Cleopatra è un falco, una falca più precisamente, un manto grigio che crea un effetto cangiante. Se ne sta appollaiata su un trespolo all’interno di una gigantesca gabbia verde ramato nell’angolo più remoto dell’ospizio. “Non vuole intrusi, vive così da dieci anni, cioè da quando è arrivata da Roma, proveniente dall’Egitto”. E’ l’ultimo ospite, il più appartato, del padiglione Pennuti, che presenta Giampiero Tirone, responsabile del Cras (Centro Recupero Animali Selvatici) dell’Ente Monti Cimini – Riserva del Lago di Vico, al chilometro 12 della Cassia Cimina.

A qualche metro di distanza da Cleopatra, in una stanzetta, una poiana: “Colpita da una fucilata, ma per fortuna si sta lentamente riprendendo”. Fuori dalla corsia dell’ospedale, rannicchiato e intristito in una gabbia un tasso: “Avvelenato, ancora in pericolo di vita. Speriamo comunque di salvarlo”. In una sorta di teca in vetro, una tartaruga con il guscio bendato: “E’ arrivata qui malmessa, e si vede”.
Giampiero Tirone illustra ambiente, funzioni e ospiti di questo nosocomio per animali selvatici, in passato accogliente ristorante, il Rifugio dell’Aci. Il direttore è Eugenio Maria Monaco, il presidente Alessandro Pontuale. Un sito di accoglienza e cura (0761 752282 – ufficioagroforestale@riservavico.it) che meriterebbe una maggiore visibilità e più congrua considerazione per la funzione anche sociale che svolge. Tirone racconta per tappe la storia propria e del Cras: “Il primo direttore è stato Felice Simmi, un autentico appassionato di rapaci, che cominciò la sua missione curando animali in casa e nelle scuderie di palazzo Farnese a Caprarola e continuò la sua missione fino al 2005. E a Caprarola è nato il primo centro di recupero di rapaci. Poi è cresciuto il numero del personale e si è ampliata la platea degli animali presi in carico. Dal 2005 siamo qui, operiamo come dipendenti della Regione. In particolare, il Cras è un ufficio dell’ente Monte Cimini, che è diviso in settori: uno amministrativo/contabile, uno naturalistico, uno per la comunicazione e uno per la vigilanza. Oltre a me vi lavorano cinque ragazzi e ragazze che svolgono servizio civile, da segnalare poi il contributo dei guardiaparco. Siamo impegnati sette giorni su sette, dalle otto del mattino alle otto di sera, compresi Capodanno, Natale, festivi”.
Lei al Cras come è arrivato?
“Sono romano di nascita, laureato all’Università della Tuscia. Qui sono arrivato nel 2004, assunto dalla Regione come guardiaparco nel 2005, mi sono appassionato al centro fino a diventarne responsabile nel 2016”.
Immaginiamo che dietro l’impegno lavorativo vi sia l’amore per gli animali.
“Assolutamente sì. Gli animali te li porti anche a casa quando stanno molto male e hanno bisogno di te. Non ci si stacca mai da loro. E’ un amore come quello che si prova per gli animali di appartamento. Posso affermarlo perché io ho due gatti, sì sono da sempre un gattaro”.
Quanti animali siete in grado di assistere?
“Lo scorso anno ne abbiamo seguiti circa 1.100. A settembre abbiamo già superato i 1.100 e probabilmente a fine anno arriveremo intorno a 1.300. Parlo di istrici, tassi, volpi, ricci, lupi, caprioli”.
Come arrivano qui?
“La maggior parte di essi portati da singoli cittadini. Però siamo anche presenti sulla pagina dell’ente e spulciando in rete qualcuno ci scopre. Certo non si può negare che il problema principale però sia come arrivare qui da noi, anche se colpa nostra non è. Nel 2004 è stata varata una norma regionale che prevedeva convenzioni pubbliche e/o private per la raccolta degli animali da affidare a centri quali il Cras. Avrebbe potuto essere pubblico o privato, fatto sta che ancora auspichiamo una convenzione. Magari potrebbe farlo la Asl. Voglio dire che non c’è una lacuna normativa, ma una mancanza economica. Comunque ci stiamo lavorando”.
