Deflagrando in “Jupiter”

jupiter

Potentissime deflagrazioni dell’immagine, velocità supersoniche che ci rendono dimentichi di corpi, masse e volumi, voli antigravitazionali diretti verso il cuore pop di un cinema inevitabilmente post. Quel “post” configura odissee interstellari, miti digitali, frontiere liquidate, nella gara olimpionica dello spettacolo sempre più roboante. Alle vette del caos la nostra intera visione sembra implodere e ritornare alle basi stesse del cinema: la meraviglia, la sorpresa, il trucco, la magia.
Penso a questo mentre assisto entusiasta a “Jupiter”, nuovo e già bistrattatissimo film dei fratelli Wachowski. Inseguimenti e colluttazioni fanno disperdere le coordinate dell’immagine, trasformando l’intero cosmo in un set espanso e privo di cornici, come se ci trovassimo in un lisergico tripudio di suoni, luci e colori. Coreografie galattiche, navi stellari che sembrano corpi di danza, esplosioni cromatiche e vertigini metropolitane (la sequenza urbana con il primo, memorabile inseguimento): ecco come il digitale ha infine modificato il tempo del cinema, squarciando i confini materiali con febbrile, “leggero” dinamismo.
“Jupiter” è un’opera strutturalmente liquida per come fa affondare supporti e volumi. L’azione più comune è quella della caduta, il cui fondo viene sempre differito. Si cade da altezze stratosferiche ma non si muore, al massimo ci si proietta sul gorgo di una vertigine in cui continuare a cadere, “per gioco”, oltre qualsiasi confine spaziale o materiale.
I Wachowski abbandonano le altisonanze del loro cinema, regalandoci un’incalzante space-opera per famiglie, che si apre a un susseguirsi ininterrotto di generosissime trovate visive. Eppure, dietro la patina da neoclassico di serie b, innescano protesi, modellamenti e sostituzioni a ogni corpo, come se la materia non bastasse più a se stessa. Senza perdersi nelle verbosità o nei didascalismi dei loro film precedenti, raccontano con inaudita leggerezza l’avvenuta colonizzazione dell’immaginario materiale e analogico. Immaginario, questo, soppiantato, messo da parte, logorato, da velocità digitali.

Con l’entusiasmo e l’ingenuità della sci-fi per famiglie anni ’80, con amore sconfinato nei confronti di universi collaudati e definitissimi (“Star Trek” prima ancora che “Star Wars”), “Jupiter” è, in fondo, il film che avrei amato da bambino. Nel suo non prendersi troppo sul serio si rivela assai più complesso e stratificato di qualsiasi altro film dei Wachowski (basta vedere la sequenza del matrimonio per avere gran prova di di intelligenza compositiva, padronanza del gesto filmico e, ovviamente, ritmo narrativo).
D’altronde si tratta di una strepitosa space-opera che inscena il cuore più nero del capitalismo, allargando le distopie di gilliamiana memoria all’intero universo. Il cosmo come enorme piattaforma commerciale, popolato da cinici e brutali imprenditori interstellari. Il profitto come obiettivo aureo di ogni forma di aggregazione umana e non: gli esseri umani sono ridotti a valori economici, a pura, sterile, grigissima merce. I pianeti, a loro volta, hanno la funzione di semplici titoli in borsa e il tempo diviene massimo capitale dell’intero universo: il bene supremo. Bisogna guadagnare tempo, bisogna avere sempre più tempo. La sci-fi liquida e digitale non può dimenticarsi di questo fattore, oggi più che mai. Il tempo è il valore assoluto (ripenso alle brillanti intuizioni del cinema di Andrew Niccol, a “In Time” e ad altre distopie esemplari).
Paradossalmente, parlando di tempo, i Wachowski sanno porsi orgogliosamente fuori dal tempo: spesso ci si ritrova a vivere il film senza più avvertire stacchi di montaggio o durate interne. E’ come se tutto divenisse un unicum in grado di avvolgerci (o sommergerci) nella sua essenza liquida. Il tempo dell’azione è totalmente frantumato e dilatato. Disorientato, disinibito, è lo spettatore stesso a vivere una sorta di cine-esperienza, in cui si scopre troppo lento per velocità incredibili. I nostri occhi cercano di stare al passo, ma si perdono continuamente in esplosioni di luci e colori. Ecco allora che “Jupiter” si colora di nostalgia e fa emergere un romanticismo d’antan, una fede incrollabile non tanto nella specie, ma nei singoli individui che, ancora una volta, fanno la differenza. Personaggi che subito diventano corpi attoriali con cui riscrivere la storia e reinnescare archetipi e piste narrative di altri tempi. Per l’appunto post (moderno-cinema-uomo).

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