Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani.
Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa. In realtà non
avremmo mai pensato di dover spiegare perché apparteniamo al Paese in cui siamo
cresciuti. Eppure, dopo aver sentito parlare di remigrazione e aver visto che delle persone
scenderanno in piazza per sostenerla, ci siamo resi conto che il silenzio sarebbe stato più
doloroso delle parole.
Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. Non siamo
una teoria da discutere in televisione come per molti. Per noi è una questione personale.
Riguarda la nostra vita, le nostre famiglie, il nostro futuro.
Quando sentiamo parlare di remigrazione pensiamo a nostra madre che torna a casa stanca
dal lavoro e ci chiede com’è andata la giornata. Pensiamo a nostro padre che si sveglia
quando fuori è ancora buio per andare ad aprire un negozio e iniziare un turno che finirà ore dopo. Pensiamo alle bollette pagate a fine mese, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per
permettere a noi di studiare e avere opportunità migliori.
Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di famiglie italiane ogni
giorno.
Io tra poco affronterò l’esame di maturità. In questi giorni passo il tempo sui libri, ripeto gli
argomenti, cerco di gestire l’ansia e la paura di non essere abbastanza preparato. Le stesse
paure che hanno i miei compagni di classe. Gli stessi sogni di chiunque abbia diciotto anni e
si affacci alla vita adulta.
Io invece studio psicologia all’università La Sapienza. Non ho mai immaginato nulla di
diverso da restare in Italia, lavorare nel mio paese, aiutare qui le persone. Passo i pomeriggi tra lezioni ed esami, esulto e mi arrabbio guardando la Roma, prendo in giro gli amici evengo preso in giro come accade in qualsiasi gruppo di ragazzi. Parlo con l’accento romano da quando ha imparato a parlare.
Eppure qualcuno guarda ragazzi come noi e vede degli stranieri. Questa è la parte che
facciamo più fatica a comprendere.
Perché noi non abbiamo mai vissuto l’Italia come un luogo esterno da osservare. L’abbiamo
vissuta da dentro. Nelle scuole che abbiamo frequentato, nei quartieri in cui siamo cresciuti, nei campetti dove abbiamo giocato da bambini, nei professori che ci hanno insegnato a credere in noi stessi, a studiare per diventare insegnanti, medici, psicologi, operai, ingegneri.
Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel secolo
scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è molto semplice:
dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?
Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più importanti? Per chi qui
ha imparato a leggere e scrivere, ha dato il primo bacio, ha festeggiato i compleanni, ha
pianto ai funerali delle persone care, ha immaginato il proprio futuro?
La verità è che ciò che fa più paura non è soltanto l’esistenza di certe idee.
Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua, si iniziano a considerare normali parole che
qualche anno fa avrebbero suscitato indignazione e oggi vengono accolte con una scrollata
di spalle. Fa paura accorgersi che sempre più spesso si discute della vita delle persone
come se si stesse parlando di numeri, statistiche o problemi da gestire, dimenticando che
dietro ci sono ragazzi con un volto, una storia, dei legami: io sono stato il vostro compagno
di banco, mio zio quello da cui avete comprato la frutta, i miei genitori i tuoi vicini di casa.
Perché la storia ci insegna che il momento più pericoloso non è quando nasce un’idea
disumana. È quando le persone smettono di reagire. Quando smettono di sentire.
Tra qualche giorno io sosterrò l’esame di maturità. In questi anni, seduto tra i banchi di
scuola, ho studiato la storia europea e quanto sia pericoloso abituarsi a certe parole e ho
studiato anche la Costituzione italiana. Ho letto l’articolo 3, quello che dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Ricordo ancora i professori che spiegavano quanto fosse importante quella frase e da quale storia fosse nata.
Per questo oggi fa un certo effetto sentirlo messo in discussione, perchè non è soltanto un
nostro problema. È una questione che riguarda tutti. Riguarda la qualità della nostra
democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana e il futuro che vogliamo costruire
insieme.
Noi continuiamo a credere che l’Italia sia migliore di questo.
Lo crediamo perché la conosciamo. Lo crediamo perché ogni giorno incontriamo persone
che ci giudicano per quello che facciamo e per come ci comportiamo, non per le nostre
origini. Lo crediamo perché sappiamo che questo Paese è molto più grande delle paure che
qualcuno prova ad alimentare per propaganda politica.
Noi sappiamo quale Italia abbiamo conosciuto e quale Italia amiamo.
La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per
strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri amici: per le nostre origini e il
colore della nostra pelle, e questo ci fa schifo.
Per questo non vogliamo restare in silenzio.
E forse la domanda più importante non è se persone come noi appartengano all’Italia.
Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?
Un’Italia che insegna ai ragazzi a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire alla società in
cui vivono, oppure un’Italia che continua a ricordare ad alcuni di loro che, qualunque cosa
facciano, per qualcuno non saranno mai abbastanza?
Perché il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a chiamare casa il luogo
in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a essere messa in discussione, ma la
libertà, la dignità e la coscienza di un intero Paese.
Rete degli Studenti Medi del Lazio
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