I luoghi e le forme del potere. Il Gran Bastardo e la strage di 800 abitanti di Tuscania

di Luciano Costantini

Carlo VIII° di Valois viene ricordato nei libri di storia come re di Francia dal 1483 al 1498. Figura fisica non esattamente gradevole: basso, grasso, viso rubizzo attorno ad un naso adunco. Così viene descritto, ma forse si tratta di esagerazioni. Di sicuro un condottiero spavaldo, ambizioso e senza scrupoli. Al suo passaggio in Italia alla conquista di Napoli, rivelatasi poi per lui operazione rovinosa, viene addossata a torto la diffusione del “male francese”, cioè la comune sifilide. Certo non fu lui a eseguire e neppure a ordinare la tremenda strage di 800 abitanti di Tuscania, la Toscanella di un tempo, come invece la storia ingiustamente gli attribuisce. Responsabile fu invece Matteo di Botheau, meglio conosciuto come il “Gran Bastardo”, che nel 1494 è uno dei luogotenenti del sovrano francese. Questi il 5 giugno di quell’anno risalendo da Napoli verso il Nord (il papa Alessandro VI° Borgia intanto è scappato da Roma) fa sosta a Viterbo dove è accolto festosamente dalla popolazione. La fazione dei Maganzesi, al grido di “Francia, Francia”, ne approfitta per dare l’assalto al palazzo Gatti, che sorge in prossimità di piazza Fontana Grande, e che intanto è stato abbandonato dalla famiglia che lo abita. Giovanni Gatti infatti ha trovato rifugio nel castello di Celleno dove troverà anche la morte. Carlo VIII° è così ben disposto nei confronti dei viterbesi che accoglie l’istanza di una ambasceria cittadina che gli chiede di poter ospitare soltanto una piccola parte del suo esercito. Spiacenti, ma non siamo nelle condizioni di offrire a tutti vitto e alloggio. Il grosso della truppa, capitanato dal Gran Bastardo, dovrà proseguire verso la Toscana attraverso la via Aurelia. Toscanella sfortunatamente si trova lungo il percorso. I francesi forse non sono alla fame, ma la città è un boccone troppo ricco, allettante e facile per essere trascurato. Oltre tutto è di strada. Il 7 giugno Carlo VIII° si trattiene  ancora a Viterbo. Il Gran Bastardo è sotto le mura di Toscanella e chiede di entrare. Incassa un secco “no” dagli abitanti affacciati alle mura. La risposta è immediata e devastante: viene appiccato il fuoco alle porte. Nell’assalto vengono colpiti a morte due fanti e un cavaliere francesi. La città viene messa a ferro e fuoco, le case saccheggiate e poi incendiate, gli uomini passati a fil di spada. Riescono a sfuggire alla strage sole le donne, i bambini e coloro che hanno avuto l’accortezza o la fortuna di rifugiarsi in qualche torre o in qualche nascondiglio. Al termine del cruento raid si contano 800 morti, una enormità per una centro che conta appena qualche migliaio di abitanti. Nel giro di qualche ora la notizia dell’eccidio arriva a Viterbo, i Priori della città si precipitano da Carlo VIII° per chiedere il rilascio dei Toscanellesi fatti prigionieri e il rilascio dei beni rapinati dai francesi. Nel frattempo molti viterbesi, facenti parti delle varie confraternite, accorrono a Toscanella per portare solidarietà morale e materiale. Sono vere e proprie squadre di soccorso che recano mangiare e medicinali per gli affamati e i feriti. Il re scrive una lettera al Gran Bastardo per invitarlo a restituire uomini e cose. Ordine osservato soltanto in parte perché nel frattempo le soldataglie, dopo l’eccidio e le ruberie, stanno puntando verso la Toscana e lungo la strada cercano di vendere tutto ciò che rimane del recente saccheggio. Anche il re francese ha lasciato Viterbo per raggiungere Siena. I Priori viterbesi il 12 giugno inviano, tramite alcuni ambasciatori, una missiva al sovrano: “Gl’infelici Toscanellesi, dopo tanta strage dei loro concittadini e tanto scempio delle loro sostanze, desiderosi di ricuperare alcun che delle cose perdute, ci chiesero di essere raccomandati mediante una lettera presso la Vostra Sacra Maestà…non arrossiamo di intercedere anco per altri e soprattutto per quelli che ci sono cari e che consideriamo come nostri concittadini. Siccome pertanto i detti Toscanellesi, che per un dono del cielo sopravvissero agli uccisi, inviano a Vostra Maestà alcuni loro ambasciatori…che si degni benignamente ascoltarli…certo ne riceverà la maggiore ricompensa da quel giusto retributore d’ogni buona e pia opera che è Dio”. La lettera ha l’esito sperato perché Carlo VIII° ordina questa volta in modo perentorio la restituzione di ciò che resta del saccheggio. Ben poco per la verità. E suona quasi come una beffa una lettera del Gran Bastardo ai Priori di Viterbo con la quale conferma che i beni rapinati sono stati trasferiti “secondo i vostri desideri”. Tranne gli 800 morti, evidentemente.

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