Quale territorio comprende il Cras cimino?
“Non c’è un territorio fissato per legge. Raccogliamo animali che arrivano dalla zona Nord della provincia di Roma, da tutto il viterbese, da una piccola parte dell’Umbria e della bassa Toscana. Voglio dire che noi sul territorio ci stiamo sempre. Un paio di volte all’anno organizziamo anche giornate in cui spieghiamo cosa fare quando si trova un animale in difficoltà. La prossima è fissata per l’8 novembre”.
L’identikit degli ospiti?
“Tanti uccelli. Soprattutto animali abbastanza piccoli e non molto aggressivi che normalmente ci vengono portati da gente comune. Per volpi, istrici, tassi e caprioli provvediamo noi direttamente perché potrebbero essere di grossa taglia e quindi pericolosi”.
Come fate per i nomi. Serve una bella memoria per ricordarli tutti?
“Infatti, non diamo loro un nome. Perché talvolta lo hanno già e perché è un espediente per non innamorarsi di essi. Solo per Cleopatra abbiamo fatto un’eccezione. Ma lei ormai è di casa e quasi certamente resterà con noi per sempre”.
Chi è l’ultimo arrivato?
“Sono due, per la verità: un’oca cignoide e un gabbiano del lago di Bracciano. Ci arrivano, di tanto in tanto, anche da Prato Giardino di Viterbo. Animali di proprietà del Comune che dovrebbe a sua volta incaricare un proprio dipendente di portarli da un veterinario privato, scrivere un impegno di spese e altre incombenze. Così è meglio e più rapido far intervenire noi”.
E l’animale più problematico, per non dire pericoloso?
“Sicuramente il lupo. Qui ne abbiamo accolti due. Dal punto di vista veterinario è facilissimo da gestire perché è un cane, il problema si pone quando esce dallo studio veterinario ed entra in cattività”.
Una volta curati e guariti, che ne è degli animali?
“Li riportiamo dove sono stati trovati, lupi compresi”.
Ci può raccontare la storia che più le è rimasta impressa e forse l’ha commossa?
“Sì, è quella di una coppia di cigni proveniente dal lago di Bracciano, chiaramente intossicati. La femmina si è ripresa in fretta mentre al maschio abbiamo dovuto amputare un’ala e non poteva più volare. Dopo un paio di mesi li abbiamo riportati tutti e due a Bracciano, nel luogo dove erano stati trovati. Appena messi in acqua si sono guardati intorno, la femmina ha spiccato il volo, ma il maschio no. La femmina ha iniziato a sbattere le ali, si è guardata indietro, ma subito dopo è tornata accanto al maschio, sono scesi in acqua per poi dileguarsi all’interno di un canneto”.
Questione di sensibilità, evidentemente. Nell’atteggiamento degli umani verso gli animali si può misurare il livello di sensibilità?
“Non so, però credo che essa sia aumentata. Il nostro territorio nel tempo non è cambiato, come non è cambiato il numero degli abitanti e delle strade. Eppure negli ultimi dieci anni è cresciuto il numero degli animali che qui sono arrivati. Diciamo che c’è più attenzione”.
Accogliete tutti i selvatici?
“Tutti, meno il cinghiale perché è una specie soggetta a piani di contenimento, così come fissato da una legge regionale. Di tanto in tanto ospitiamo pure domestici particolari come pappagalli, oche, pavoni, furetti”.
Il più strano che qui sia capitato?
“Un suricato, un mammifero africano. Una specie di grosso ratto a strisce bianche e nere, fuggito da un appartamento a Viterbo, portato qui da una coppia di signori e che abbiamo riconsegnato al proprietario. Oggi con Internet è più facile rintracciare i padroni”.
Sarà difficile, immaginiamo, che la stessa cosa accada per Cleopatra…
“Be’ credo proprio che non accadrà. Meglio così, dopo dieci anni, lei si è affezionata a noi e noi a lei”.





























