Via Cesare Battisti: Lola

Maria Letizia Casciani

Per I racconti del giovedì la seconda puntata de Le case della Vita. Maria Letizia Casciani ci accompagna tra i ricordi di vecchie stanze, di spazi e di affetti.…. Buona lettura

Andammo ad abitare in un appartamento situato in un un grande palazzo, in via Cesare Battisti.

I proprietari, o meglio, le proprietarie dell’intero terzo piano – madre e figlia – occupavano i tre quarti di quello spazio ed avevano affittato a noi la parte restante, che non era proprio piccola e, dopo qualche anno, sarebbe stata addirittura ampliata, con la creazione di due nuove stanze.

Prima di questo ampliamento, in quell’appartamento dormivamo tutti quanti ( eravamo quattro) in una camera, non c’era un bagno in casa e, per le necessità più urgenti, c’era da salire le scale in direzione della soffitta, dove si trovava un terrazzino con un gabinetto piccolissimo. Di notte utilizzavamo i vasi da notte, brutti, puzzolenti e rumorosi, ma questa era una cosa del tutto abituale, nelle vecchie case negli anni Sessanta.

Non essendo presente in casa un bagno vero e proprio, dotato di una doccia o una vasca, la domenica ci si lavava a turno nella tinozza, in cucina, dopo aver riscaldato l’acqua necessaria in grandi pentole di alluminio.

In effetti la vita quotidiana era piuttosto spartana, priva di quelle comodità che solo poco a poco sarebbero successivamente arrivate nelle vite di tutti. L’idea di cucina funzionale e moderna, ad esempio, era  lontana dalle nostre teste, più di quanto potessimo immaginare. Il frigorifero – quando finalmente, molti anni dopo, arrivò in casa – fu collocato nel corridoio, con un bel centrino sopra, per non farlo impolverare.

Le proprietarie della casa in cui andammo ad abitare erano una vedova abbastanza ricca e sua figlia: oltre a vivere in paese, trascorrevano buona parte del loro tempo a Roma, in un appartamento che avevano preso in affitto, dalle parti di piazza Bologna.

Tra le due donne ed i miei genitori – nonostante la differenza di età e di classe sociale – nacque subito una forte simpatia, che si trasformò molto presto in un legame di amicizia e di affetto, destinato a restare solidissimo negli anni.

La signora da pochissimi mesi aveva perso suo marito – un ingegnere di buona famiglia – che lei aveva accudito senza risparmio durante i lunghi mesi di una grave malattia.

Secondo mia madre la Signora (non usò mai altro nome per riferirsi a lei ) era affetta da quello che lei chiamava “un forte esaurimento nervoso”, per lo stress dovuto alla perdita del marito e per la lontananza dei figli (c’era una altro figlio che viveva stabilmente a Roma), che erano ancora impegnati con gli studi, in città. Non riusciva a fare i conti con la solitudine che scandiva la sue giornate. Tutto questo tempo libero doveva sembrare a mia madre una cosa inaudita e sconosciuta, visto che lei, come era stato per sua madre, aveva ogni singolo minuto della giornata scandito da qualcosa da fare, per la famiglia, il lavoro, la campagna, gli orti, da seguire costantemente.

In quel momento avrò avuto due anni, al massimo tre.

Credo che siano stati anni molto difficili per tutti noi. Mia madre si doveva occupare,  oltre che di me, di mia sorella, che era più grande di me di cinque anni; da poco tempo la mamma aveva perso sua madre, aveva sulle spalle l’impegno di un negozio di ferramenta con i suoi orari, gli orti da seguire e, di sicuro, oberata da tanti impegni, avrà trovato naturale affidarmi a quella signora per una parte della giornata. La Signora aveva a disposizione tanto tempo e fu felicissima di prendersi cura di quella bambina.

Tutto quello che a quei tempi accadeva, le decisioni prese, le reazioni, le ripercussioni, le sofferenze interiori, non avevano e non potevano generare consapevolezze particolari. Si badava al sodo e l’introspezione era un lusso sconosciuto e impensabile per quei tempi ancora difficili.

Cominciò in questo modo la mia vita “dimidiata”, divisa in due: vivevo una parte della giornata in quella enorme, bellissima, casa-  quella in cui viveva Lóla – piena di mobili ed oggetti antichi, che non erano immaginabili e presenti nell’altra parte della mia giornata e nell’altra casa, quella della mia vera famiglia.

