Allarme conservativo per Porta Faul devastata da crepe, esfoliazioni e fratturazioni diffuse

di Salvatore Enrico Anselmi

“Al capezzale del grande malato”, il grande malato è Porta Faul.

PORTA FAUL COMPLESSIVO

Mentre, come ogni anno, il consueto appuntamento con il giardino verticale costituito da erbe infestanti spontanee è tornato a decorare il registro superiore dell’accesso urbico, la primavera 2026 offre anche l’opportunità di constatare la serie diffusa ed emergenziale di lesioni, fessurazioni e fratturazioni al suo paramento lapideo.

 PORTA FAUL 2026 PORTA_FAUL_PARTIC. PORTA FAUL 2026 A

Il paziente rischia di soccombere a causa dell’imminente perdita di adesione e coerenza degli strati superficiali e intermedi dei conci in peperino su una superficie diffusa, che va dai registri inferiori dei montanti laterali e del fornice, ai livelli superiori. Le soluzioni di continuità, infatti, hanno creato disconnessioni della pietra che, in assenza di interventi d’urgenza, rischia di frantumarsi letteralmente e di cadere sul suolo di calpestio. Le fratturazioni che attraversano i blocchi di pietra da parte a parte, le soluzioni macroscopiche di continuità, la riduzione in frammenti lo dichiarano in modo drammatico come evidenziato dalle immagini a corredo.

Di questo monumento cinquecentesco, di committenza farnesiana, progettato da Jacopo Barozzi detto il Vignola, quindi un manufatto architettonico sostanzialmente trascurabile agli occhi di chi dovrebbe invece intervenire per la sua salvaguardia, mi sono già occupato, dalle pagine di TusciaUp, nel corso dell’ultimo anno in due occasioni.

La prima circostanza sempre in merito alla colonizzazione di piante spontanee, in quel caso una “monocoltura” di senape che ha avuto modo di prosperare e fiorire indisturbata tra aprile e maggio 2025 (https://www.tusciaup.com/le-porte-urbiche-di-viterbo-vecchie-cariatidi-in-disarmo-il-caso-di-porta-faul/337577).

La seconda, durante le scorse festività natalizie, in riferimento alla “sforacchiatura”, alla gragnola di colpi deliberatamente inflitti, alla serie di ferite inferte, ovvero alla realizzazione di numerose forature praticate sulla pietra per alloggiare viti in acciaio, nel mezzo dei conci oltre che tra le commettiture, allo scopo di sostenere i tiranti e i filari delle luminarie che hanno colonizzato anche le altre porte urbiche di Viterbo, Palazzo dei Priori, Palazzo degli Alessandri (https://www.tusciaup.com/cronache-di-natale-dallo-strapaese-le-luminarie-sotto-accusa/356929).

Lascio ai lettori il compito di calcolare, in via approssimativa, il numero di bucature praticate complessivamente ai danni dei monumenti antichi, disseminati in centro e nell’area di San Pellegrino, solo per concedere una versione natalizia di luminescenti e trascurabili panem et circenses. Si potrebbe bandire un concorso con in palio ricchi premi e cotillons! Uno di questi potrebbe essere una copia della Costituzione Italiana che, all’articolo 9 detta i principi fondamentali della tutela e della salvaguardia del patrimonio archeologico, storico-artistico e ambientale del nostro Paese:

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future
generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali».

 

Altri premi ambìti potrebbero essere un’edizione della Teoria del restauro di Cesare Brandi, nonché una versione commentata del Codice dei Beni Culturali e del paesaggio. Questi testi di sicuro dovrebbero essere oggetto di rinnovata lettura per politici e funzionari che devono occuparsi di tale materia come ordinario svolgimento della precipua funzione.

Auspicabile che non si tratti di una prima, inedita lettura.

Non è certo questo il modo per attuare un interscambio tra contemporaneità e architettura storicizzata, tra salvaguardia e fruizione pubblica da parte della cittadinanza allo scopo di operare una riappropriazione del patrimonio storico-artistico e rivitalizzare il centro cittadino. Del resto, sulla scia di un’ottica dell’incultura, di recente la città ha dovuto assistere all’esperienza fallimentare di “Un bacio a Viterbo”, che ha contribuito, con apparati “instagrammabili” (cito letteralmente l’espressione usata nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa), a ridicolizzare le vie del già martoriato centro storico. Sono ancora indelebili nella memoria i video promozionali prodotti in modo inverosimile con l’intelligenza artificiale, i cartonati in forma di centauri, caduti alla prima folata di vento, i cuori, i palloni simil festa di compleanno, la scritta con il nome della città per incrementare gli autoscatti.

Ma ritorniamo al capezzale del grande malato.

È evidente che la perdita di coerenza e l’imminente distacco dell’epidermide lapidea di Porta Faul siano stati accelerati propriamente dall’episodio natalizio, da quella forma di deliberato e gratuito degrado antropico perpetrato solo per conferire una discutibile atmosfera di festa paesana in concomitanza del Natale.

La decisione di decorare con luminarie i prospetti dei palazzi storici deve essere preceduta da una capillare verifica delle condizioni conservative degli stessi e deve sempre evitare la rimozione meccanica di frammenti lapidei, d’intonaco o stucco, a seconda dei casi, che appartengono all’originaria configurazione iconografica, strutturale e decorativa. Dovrebbe risultare pleonastico, ma forse, viste le circostanze non lo è, ricordare che un qualsiasi atto ablatorio meccanico è irreversibile in quanto sottrattivo, e altera le pregresse condizioni conservative del manufatto nella sua totalità.

Secondo gli assunti scientifici del restauro, la sottrazione di parti ammalorate deve essere sempre l’ultima ratio nell’impossibilità di intervenire altrimenti. In tal senso l’osservazione, il monitoraggio e le operazioni preventive devono avere la priorità per evitare che si verifichino danneggiamenti e circostanze ostative alla conservazione. Ma in questo caso le sottrazioni sono state eseguite non nel corso di restauri ma per ragioni opinabili e voluttuarie!

Il presente articolo lancia dunque un allarme che auspicabilmente venga ascoltato dalle autorità, chiamate a vigilare in tempi ordinari e intervenire tempestivamente in circostanze straordinarie, per assicurare la tutela del patrimonio storico-artistico di Viterbo e della Tuscia.

Unica replica a questo SOS potrà essere soltanto un intervento emergenziale.

 

L’autore

Salvatore Enrico Anselmi

Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente MIM, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia.
Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ricerca in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Moderna.
Alla ricerca affianca la scrittura con particolare dedizione per la narrativa storica e d’introspezione. 

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