Don Alberto Canuzzi: il prete anima del Ceis

di Arnaldo Sassi

Don Alberto Canuzzi

Chi dice Ceis, dice don Alberto Canuzzi. Nato a Onano 82 anni fa (portati benissimo, sembra un ragazzino), è da 40 anni l’anima dell’organizzazione che si occupa del recupero dei tossicodipendenti, ma non solo. E che nel tempo è diventata una delle eccellenze a livello nazionale. Un prete in prima linea, don Alberto, incarnazione perfetta di quello che la Chiesa dovrebbe essere in tutte le sue sfaccettature.

L’incontro avviene all’interno di una casupola in legno, posta proprio all’ingresso del Ceis, mentre il nostro sta guardando in tv una partita di calcio dei mondiali (anche lui, del resto, ha diritto a un minimo di svago). Ma poi comincia subito il racconto, partendo dalle origini.

“Perché mi sono fatto prete? Non lo so” dice con un sorriso. “Sono stato scelto. Io ho solo collaborato. Ero entrato al seminario di La Quercia per studiare, ma pian pianino ho capito che c’era qualcosa di importante che dovevo comprendere. A scuola ero un po’ lavativo, ma a 18 anni decisi di fare un anno perfetto. Lo feci. Poi parlai col mio padre spirituale. Cominciai un cammino interiore ed ebbi l’illuminazione. Così scelsi di essere prete. Una scelta che si è sempre rinnovata, anche nei momenti difficili”.

E subito dopo cosa accadde?

“La mia vita si può dividere in tre momenti: per 14 anni ho insegnato alla scuola Salotti di Montefiascone, poi sono stato cappellano alla stazione Termini per tre anni e alla fine sono arrivato al Ceis. Nel frattempo ho girato ben 18 parrocchie”.

Parliamo allora del trasferimento a Roma…

“Dopo 14 anni di Montefiascone, dissi al vescovo Boccadoro che volevo fare un’altra esperienza. E lui mi mandò a Roma da don Mario Picchi, che nel frattempo aveva fondato il Ceis. Ma facevo anche il cappellano alla stazione Termini e sono stato pure a Torre Angela, dove ho trascorso un periodo stupendo, insegnando ai ragazzini. Ma continuavo a frequentare don Picchi e a imparare i suoi metodi di recupero”.

E poi?

“Eravamo nel periodo della contestazione giovanile. Mi chiamò il vescovo, dicendomi che la droga cominciava a girare pure a Viterbo. Anche se al momento si trattava solo di fumo. E allora tornai nella Tuscia, cominciando a occuparmi di questo nuovo problema”.

Così ha preso il via il Ceis a Viterbo?

“In un certo senso sì. Cominciai a Grotte di Castro, con l’aiuto di tre persone, formando una comune. Ci occupammo di tre, quattro giovani per un paio di mesi, poi li inviammo alla comunità Mondo X. Nel frattempo io e queste altre persone continuammo a frequentare l’organizzazione di don Picchi”.

Per imparare?

“Soprattutto per cambiare me stesso. Perché per capire gli altri devi prima capire te stesso. Quindi ho lavorato soprattutto su di me. Per un certo periodo andai anche a Genova e mi affiancai a Bianca Costa, cominciando a lavorare sui tossicodipendenti e sulle loro famiglie. Dovevamo cambiare i genitori per poter cambiare anche i figli”.

E il Ceis di Viterbo quando nacque ufficialmente?

“Nel novembre ’82 il vescovo Boccadoro firmò lo statuto e Calisto Felli fu nominato primo presidente. Il 15 di quel mese fu aperto il primo centro di accoglienza in via del Collegio. Mi ricordo che cominciammo con un ragazzo di Varese, poi se ne aggiunsero altri. All’inizio il soggiorno era semiresidenziale, ma i giovani aumentavano. Così, nell’aprile del 1983 aprimmo il centro residenziale della Palanzana, che nel frattempo il vescovo aveva fatto ristrutturare, adatto a ospitare i ragazzi anche di notte. Andammo avanti fino al 1987, ma il numero degli assistiti aumentava sempre più. Sicché un giorno andai dal vescovo e gli dissi che non c’entravamo più in quel posto”.

E cosa accadde?

“Accadde che ci trasferimmo a La Quercia. Qui c’era un vecchio seminario fatiscente. I seminaristi ci venivano d’estate. Il vescovo vendette alcuni terreni e fu molto d’aiuto il prefetto dell’epoca Mario Moscatelli, che ci fece avere fondi statali. All’epoca fu speso più di un miliardo di lire”.

Una mezza rivoluzione…

“In un certo senso sì. Il centro terapeutico cominciò a lavorare a La Quercia, mentre nella struttura della Palanzana spostai il centro di accoglienza di via de Collegio. Creai anche quattro case famiglia dove una mamma riusciva a badare a quattro o cinque ragazzi”.

Ma non si è fermato qui…

“Cominciai anche a pensare a un centro per coloro che, oltre al problema della droga, avevano anche problemi psichiatrici dovuti ad altri fattori, come alcol e gioco d’azzardo. Persone di una certa età, ripudiate dalle proprie famiglie. L’ho chiamato campus doppia diagnosi e l’ho intitolato a Calisto Felli. Ha cominciato a funzionare dal 1999”.

Attualmente quante persone lavorano al Ceis?

“Una trentina, tutto personale specializzato. Perché queste strutture devono essere accreditate e quindi devono avere requisiti specifici”.

Che sentimenti le provoca questa attività?

“Beh, quando viene uno che ha finito il programma e mi chiede di sposarlo o di battezzare il figlio mi sento bene. Ma quando mi telefona una famiglia per dirmi che il figlio è morto il discorso è diverso. Per assorbire tutti i funerali che ho dovuto fare sono andato a fare il cammino di Santiago de Compostela. Per scaricare la tensione”.

Com’è la situazione in questo momento?

“Oggi abbiamo buoni rapporti con le strutture sanitarie e socio sanitarie. Con la pandemia c’è stato un crollo negli ingressi, ma adesso siamo quasi al completo. Prendiamo molti ragazzi anche dal carcere. Per lo abbiamo un programma specifico”.

E’ orgoglioso di tutto quello che è riuscito a fare?

“Quello che si deve fare, va fatto. E basta”.

 

 

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