Una casa era un luogo silenzioso, affascinante, tutto da scoprire, con disimpegni, un vero salotto, stanze da letto dove le persone dormivano da sole, c’era un bagno – un vero bagno – una grandissima cucina con un enorme camino, una dispensa accanto alla cucina, con mille cose da scoprire e mille scatole piene di oggetti meravigliosi per gli occhi curiosi delle bambina che ero.

L’altra – la mia vera casa, quella della mia vera famiglia – era piccola, rumorosa, affollata, disordinata, con le mattonelle che si sollevavano dal pavimento, infiltrazioni di acqua dal soffitto e molto fredda d’inverno.

Questo stava diventando per me il punto: quale era la mia “vera” casa?

Non potevo capirlo, allora, con chiarezza nessuno avrebbe potuto farmelo capire.

Attraversavo ogni giorno quel pianerottolo, su cui si affacciavano  entrambe le porte, dove si affacciavano le mie due vite, con leggerezza, con spensieratezza, senza sapere che ogni volta si ampliava, aumentava dentro di me un solco, nel quale sarei ben presto inciampata.

La “signora”, dunque, cominciò ad occuparsi di quella bambina. Lei per me era Lóla, anche se il suo nome era un altro. Continuai a chiamarla così fino a quando fu in vita.

Tra noi si creò un rapporto di affetto tenace e di grande complicità: mi riempì, come era prevedibile, di piccoli e grandi vizi, che lei generò e coltivò in me, senza mai preoccuparsi dello sguardo di rimprovero che spesso aveva per lei mia madre; a volte, quando mia madre mi picchiava, Lòla si frapponeva tra noi due, facendo da “scudo umano”, per risparmiarmi quella sofferenza; c’era in lei un affetto profondo e una capacità innata di dimostrarlo, soprattutto nei gesti, nelle piccole cose. La colazione con il latte, la frittatina da mettere nel cestino dell’asilo, preparate da lei, avevano un sapore unico, che posso ancora sentire, se mi concentro un momento.

Lòla era una donna estroversa e simpatica, sempre pronta alla battuta, generosa ed accogliente.

La mamma era assolutamente diversa. Era “ovviamente” diversa.

Una donna molto severa, spesso manesca. Non ricordo da parte sua particolari ricorrenti gesti di affetto, anche se di sicuro ci saranno stati. La mia sarà di sicuro una memoria selettiva, ma il confronto con l’altra era comunque perso in partenza.

La prima preoccupazione di mia madre era la nostra educazione: il nostro comportamento doveva essere sempre rispettoso e da persone ubbidienti, volenti o nolenti che fossimo. Guai a comportarsi da “sfacciati”!

La differenza tra quei due mondi era dunque enorme, troppo grande, forse, per la mia piccola mente.

Ben presto, con il passare degli anni,  mi ritrovai – come è facile immaginare – a preferire platealmente una casa rispetto all’altra. Spesso scappavo “di là”, come dicevo, senza dire niente a nessuno. Semplicemente, sparivo. Mi rifugiavo in quel mondo in cui avevo i miei angoletti, le mie cose, solo “mie”.

Da una parte c’era tutto per me, un affetto esplicito ed incondizionato, dall’altra c’era un affetto poco visibile – anche se presente – molte punizioni e poco tempo da dedicare ad una figlia troppo piccola, che non era l’unica da accudire.

Ecco: “di là” non c’era competizione con mia sorella, ero l’unica alla quale dedicarsi.

In quegli anni non c’era alcuna attenzione per le ricadute psicologiche degli eventi, c’erano altre urgenze, prima tra tutte mettere insieme le risorse necessarie per andare avanti, per il pranzo e per la cena.

Oltre a ciò – e lo capisco solo ora – in quel momento mia madre stava elaborando un lutto cocentissimo subìto quando lei aveva solo venticinque anni. Ne aveva ventisei quando ero arrivata io. Una bambina – quale era ancora lei – che, nel suo dolore, forse non riusciva a trovare spazio per un’altra bambina, quale ero io.

Forse era nel baratro della depressione, forse, semplicemente, non c’era tempo per fare tutto bene,  ma così sono andate le cose ed anche io, in quei miei pochissimi anni di esperienza, ho reagito come potevo.

Ho preso l’affetto di cui avevo bisogno, là dove lo avevo trovato.

Mi sono attaccata come una patella a chi mi ha dato amore incondizionato. E Lóla, nella sua casa me ne dava tanto.

Appena varcavo la soglia di quell’appartamento diventavo una principessina, circondata da mille attenzioni e da una valanga di affetto.

C’era da meravigliarsi se avrei preferito restare per sempre lì?

Per chi non avesse letto la prima parteLe case della Vita I parte 

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