“Povera Bella Galiana, quante bufale hanno inventato su di lei.Non credo che Galiana ne sarebbe contenta.
E dire che, ufficialmente, tutto quello che sappiamo di questa eroina viterbese è che era considerata una della sei nobiltà, cioè eccellenze, di Viterbo nei secoli XII e XIII. Di lei parlano cronisti viterbesi come Lanzillotto e Juzzo di Cobelluzzo, riutilizzati poi nel ‘400 da Nicolò della Tuccia senza quasi aggiungere una virgola nella sua opera storica sulla Città. Di lei parla anche una lapide a supporto di un sarcofago di epoca romana, posto sulla facciata della chiesa di S. Angelo in Spatha, dove il corpo di Galiana venne deposto dopo la sua immatura e tragica morte”.
La storia è nota. Galiana era bellissima, un vanto per tutti i viterbesi; un nobile romano se ne invaghì, la pretese in sposa ma lei rifiutò; così il nobile cinse d’assedio la città per impadronirsi della fanciulla e non riuscendo nell’impresa chiese almeno di vederla. Galiana comparve allora sugli spalti delle mura cittadine, ma il romano, preda dell’ ira e del desiderio insoddisfatto, le lanciò una freccia, uccidendola. I viterbesi dopo aver scacciato (e forse ucciso) l’assediante, celebrarono le virtù di Galiana deponendo il suo corpo nel sarcofago e piangendo a lungo il suo sacrificio per la Città. L’episodio, interpretando la lapide, molto corrotta, risalirebbe al 1138 o più probabilmente secondo vari studiosi, al 1158; perché è in questo anno che le cronache parlano di uno o più assedi posti a Viterbo da nobili romani spalleggiati ora dal papa ora dall’antipapa, ora dall’imperatore.
I citati cronisti viterbesi ne fanno menzione nei primi anni del ‘200, dandola non come mito o leggenda, ma come fatto storico. Certamente un episodio abbellito dalla fantasia popolare che faceva il gioco dell’orgoglio cittadino contro le ingerenze forestiere. Se tuttavia consideriamo le altre “nobiltà”, ben comprensibili nella mitologia di un popolo orgoglioso ma allo stesso tempo anche accettabili sul piano della loro plausibilità storica, possiamo supporre che una Bella Galiana sia veramente vissuta verso la metà del XII secolo e sia stata protagonista in qualche modo delle vicende della città.
Ma in tal caso c’è qualcosa che non va. Ed è responsabilità non solo e non tanto della fantasia popolare, ma di coloro che, esibendo una propria legittimazione culturale ed erudita, hanno inventato o tramandato sciocchezze in serie. Vere e proprie fakes. Vediamone alcune.
- Galiana fu colpita presentandosi al culmine della Torre posta a fianco della odierna Porta Faul, detta Torre del Branca, ma soprattutto Torre della Bella Galiana. Intanto sfido un tiratore scelto del XII secolo a beccare alla gola la fanciulla, trenta metri più su; ma soprattutto la Torre in questione risale al 1295, circa centoquarantanni dopo i fatti. Nel 1158 lì non vi erano mura; la difesa di quel lato della Città, da cui provenivano gli eserciti nemici che percorrevano la via Cassia a valle, era affidata agli scoscendimenti del Colle di S. Lorenzo e, dove questi si abbassavano, verso la Chiesa della Maddalena, probabilmente ad un basso muro merlato oggi scomparso. Lì era possibile che Galiana si fosse presentata e lì era possibile che fosse stata colpita.
- Altra bufala. In via Saffi, di fronte alla scalinata che scende a Via Cavour, si erge un bel palazzetto del XIV secolo, Palazzo Poscia. Una improponibile tradizione lo vuole essere stato l’abitazione della Bella Galiana. Qui siamo addirittura a circa duecento anni di distanza dalle vicende dell’eroina viterbese. Il fatto è che per alcuni Galiana era (“doveva” essere) una nobile, e quindi doveva abitare un palazzo di apprezzabili architetture, e quello lo è. Ma Galiana molto probabilmente non era nobile. Perché nel XII secolo i nobili viterbesi avevano un cognome ben chiaro, che li distingueva tra guelfi e ghibellini; e soprattutto i potenti erano tutti di origine longobarda (i ghibellini, come i Tignosi, i Cocco, i Di Vico) o franca (come i Gatti e gli Alessandri). Galiana invece è un nome che sembrerebbe di origine ispanica; c’è una storia (più che una leggenda) spagnola ambientata più o meno nello stesso periodo, in cui si narra di una Galeana protagonista a Toledo. Dunque la Galiana viterbese potrebbe essere stata figlia di un qualche mercenario spagnolo (magari persino saraceno…). stabilitosi a Viterbo al seguito di questo o di quell’imperatore.
- Ancora un terza bufala. Lo spasimante che assedia Viterbo per Galiana sarebbe stato tal Giovanni di Vico, dei Prefetti di Roma. Ci sono due Giovanni di Vico che hanno incrociato la storia di Viterbo.
Uno è il Prefetto di Roma e poi avventuriero di mille peripezie, che ben si identificherebbe con il tracotante personaggio della leggenda, ma è vissuto nel XIV secolo, un paio di secoli più tardi dell’oggetto delle sue brame.
L’altro, di scarso eco storico, è quello che nel 1178 figura alleato dei ghibellini viterbesi contro il papa; ma sembra difficile credere che l’assassino di Galiana combattesse al fianco dei concittadini della fanciulla, vent’anni dopo il suo terribile delitto…
- E poi la più improponibile di tutte: subito dopo la Guerra di Troia (XII secolo a. C.) alcuni fuggiaschi al seguito di Enea càpitano al Colle S. Lorenzo (rinominato d’Ercole da quel contaballe di Frate Annio) e qui incontrano una scrofa bianca che li invita a sistemarsi sul colle promettendo protezione. In cambio, la scrofa esige che ogni anno le sia sacrificata una fanciulla viterbese; ad un certo punto tocca a Galiana, ma salta fuori un leone che uccide la scrofa, salva Galiana e da quel momento sarà immortalato nello stemma cittadino. Ecco perché alla sua morte Galiana fu deposta in un antico sarcofago romano che riporta scene di caccia al cinghiale Calidonio. Nel sarcofago tuttavia non fu mai trovata traccia di una deposizione medievale…
Qui si mischiano storie e leggende diverse, ma quel che è peggio è che a sentire Annio le pretese della scrofa sarebbero andate avanti per circa duemiladuecento anni… altro che Matusalemme…
Insomma, della povera Galiana si è sempre fatto di ogni erba un fascio. Lo facevano i viterbesi, in onore di una ”nobiltà” leggendaria eppure legata probabilmente ad un episodio reale della storia della Città, risalente al XII secolo. Lo fecero più tardi gli umanisti che ne fantasticavano con Frate Annio in testa, convincendo molto popolo in grazia della loro falsa erudizione. Lo hanno fatto gli affabulatori nostrani per meravigliare i nipotini o catturare l’attenzione del forestiero. Lo fanno ancora oggi certi improbabili influencer per impossessarsi del mito a proprio vantaggio. Tanto, se è un mito, ci puoi sempre giocare su.
Francesco Mattioli


























