Villa Lante/2: il degrado oltre il giardino

di Salvatore Enrico Anselmi

Villa Lante-il degrado oltre il giardino

L’avventurato visitatore che in questo periodo si rechi a Villa Lante, il cui restauro da sette milioni di euro stanziati con fondi PNRR è stato pressoché concluso, avrà l’istruttiva occasione di soffermarsi presso le stazioni di un anomalo itinerario che si inoltra nel degrado. Questo itinerario lambisce il complesso architettonico lungo il percorso che delimita il muraglione di contenimento verso monte in direzione dell’antico barco. È quindi praticabile con estrema facilità da coloro che intendano prendere visione dell’estensione verde che circonda il nucleo qualificato dalle palazzine Gambara, Montalto e dai terrazzamenti.

È sufficiente seguire il vialetto che sale, a ridosso dell’ingresso principale al giardino formale, per imbattersi in ambienti introdotti da cancellate, arrugginite o divelte, usati come discariche, in tubature di smaltimento dei fumi e relativi comignoli di design industriale seppur in un contesto storico, in vecchie aperture di finestrate che si spalancano alla minima folata di vento e mettono in comunicazione le aree interne del sito con l’esterno. Concludono tale camminamento di passione i muri consunti sul retro di una delle logge costruite come quinte teatrali a latere della Fontana del Diluvio. L’ascesa termina ammirando le nuove tubazioni del sistema idrico ricadenti a terra e lasciate a vista.

Stato di abbandono e pericolosità            tubature dell'impianto idraulico

 

Ma andiamo con ordine. Il vialetto di cui sopra, come del resto lo slargo che introduce alla Fontana di Pegaso, è stato tappezzato da una sorta di conglomerato cementizio, in sostituzione del pietrisco e del brecciolino. Tale soluzione che deve essere apparsa moderna, compatta, tecnologica e di facile, quasi banale, manutenzione, grida il suo biancore abbacinante mentre si confronta con le cromie del peperino storico. Nel contempo assimila lo slargo stesso a una distesa, a una landa desolata, a una sorta di colata bianca, livellata all’atto della posa come se fosse stata cemento. In quanto materiale contemporaneo e tecnico, più appropriato per sistemazioni di giardini impiantati recentemente, stride in modo drammatico con le strutture plastico-architettoniche circostanti. Tuttavia è una soluzione che purtroppo si sta diffondendo. Questo non significa che, in modo indiscriminato, debba essere adottata comunque in ogni condizione. Agevole immaginare, poi, le fratturazioni e la consunzione che, con il trascorrere del tempo, saranno causate dall’escursione termica, dal dilavamento delle acque meteoriche il cui ruscellamento sarà più violento e cospicuo. Considerate anche le pendenze e l’omogeneità della superficie.

Un ambiente ricavato anticamente nello spessore del muraglione di cui sopra è chiuso da un cancello arrugginito e invaso da erbe spontanee infestanti.

Un altro, invece, si fregia di un cancello sempre arrugginito, questa volta aperto, parzialmente schermato da vecchi bancali accatastati su un lato e da un tubo metallico anch’esso rugginoso, fissato di sbieco tra gli stipiti per tentare malamente di ostruire l’ingresso. Persiste, dunque, in barba alle norme di sicurezza, un’evidente condizione di pericolo per l’incolumità dei visitatori. Perché, vale la pena ribadirlo, quest’area non è affatto preclusa al pubblico passaggio.

All’interno di uno di questi ambienti rimane abbandonato a terra, un frammento scultoreo lapideo mutilo. A una prima osservazione può essere riconosciuto come uno dei giocosi nocchieri che occupano le imbarcazioni poste diagonalmente nei quattro specchi d’acqua nella vasca che adorna la Fontana dei mori. Soppesata l’alta considerazione di cui deve godere tale lacerto erratico, chi scrive auspica non si tratti di una decorazione originale, ma almeno di un elemento recente di restauro. Tuttavia, è macroscopica e urgente la necessità di rimuoverlo da quella condizione di abbandono che squalifica l’area, declassata a discarica, e di collocarlo in un magazzino.

Frammento scultoreo abbandonato

Proseguendo si giunge, dall’esterno, in corrispondenza con la Fontana del diluvio e con la loggia di destra. Sul prospetto campeggiano i rilievi, ormai spatinati e chiarissimi, ravvisanti nel gambero l’identità della committenza (circa la pulitura radicale operata sulla pietra cinquecentesca rimando al mio precedente articolo https://www.tusciaup.com/villa-lante-a-bagnaia-la-pietra-ferita/372536). Le finestre, realizzate sul muro esterno della stessa loggia, conferiscono uno stato di deplorevole abbandono. Una rimane schermata da una grata arrugginita sulla quale si sono inoltrati rampicanti secchi, l’altra rimane aperta, con le vecchie persiane screpolate che basculano mosse dal vento. Da qui è possibile penetrare all’interno del giardino, lucrando un ingresso gratuito o, nella peggiore delle ipotesi, dedicarsi ad atti vandalici. Tutto ciò malgrado il sofisticato e tecnologico sistema di dissuasione per intrusi costituito da fili di ferro arrugginiti e in disfacimento, fissati sul muro alla base delle finestre, e da aculei spuntati sui davanzali.

Infissi ammalorati presso la loggia della Fontana del diluvio          il filo spinato e le punte metalliche

Il percorso termina costeggiando il retro della loggia. Questa parte presenta murature consunte. Persi l’intonaco e la coerenza dei conci nella loro apparecchiatura, mostra la corrosione che la devasta alla base.

L’agognata meta sommitale consiste nell’altura dove si trovano le nuove tubature dell’impianto idrico. Un vero e proprio ginepraio, costituito anche da condutture di risulta abbandonate a terra. Non sono schermate e costituiscono un elemento antiestetico in modo macroscopico. Si potrebbe eccepire che sia necessaria la loro accessibilità. Accessibilità, tuttavia, altrettanto agevole per chi intenda compiere un atto vandalico e far rimanere letteralmente a secco le fontane e i giochi d’acqua della villa.

Auspicabile che quest’ampia area ancora da bonificare sia oggetto dei prossimi interventi prima che si concluda il recupero. Malgrado il suo inserimento nel piano PNRR di restauro a beneficio dei parchi storici, infatti, il “sopramodo bello giardino” di Villa Lante è incappato in una congiuntura davvero poco favorevole. La dolente constatazione è che i criteri conservativi elementari non sono stati approntati in modo condiviso e acquisito.

Ultima notazione, la negligenza interessa anche le aree interne del giardino all’italiana. Gli operatori attivi presso le fontane hanno infatti dimenticato le tipiche fascette per il cablaggio in uso tra gli elettricisti. Si trovano nell’interstizio tra una divinità fluviale dell’omonima fontana e la parete retrostante. Opportuna la relativa rimozione. Necessario l’impiego del termine operatori perché di fatto questi sono stati reclutati tramite annunci pubblicati su Facebook nel gennaio 2025. Non erano, quindi, lavoratori dei quali l’impresa di restauro responsabile si era già servita, ma autocandidati per l’occorrenza. Il loro contratto a tempo determinato, per altro, era indicato come un accordo di impiego nell’edilizia. https://www.facebook.com/groups/restauratoricercoeoffrolavoro/posts/10161287018809075/

La domanda sorge dunque spontanea: quanti sono intervenuti sul peperino antico erano operai o restauratori?

 

L’autore

Salvatore Enrico Anselmi

Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente MIM, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia.
Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ricerca in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Moderna.
Alla ricerca affianca la scrittura con particolare dedizione per la narrativa storica e d’introspezione. 

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