggiava sui miei risultati scolastici. Mi sentivo forte perché sapevo di essere molto apprezzata dalla maestra prima e poi dai professori.
Lo studio era il campo in cui meglio riuscivo a mettere in mostra le mie capacità.
Non era esibizionismo, si trattava di ciò che mi rassicurava: i miei risultati scolastici erano le fondamenta, la “grundnorm” della mia sicurezza interiore.
Arrivata alla fine della terza media, insieme ad una delle mie più care amiche (una delle due con cui uscivo ogni domenica), potevo vantare la migliore pagella dell’istituto. I miei voti erano le medaglie che tenevo orgogliosamente appuntate sul petto, come i generali russi dell’Unione Sovietica.
Quell’anno tutti – io stessa, ma in particolare i miei professori ed i miei genitori – contavano sul fatto che agli esami avrei sfoderato tutta la brillantezza possibile, essendo convinti del fatto che successivamente avrei potuto scegliere qualsiasi indirizzo e che l’avrei affrontato senza problemi di sorta.
I miei esami si stavano profilando come una grande marcia trionfale. Eccovi la bambina prodigio, ammiratela pure!
Niente andò come previsto.
Di fronte alla commissione che mi esaminava ebbi un cedimento, imprevisto, improvviso, dirompente per la mia autostima.
Quella che fino a mezz’ora prima era stata una ragazzina sicura di sé (chissà, forse anche troppo), si trasformò in un battibaleno – come in una magia al contrario – in un’adolescente confusa ed insicura.
Fu solo il primo – quello – di una interminabile serie di esami in cui mi sarei puntualmente ritrovata ad essere una replica vivente di Fracchia, che si contorce vanamente su una sedia instabile e cedevole, incalzato dalle domande del suo superiore, crudele ed implacabile. La stessa cosa.
In quel momento tutto cominciò a cambiare: quelle fondamenta in apparenza solidissime, davano i primi segni di cedimento.

L’estate dei cambiamenti: ecco a voi il gambero!

L’estate precedente al trasloco, la stessa dell’esame di terza media, mi vide protagonista di pochi passi avanti e molti indietro.
Sperimentai fino in fondo che Bernardo il Paguro poteva trasformarsi a suo piacimento anche in un gambero. Tornava indietro, ma ben tappato nel suo guscio.
Alla fine della primavera, con l’esame e l’estate alle porte, stabilii che non sarei più uscita, o sarei uscita di meno con le mie amiche di sempre. L’estate era sempre stato il momento delle novità, degli incontri, ma, di punto in bianco, decisi che forse stavo meglio a casa.
Avevo perso molto del mio interesse per il mondo esterno, preferivo le quattro mura di casa, fonti delle mie certezze, meglio il vecchio guscio paguresco, rispetto al rischio che poteva comportare il mondo esterno.
Meglio andare sul sicuro.
Ero una ragazza piuttosto carina, sempre sorridente: questo me lo dicono le foto di quegli anni.
Avevo anche tre o quattro corteggiatori, cosa che, però, mi spaventava ed infastidiva.
Non volevo avere intorno dei corteggiatori!
Erano imbarazzanti, insistenti e mi facevano sentire sotto assedio. Non potevo uscire con le amiche senza incontrarli e, allora, via con le occhiate, le risatine, le battute!
Le mie amiche, invece, erano tutte felici dei loro spasimanti e si divertivano a stuzzicarli ed a tenerli sulla corda.
Io li detestavo.
Preferivo dedicare il mio tempo a quei ragazzi che nemmeno mi vedevano. Quello sì che mi piaceva!
Amavo struggermi dietro ad amori impossibili, che mi consumavano e mi facevano piangere. Se quegli stupidi si ostinavano a venirmi dietro, a scodinzolare come cagnolini, era evidente che non valevano molto. Prendevo delle cotte per chi non mi amava, disprezzavo chi avrebbe potuto amarmi.
Piuttosto che affrontare quel mondo balordo, che non mi capiva, o che mi capiva nel modo sbagliato, preferivo rifugiarmi in casa. Magari con un bel mucchio di libri.
Cominciai a leggere molto e, contemporaneamente, a declinare sempre più gli inviti delle amiche. E le amiche ben presto smisero di cercarmi. Una si fidanzò, proprio con uno dei belli e impossibili che piacevano a me.
Un dramma.
Mia madre cominciò a preoccuparsi per questa mia clausura volontaria – proprio lei che in clausura mi aveva fatto trascorrere quasi tutta l’infanzia!
Cominciò in quel momento l’esplosione adolescenziale dello spirito di contraddizione: se mia madre mi voleva fuori di casa, allora sarei restata nella mia camera!
Lei arrivò addirittura a minacciare di sbattermi fuori di casa, senza chiavi. Molte mie amiche affrontavano quasi ogni giorno un problema opposto al mio: avrebbero tanto voluto uscire liberamente e le loro madri le paralizzavano con le proibizioni. Mia madre, al contrario, mi assillava, quasi mi implorava di uscire.
Fu un bel braccio di ferro.
A casa, cominciarono a preoccuparsi per questa mia resistenza ad uscire con le amiche di sempre. Si cercò affannosamente una soluzione.
Fu così che mia sorella accettò per la prima volta di portarmi con sé e di farmi conoscere i suoi amici. Tutti molto più grandi di me.

 

 

*Maria Letizia Casciani è nata in un paese della Tuscia. Ama molto leggere, in particolare romanzi e saggi. La scrittura è una passione che coltiva nei ritagli di tempo rubati al lavoro. Vive e lavora a Viterbo.

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