Galimberti: “Educare vuol dire seguire la crescita emotiva dei ragazzi”.

Diego Galli

Si è tenuto nella serata di ieri, presso la Sala conferenze del Palazzo degli Anselmi di Viterbo, l’incontro con il filosofo, sociologo, accademico e giornalista Umberto Galimberti. Il confronto ha coinvolto una nutrita platea di docenti e di pubblico, come anche rappresentati dell’amministrazione comunale, nel particolare il neo-consigliere Matteo Achilli (FI), presente nella sala per assistere all’appuntamento.
“Educare vuol dire seguire la crescita emotiva dei ragazzi”. Tra le sue prime dichiarazioni, Galimberti ha deciso di mettere subito in chiaro quale fosse il tema dell’evento, presentato in occasione del Festival dell’Educazione Emotiva in Europa che perdurerà fino all’8 luglio. Fulcro del suo affascinante discorso, la Scuola, quell’istituzione che il sociologo stenta a riconoscere a causa dello stato di abbandono in cui il Governo italiano sembra averla lasciata da ormai vari decenni.
In Italia, come ha specificato Galimberti, sono ben 400 gli studenti che si tolgono la vita ogni anno. Un dato davvero allarmante, che è figlio di una società nichilista, dove i giovani non sono più seguiti, ma abbandonati a loro stessi.
“La ragione che porta gli adolescenti a utilizzare droghe, alcool e simili, è che tali sostanze sono da loro viste come anestetici”. Tale immenso problema sembrerebbe essere legato non tanto all’abbandono dei vecchi valori (Galimberti sottolinea, anzi, che se i valori non cambiassero nel corso del tempo saremmo ancora ai tempi di Babilonia), ma alla mancanza di uno scopo.
La nostra società, aspramente criticata dall’esperto, “ha tolto il futuro ai nostri giovani”, sempre più afflitti da una condizione di psico-apatia, un’assenza di emozioni che li sta conducendo a disinteressarsi di tutto. Complice di questo disagio emozionale, l’abuso di device tecnologici come smartphone e tablet, il quale utilizzo andrebbe disincentivato nei più giovani.
La soluzione, per questa progressiva autodistruzione dell’Occidente, risiede ovviamente nella Scuola e nelle famiglie, i due attori più importanti nel teatro di crescita dei ragazzi, ma molte sono le cose che devono cambiare. Per Galimberti le classi non dovrebbero avere più di 15 alunni: “È fisicamente impossibile, per un insegnante, seguire la crescita emotiva di troppi individui”. Questo sarebbe già un traguardo importante, se raggiunto; un altro sarebbe sicuramente quello di convincere i genitori a smettere di parlare male dei docenti poiché, così facendo, si mina alla fiducia che i giovani ripongono nelle istituzioni.
“Bisognerebbe che i professori, oltre a sapere la loro materia, fossero anche in grado di comunicarla e di affascinare”. Il monito finale di Galimberti ricorda a tutti i presenti il ruolo fondamentale dell’insegnante, che ricopre l’arduo compito di formare gli individui che edificheranno la società del futuro.

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