La fragile complessità di Alda Merini in scena con Margherita Caravello

di Paola Maruzzi

Margherita Caravello- intervista
 Domenica 13 ottobre, alle ore 18.00, al Teatro San Leonardo di Viterbo va in scena “Un caffè con Alda Merini – L’inizio della storia”, un omaggio inedito alla poetessa milanese raccontata da Margherita Caravello.
“Tutto è partito da una da una piazza nell’agosto del 2022 – racconta – in scena c’ero solo io, col cuore a mille, accompagnata da una chitarra. Da allora lo spettacolo si è trasformato. Quel che rimane immutato è il mio cercare, a ogni occasione, di non tradire Alda Merini”.
La poetica della Merini è giocata sulla sovrapposizione di angoscia e voglia di vivere. Ci racconti qualche aneddoto sulla sua indole “indocile”?
Grazie alla collaborazione di amici e familiari della poetessa, ho imparato a riconoscere nella sua cifra stilistica la capacità di mostrarsi autentica, intera, anche contraddittoria. Alda Merini, ad esempio, non ha potuto compiere studi regolari. Non si è persa d’animo però, mai, studiando da autodidatta su libri che trafugava in qualche libreria, nascosti tra la camicia e la gonna, o attingendo nottetempo alla biblioteca paterna, che sua madre le aveva proibito di frequentare, o presentandosi al circolo intellettuale di via del Torchio, a Milano, frequentato da grandi uomini di lettere che furono i suoi maestri e i suoi amori. Inutile dire quanto sua madre si angosciasse per la sua reputazione. Eppure Alda, dal canto suo, non viveva superficialmente il suo tempo, anzi: ambiva a diventare a sua volta moglie e madre, ma anche poeta, e pittrice e pianista e suora, per un certo tempo, e medico psichiatra.
Tra dolore e salvezza, che ruolo ha giocato l’esperienza in manicomio nel far rifiorire la poesia della Merini?
Essenziale, perché è giusto precisare che Alda Merini sia nata e cresciuta poeta ben prima del manicomio ma è vero anche che, proprio attraverso l’esperienza dell’internamento, è riuscita a trovare per sé uno spazio e un tempo personali che il mondo fuori non concedeva a chi come lei fosse moglie e madre: nella sospensione di ogni ruolo sociale ritrovò la misura di sé. Al Paolo Pini di Milano fu affidata alle cure del Dottor Gabrici, illuminato sostenitore delle teorie basagliane, il quale, attraverso la psicanalisi e la scrittura terapeutica, permise ad Alda Merini di emanciparsi dal suo disagio tirando fuori a parole tutto quel che non riusciva a esprimere altrimenti, del suo dolore. E fu così che, parola dopo parola, Alda tornò ad essere curiosa di sé, e fiduciosa nelle proprie possibilità di esserci e manifestarsi nel mondo. In manicomio poi incontrò la solidarietà degli internati, ed è con la consapevolezza che anche nella peggiore delle circostanze si possa trovare nella relazione tra esseri umani nuovo slancio per nuove occasioni del possibile che io personalmente trovo il genio, il potere trasformativo, costruttivo e inclusivo, irriducibile della nostra specie.
A proposito della rivoluzione umanistica di Basaglia, che spaccato, sociale e umano, ci offre la sua testimonianza della Merini?
È vissuta in epoca contemporanea, molte delle istanze sociali del suo tempo sono ancora urgenti nel nostro: la salute mentale in una società che ancora basa sul pregiudizio del normale le proprie valutazioni di merito; la questione di genere, col patriarcato abolito per legge nel 1975 e ancora troppo presente nella prassi sociali. Ancor più alla radice c’è, nella storia biografica e nell’opera di Alda Merini, la crescente consapevolezza di quanto identità e comunicazione siano elementi fondanti per l’identità, le relazioni e la società. Siamo homo narrans, abbiamo una mente in grado di viaggiare nello spazio, nel tempo e finanche nella mente di qualcun altro proprio per sviluppare quelle competenze pragmatiche necessarie al vivere sociale. Il nostro cervello narrativo ci permette di condividere intenzioni ed emozioni, di entrare empaticamente in connessione con gli altri, grazie ai neuroni specchio di cui siamo tutti dotati, fin dalla nascita. Certo, per farsi capire e capirsi, di conseguenza, si deve entrare in relazione con l’alterità, anche quella che vive in ciascuno di noi. In una società sempre più spietatamente pubblicitaria e competitiva, sempre più virtuale e polarizzata,
è oltremodo utile recuperare la capacità di ascolto e confronto. Le emozioni sono parte di un meccanismo innato e adattivo, funzionale a salvarci la vita in caso di emergenza ma, non essendo mediate dalla ragione, spesso ci inducono in errore. Un’alfabetizzazione emotiva, sempre più necessaria, si può costruire anche sulla scia di chi, prima di noi, ha saputo esprimere a parole emozioni in cui ci riconosciamo e che poi, di conseguenza, impariamo a esprimere. Forse è per questo che la poesia, la letteratura, ancora esistono e resistono. L’essere umano infatti, più che in ogni altro modo, apprende per imitazione. A quali esempi guardare, che esempi voler essere, fa la differenza. In ciascuno di noi e in ogni momento della nostra esistenza.
A cent’anni dalla nascita di Basaglia, il teatro si riafferma nella sua funzione terapeutica: in
relazione alla ricerca che porti avanti, cosa ne pensi?
Come sostenuto da Vezio Ruggieri nel suo “Identità tra psicologia e Teatro”, anch’io vedo nel teatro un laboratorio di complessità umana, in cui sperimentare i livelli dell’esserci in un contesto non giudicante, grazie al quale acquisire consapevolezza dell’alterità, anche quella che abita in ciascuno di noi, e rinnovata fiducia nelle proprie capacità espressive. Grazie al linguaggio traslato della metafora, alla possibilità di vestire i panni dei più vari personaggi, alla parola, alla ripetizione delle prove, il teatro si pone, a mio avviso, come un’occasione senza pari di sperimentarsi in diversi ruoli che ogni persona è chiamata poi ad assumere nel contesto della propria vita fuori. Funziona per chi assiste a una rappresentazione come per chi si mette in gioco in prima persona sulla scena. Ed è anche un’occasione terapeutica, per rafforzare la fiducia in sé di persone in stato di vulnerabilità. Nel 2020 è stata neuroscientificamente dimostrata la catarsi greca, per cui persone tra loro sconosciute, assistendo insieme ad una performance a teatro, hanno spontaneamente allineato i
propri parametri fisiologici, come il respiro e il battito del cuore. Potente, no?
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