Succede che in paese muore un ragazzo. Succede che se ne va senza fare rumore, in quel silenzio che in pochi notano.
Succede che nessuno si smuove troppo, perché le comunità sono diventate apatiche di fronte a chi considera un po’ “perso”, come si dice da queste parti, con quel tono bonario che vuole bene ma non sempre riesce a guardare fino in fondo. Perso è una parola comoda: descrive senza spiegare, accompagna senza interrogarsi troppo. Ma perso rispetto a cosa? Dove avrebbe dovuto arrivare, per non risultare fuori strada?
È in questo spazio vuoto che si insidia un bisogno disperato di colmare.Da bambini ci convincono che per volare bastino ali forti e grandi sogni. Io oggi credo sia una bellissima favola non coerente con la realtà. Oggi, credo che per volare serva una cosa fondamentale: lo spazio. Perché anche l’aquila più forte, se nasce dentro una stanza troppo piccola, imparerà a starci continuando a sbattere contro le pareti. Poi arriverà un giorno in cui smetterà, perché avrà smesso di credere che, fuori, esista davvero un cielo.
Da qui vorrei che si iniziasse a parlare di dipendenze in provincia, di responsabilità della comunità, di disagio, solitudine e diritti. Non della sostanza, ma del giorno in cui qualcuno smette di credere che esista, per lui, uno spazio più grande di quello che ha. Il momento in cui la casa, la piazza, l’amico, la relazione o il paese intero, smette d’essere lo spazio di cui si avrebbe bisogno per stare al mondo. Spazio: non è un problema di metri quadri, è che certi luoghi, per quanto ci si sia nati e cresciuti, ad un certo punto continuano a contenerci senza riuscire più a contenere quello che si ha dentro.
Jung sosteneva che la dipendenza non fosse semplicemente un vizio o una debolezza morale, ma una ricerca spirituale mal indirizzata. In termini junghiani, la dipendenza è il tentativo dell’inconscio di colmare un vuoto interiore, una sete di totalità, trascendenza e connessione con qualcosa di più grande di sé.
In questa epoca si parla di Ultimi, ma non di cosa vive chi si sente ai margini. Non diciamo abbastanza che chi vive questa sofferenza sarebbe formidabile nell’avere un’eccezionale devozione. Chi ha quella sete, solitamente ha anche un’intensità che la maggior parte degli esseri umani non possiede, solo che è spesa nella direzione sbagliata, in un varco troppo stretto per contenerla, invece che in uno spazio abbastanza grande da restituirgliela intera. È una libertà fraintesa, non una fuga verso l’ampiezza, ma un vuoto che si cerca di riempire scambiandolo per un cielo.
Viviamo nel secolo dell’interconnessione. Sappiamo esattamente quanto un mercato asiatico influenzi la borsa a New York, quanto un rincaro del gas dall’altra parte del mondo si ripercuota sulla bolletta di casa nostra. Abbiamo costruito sistemi capaci di far tremare un intero continente per una decisione presa a migliaia di chilometri di distanza. Siamo diventati, come specie, straordinariamente bravi a misurare l’interdipendenza economica. Sappiamo tutto della rete che ci lega attraverso il denaro e i mercati. Sappiamo molto meno, o forse abbiamo smesso di voler sapere, della rete che ci lega attraverso il bisogno di essere visti.
Ci siamo allenati a percepire come vicino ciò che in realtà è lontanissimo e superficiale – e come lontano ciò che invece è a un metro da noi. L’interconnessione che conta di più, quella umana, è l’unica che abbiamo smesso di misurare.
Qui entra, o meglio, dovrebbe entrare in gioco, quella che è la responsabilità etica e civile di tutti noi, nel captare e non chiudere gli occhi. La nostra Costituzione lo dice, articolo 3: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono a una persona di sviluppare pienamente se stessa. La Repubblica, oltre alle istituzioni che son sempre impegnate in qualcosa di più importante, siamo noi. Noi, ogni volta che restiamo un minuto in più davanti a chi resta in silenzio in un angolo, noi, ogni volta che non giudichiamo chi soffre categorizzando il dolore di serie A e di serie B, noi, ogni volta che ci soffermiamo sulle storie porgendo ascolto e tempo.
Non basta qualche giorno di cordoglio prima che tutto torni come prima. Deve diventare la domanda che ci facciamo la prossima volta che vediamo qualcuno seduto da solo troppo a lungo, nello stesso angolo di piazza: cosa possiamo fare, oggi, come comunità, perché quello spazio stretto in cui qualcuno sta cercando di volare — con le ali che ha, con la forza che gli resta — smetta finalmente di avere pareti?


























