Scuola “Mario Fani: “E’ essenziale intercettare la voce dei più fragili per capire i diversi tipi di bisogni”

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La questione di una città a misura di donna resta presente andando oltre l’8 marzo, come hanno mostrato le docenti della scorsa lezione della Scuola “Mario Fani”.

La professoressa Maria Raffaella Cangi ha accompagnato in un excursus storico sugli spazi urbani costruiti in funzione di uomini sani, lavoratori, efficienti. La storia delle città ha a che fare con la proiezione del senso del potere: politico, religioso, militare. E questo si innesta su una volontà di controllo sulle donne, il loro corpo, la capacità riproduttiva e quindi il confinamento a un ruolo di cura che le esclude dallo spazio pubblico. Una concezione che attraversa i secoli: ad esempio nella rivoluzione industriale lo spazio lavorativo recuperato dalle donne viene pagato con una crescente insalubrità delle condizioni di vita; nel secondo dopoguerra, se migliora la tutela della salute, le case si spostano lontano dal centro politico o produttivo, la vita delle donne si svolge in periferia, non solo fisica. Fino ad arrivare all’epoca dell’homo consumens, che esiste solo per consumare: la distruzione delle relazioni finisce per togliere anche lo spazio della cura alla donna.
Di qui la necessità di ripensare città più inclusive, viste attraverso un “occhio di genere”, che accolga le esigenze di tutte/i. A cominciare dalla percezione della sicurezza dei luoghi, esperienze ci sono (basti pensare ai sottopassaggi in Svezia, costruiti su percorsi rotondeggianti, quindi senza muri ad angolo retto che possono nascondere insidie, illuminati, con colori tenui e musica soffusa).
Da tempo, ha ricordato la professoressa Cristiania Panseri, esistono ricerche su aree urbane per mappare le caratteristiche dei luoghi pericolosi (o anche solo percepiti tali), ma anche al netto di alcuni miglioramenti generali permane la percezione femminile di città insicure: una donna vive un senso di paura tre volte superiore all’uomo; il quale ad esempio è immune dalla paura della violenza sessuale. E il rischio vissuto dalle donne diventa anche ricatto: “esci a tuo rischio e pericolo”, con una conseguente esasperazione dello stigma della donna come elemento fragile. Insomma, il clima di insicurezza patito dalla parte femminile della popolazione si configura come parte delle forme di controllo e di esclusione.
Se ne potrebbe uscire smettendo di vedere le relazioni come rapporti di potere. Un compito primario lo hanno gli uomini nle lavoro di comprensione delle paure delle donne, lavorando per gestioni condivise dello spazio pubblico: favorire I luoghi di scambio, le reti di vicinato e cambiare lo sguardo per un’assunzione di responsabilità.
La progettazione urbanistica, come ha illustrato la professoressa Giulia Luciani, ha purtroppo visto vincere la città come luogo della produzione sulla città della vita quotidiana, fatta di cura e di relazioni. Uno spazio progettato a misura di uomo, attivo, autonomo e senza responsabilità di cura nasconde o nega un’altra realtà, quella fatta di fragilità e di bisogni altri. Questo tipo di progettazione standard e univoca di per sé non è adatta a tutti, perché nessuno spazio è neutro, ma va pensato. Ad esempio ci sono città che si sono interrogati su come realizzare parchi per bambini e ragazzi: privilegiando la realizzazione di impianti sportivi, si è visto come questo allontanava la presenza femminile, che invece richiedeva panchine più vicine, più illuminazione, più aree di incontro. Partendo da queste esperienza si è capito che progettare per chi è escluso dalla città standard migliora la vita di tutti, offre possibilità nuove.
Recuperare l’idea di una città come spazio di relazioni, vuol dire contrastare la deriva di una civiltà che tende ad annullarle: vedi la tendenza all’allargamento di megalopoli in cui la comunità svanisce. Occorre considerare la città in un territorio che la circonda, recuperare la storica dialettica città-campagna: la pianificazione urbanistica è un modello di sviluppo. Ad esempio passando da luoghi monofunzionali a spazi condivisi e da abitare condividendo diverse esigenze. Per questo è essenziale intercettare la voce dei più fragili, anche andando a cercarli per capire i loro bisogni.
Sulla fragiltà e sui diversi tipi di bisogni, si rimanda appuntamento all’incontro di venerdì 13 marzo, sempre alle ore 15.30, all’Istituto Teologico San Pietroa Viterbo.
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