Andrey Gates, quel reportage di oltre settanta anni fa, titolava “Viterbo città di pace”

Reportage della giornalista inglese Andrey Gates*

Il 21 giugno 1950 la pagina di Viterbo de “Il Messaggero” pubblicava un reportage sulla nostra città, scritto da una giornalista inglese, Andrey Gates, che è un’autentica cartolina di una Viterbo di oltre settanta anni fa: completamente ed inevitabilmente diversa da quella di oggi. Ne risulta un tenero per quanto irripetibile affresco. “Viterbo città di pace”, viene definita dalla giornalista, a dir poco affascinata dai monumenti, dalle vie, dalle piazze, dai comportamenti della gente. Insieme ad una colpa storica verso i propri connazionali: “Non so se sono stati loro a bombardare il Duomo…ma se lo hanno fatto, si dovrebbero vergognare”.

A prima vista Viterbo può sembrare una comune città di provincia con al centro l’ufficio postale e la banca, due file di negozi modernizzati lungo la via principale e poi la solita gente in automobile, in bicicletta o a piedi: uomini che vanno all’ufficio tenendo sotto il braccio la loro borsa di cuoio e donne che vanno a fare la spesa con le loro sporte…. Dietro questa facciata consueta e moderna si nasconde però la vera Viterbo: la Viterbo antica e intatta che attende il visitatore estroso che sappia sentirsi trasportato di colpo, come per una magia di Wells, in una lontana età passata. Le strade strette, pavimentate di selci logori, vanno su e giù come montagne russe e ad ogni tratto si scopre una bella fontana che appaga e rallegra la vista. Poi infine il Duomo. Una leggiadra facciata barocca e un interno spazioso e solenne a cui ancora si stanno riparando i danni dei bombardamenti. Sono stati gli inglesi? C’è da vergognarsi. Eppure io sono certa che, se gli uomini del mio paese avessero potuto vedere questo edificio, non si sarebbero mai prestati a fare qualcosa per distruggerlo. Accanto al Duomo una visione d’incanto: un arco a mezza luna sul quale poggia delicatamente il Palazzo dei Papi, eretto in quello stile particolare dell’architettura del XIII secolo che dà all’inquieto viaggiatore londinese, tormentato dalla velocità, un senso di tranquillità inimmaginabile per lui nell’Anno Domini 1950. Tutto questo colpisce, ma l’impressione più profonda la suscita il quartiere di S. Pellegrino. E’ qui che si trovano i caratteristici vicoli medievali, è qui che si erge lo splendido Palazzo degli Alessandri, circondato da case della stessa epoca. Londra, Parigi, Ginevra, Roma possono dare rievocazioni dell’età di mezzo, ma Viterbo è il solo posto dove si ha la sensazione autentica di respirare aria medievale. Avevo vagato a lungo per Viterbo, finchè finalmente, mi trovai in un vicolo scosceso, coperto di sassi, e volli seguirlo giù per la collina. Fu così che scopersi il Quartiere Medievale. Vi giunsi come un vero pellegrino che cerca finchè non ha trovato la sua Mecca. Per ore rimasi sotto il portico del Palazzo degli Alessandri, osservando come in un sogno, i contadini che tornavano con i loro asinelli carichi e si fermavano a conversare coi loro vicini o con chiunque passasse, lo conoscessero o no. Tutti chiacchieravano per il solo gusto di scambiare una parola con un proprio simile sotto il sole di mezzogiorno. Sembrava una scena fantastica per me abituata a vivere nel tumultuoso centro di Londra. Era una scena fantastica per chi di solito è costretto a viaggiare nei vagoni della sotterranea pigiato contro le porte automatiche che si aprono in pochi secondi necessari per un frettoloso passaggio; è stordito dai taxi e dai mastodontici autobus a due piani; è preso a spine da migliaia di persone ansiose di attraversare Piccadilly Circus non appena il semaforo dà il via; è irregimentato in coda a lunghe file per una rapida colazione al ristorante automatico; ha spesso soltanto il tempo di ingollare un cappuccino alla latteria; intontito da urlanti megafoni si lascia persuadere l’ultima mostra sulle rivelazioni atomiche o la più recente mostra di avanguardia; una scena fantastica, infine, per chi è incapace di sfuggire alle fauci spalancate degli ordinatissimi magazzini a prezzo fisso, in agguato lungo le strade come giganteschi mammouth finché vi vendono qualcosa: una spilla o un aeroplano. E di tutta quella miriade di facce che si incontrano e che guizzano via non uno si volta per sorridervi o parlarvi. Anche naso a naso o pigiato contro il petto sui gradini della scala mobile, nessuno vi guarda in faccia, ma tiene gli occhi fissi sull’ultima edizione del giornale. Tutti sgusciano via. Gente anonima nella terra dell’anonimo. Perfino nello storico quartiere di Westminster, dove il Parlamento siede con la bandiera issata sulla torre per indicare che la seduta è in corso, e dove i pinnacoli dell’abbazia ombreggiano le ossa dei nostri uomini famosi, io non trovo la pace del quartiere San Pellegrino, perché là vicino è la stazione Vittoria con i suoi  sfreccianti treni rapidi e perché sul Tamigi non ci sono più le chiatte che ispirarono ad Haendel la sua sublime musica dell’acqua, ma vaporetti pronti a trasportarci a Kew e Richmond in crociera di piacere con orchestre jazz e swing, per farci ballare lungo tutto il viaggio. Quando sarò di nuovo a casa nella giungla della civiltà, Fleet Street e Trafalgar Square e udrò qualcuno sospirare profondamente e dire: “Dio mio, poter essere in qualche posto pieno di pace!”, io risponderò: “Va in Italia, va a Viterbo e goditi la visione della luce dorata del sole che si riflette sulle pietre dei vecchi muri, va a Viterbo e troverai uomini e donne dai volti abbronzati che discorrono e scherzano allegramente tra loro mentre passano, senza fretta né urla, lungo la via della vita”.

 

*Testo originale tratto dalla ricerca storica sul periodo del giornalista scrittore Luciano Costantini

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