Antonello da Messina e altri maestri dell’arte italiana a Caprarola

Pietro Boschi

Pasquale Rotondi, Giulio Carlo Argan, Rodolfo Siviero, Palma Bucarelli, Cesare Brandi, Emilio Lavagnino: questi i nomi di alcuni tra i principali attori della storia della tutela e della conservazione delle opere d’arte italiane durante la Seconda guerra mondiale. Furono infatti soprattutto loro – un capitolo a parte meriterebbe però la storia del succitato Siviero, ex spia fascista e poi formidabile quanto coraggioso doppiogiochista – gli artefici di operazioni tramite cui l’immenso patrimonio di oggetti d’arte dislocati sul territorio italiano poté essere ora sottratto alle bombe ora ai saccheggi degli ufficiali del Terzo Reich, ora restaurato dopo le devastazioni belliche ora recuperato quando già indebitamente espatriato. A ben vedere si trattò di attività talvolta rischiose, perché non sempre condotte in ottemperanza a quanto stabilito dalle autorità fasciste.

Del lungo, avventuroso ed intricato capitolo del salvataggio del patrimonio artistico italiano durante il secondo conflitto mondiale non posso che lambire soltanto un paragrafo, breve ma curioso. Non fosse altro che per la cittadina in cui la storia si svolge: Caprarola.

È il 2 agosto del 1941, Palma Bucarelli, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Roma), invia alla Direzione Generale del Ministero dell’Educazione Nazionale una relazione dattiloscritta in cui, tra le altre cose, ricorda che la Galleria è affatto vulnerabile ai possibili raid aerei: le collezioni esposte vanno necessariamente, e con urgenza, allocate altrove. La Direttrice fa dunque esplicita richiesta di trasportare in un luogo sicuro le opere più pregevoli; queste le sue parole: «tale luogo sicuro potrebbe essere, meglio ancora che Cantalupo [nel castello del barone Camuccini, ndr.], il Palazzo Farnese di Caprarola che ha disponibili spaziosi locali perfettamente asciutti e riparati».

L’istanza della Bucarelli è accolta. Nel gennaio del 1943 ella comunica alla Direzione Generale l’avvenuta presa in custodia delle due sale poste al primo piano del Palazzo. Qui numerose casse contenenti opere della Galleria Nazionale d’Arte Moderna trovano finalmente riparo. Per ovvie questioni di sicurezza, nell’inventario dei trasporti delle casse non ne è indicato il contenuto (in tutto sono 672 le opere d’arte trasportate). E tuttavia due fogli che di quell’inventario fanno parte recano indicazioni di dove, all’interno dell’antica dimora farnesiana, alcune delle opere sarebbero state sistemate. A tale riguardo, la storica dell’arte Rossella Casciani, supportata dalla lettura di documenti d’archivio, ha scritto che nel Camerino dell’orologio trovassero sicuro ricovero il bozzetto di Canova inerente alla tomba di Vittorio Alfieri, una non meglio specificata natura morta di Felice Casorati, opere di Mario Sironi, di Pietro Canonica, di Arturo Tosi e di Carlo Carrà. Ed ancora la Casciani rende noto che, nel settembre del 1944, le casse custodite nel Palazzo Farnese sono al sicuro nei sotterranei. Si sa, inoltre, che il Palazzo proteggeva beni appartenenti ai Savoia (perlopiù vasellame).

A Palazzo Farnese sono pure messi in sicurezza tre dipinti di uno dei maggiori pittori italiani del Quattrocento, Antonello da Messina. Quei suoi capolavori approdano a Caprarola agli inizi del 1943; si tratta del Trittico di san Gregorio (Museo Nazionale di Messina), della Madonna Annunziata di Palermo (Galleria Regionale di Palazzo Abatellis) e della Annunciazione di Siracusa (Museo Bellomo). Quelli di Antonello erano dipinti  giunti a Roma nel 1942 presso l’Istituto Centrale del Restauro e là trattenuti dopo una mostra che ne aveva rendicontato l’avvenuto restauro. Il Trittico, l’Annunziata e l’Annunciazione rimangono a Caprarola per poco più di un anno poi, nel febbraio del 1944, vengono prelevati da Emilio Lavagnino per trovare, appena undici giorni dopo, un nuovo riparo in Vaticano. Ormai, però, la storia è scritta: in uno dei momenti più tragici e dolenti del Novecento, Palazzo Farnese si fa straordinario ricovero grazie al quale garantire sopravvivenza ad importanti opere d’arte antica e moderna.

Ecco perché, in linea con le iniziative espositive che in Italia periodicamente si svolgono per sensibilizzare l’opinione pubblica circa il rischio che il patrimonio artistico nazionale corse durante l’ultima guerra mondiale, sarebbe auspicabile una mostra. Avrebbe cioè senso, almeno sul piano euristico e non senza un’appropriata curatela scientifica, l’ipotesi di un’esposizione da allestire proprio nel Palazzo caprolatto. Perché no? Pensateci: tre meravigliosi dipinti di Antonello da Messina e altre opere d’arte  temporaneamente ricollocate ed esposte al pubblico tra le mura che le salvarono. Non sarebbe fantastico?

Foto: Madonna Annunciata, 1476 ca., Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis  e Annunciazione di Siracusa ,Museo Bellomo.  Due dipinti dei tre di Antonello da Messina che trovarono ricovero in Palazzo Farnese a Caprarola.

Pietro Boschi storico e critico d’arte laureato in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali presso l’Università della Tuscia. Svolge attività di consulenza storico-artistica per il Consorzio delle Biblioteche di Viterbo Insegna discipline storico-artistiche all’ABAV – Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo

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