Visto da noi: Ride, la retorica del dolore nella singolare regia di Valerio Mastandrea

di Nicole Chiassarini

“Ride”, l’opera prima di Valerio Mastandrea, scritta con Enrico Audenino, un film drammatico uscito nelle sale italiane lo scorso novembre. Racconta di Carolina (Chiara Martegiani), una donna che da una settimana ha perso il marito in un incidente sul posto di lavoro. Manca un solo giorno al funerale e lei dovrà fare i conti con sé stessa e con il dolore per quella perdita.
La vita dopo è il filo conduttore del primo film diretto da Valerio Mastandrea. Nello scenario di Nettuno, polo industriale del litorale laziale, la moglie Carolina, il figlio Bruno (Arturo Marchetti) e il padre della vittima, Cesare (Renato Carpentieri), sono i protagonisti di una storia dedicata a tutti quelli che vivono questo tipo di tragedie. Nessuno riesce ad elaborare il lutto, avvenuto improvvisamente, senza dare il tempo di rendersene conto. Passano i giorni e le persone, tutti si aspettano una reazione da parte dei tre che non arriva. Vuoto, nessuna lacrima, solo sorrisi e frustrazione per quel pianto che non vuole arrivare. Carolina, in particolare, prova in tutti i modi a piangere la perdita del marito. Mette sul Computer la loro canzone, ascolta la voce del marito negli audio del telefonino, riguarda vecchie foto, apparecchia la tavola come la sera prima dell’incidente. Ma lei ride. Sarà la sera prima del funerale a risvegliare nei tre personaggi quel dolore celato, per una perdita tanto ingiusta e brusca.
Una morte bianca quella di Mario Secondari, la vittima del film, che rappresenta quell’assenza che permette al regista di raccontare una storia su un dramma privato. A fare da sfondo c’è Cesare, padre in ansia di fronte alla morte del proprio figlio. “Ride” tocca un tema forte e purtroppo moderno, il dolore di un padre che, nella stessa fabbrica che lo rese adulto, vede suo figlio morire. Una figura tragica, divorata dal senso di colpa per non essere riuscita a imporsi di combattere le giuste battaglie operaie che avrebbero potuto salvare la vita al figlio.
Un racconto dal forte impatto emotivo che lascia trasparire l’inesperienza del regista che in alcuni momenti svia da quello che è il tema della storia e sembra come sfuggirgli di mano l’equilibri fra i personaggi e le loro storie. Le cose meglio riuscite sono comunque le idee visive, attraverso metafore in grado di spiazzare lo spettatore, come un semplice ombrello aperto in casa mentre piove dentro, offerto a chi sta accanto. Mastandrea si è trovato nell’ultimo paio d’anni ad affrontare il tema della perdita, come attore, e per la sua prima regia ha deciso di svilupparlo concentrandosi soprattutto su come reagire al lutto e su come la società stessa cerchi di imporre il come e il quando. Ma dietro la macchina da presa, rischia di imporre lui stesso ai suoi attori un’altra convenzione: il suo stile unico di recitazione. Un equilibrio molto particolare fra leggerezza e sofferenza, ironia, sotto forma di scudo protettivo, e disincanto riproposto dalla protagonista, chiaramente alter ego del regista. Ma la sceneggiatura resta diretta, essenziale, e non può che catturare l’attenzione di chi guarda quelle immagini delicate e strazianti.
Azzeccata, poi, la scelta e i tempi della musica, che trasporta gli attori nelle sue note, ma che viene bloccata da questi ultimi quando tornano alla realtà, quando non vogliono più lasciarsi trasportare da pensieri e ricordi. Chiude il cerchio la colonna sonora curata da Riccardo Sinigallia, la quale si intrinseca alla perfezione con le immagini del film, producendo, così, nello spettatore una serie di emozioni forti. Anche la fotografia ha un ruolo importante e regala primi piani dei protagonisti, come ad attendere quella lacrima che arriverà solo alla fine.
“Ride” è un film che tratta il tema della morte in modo insolito, il cui ritratto è interamente ed esclusivamente dedicato a chi resta. Un piccolo gioiello che può sciogliere qualsiasi cuore di pietra e che ha rivelato le grandi capacità di Mastandrea che, seppur a tratti ingannato dall’inesperienza registica, ha saputo creare una storia emozionante, delicata e forte allo stesso tempo, offrendo allo spettatore un momento di raccoglimento e di riflessione. Una storia intensa e la cronaca della vita dopo.

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