«Luogo di pellegrinaggio già celebrato dai contemporanei, ancora oggi Villa Lante attira e affascina più che mai studiosi, artisti e curiosi di tutto il mondo. Negli occhi di Michel de Montaigne la sua eleganza e la sua leggiadria mettevano in ombra perfino le ville pionieristiche di Cosimo de’ Medici a Pratolino e di Ippolito d’Este a Tivoli.
In essa si fondono architettura, scultura e natura in un’opera d’arte totale, una grandiosa immagine che colpisce irresistibilmente il visitatore».
Con queste parole Sabine Frommel esordiva nella prefazione alla preziosa monografia Villa Lante a Bagnaia, Milano 2005, pubblicata con la sua curatela. Espressioni che sintetizzano al meglio le peculiarità del sito e toccano temi tornati recentemente di stringente attualità.
Gli interventi di restauro occorsi allo splendido complesso di Villa Lante a Bagnaia sono stati pressoché portati a termine ed entro il mese di giugno si celebrerà, dopo la giornata di studi svoltasi lo scorso 23 maggio che ha visto protagonisti gli attanti istituzionali coinvolti, la formale inaugurazione a risanamento avvenuto.
Per portare a compimento l’operazione sono stati impiegati sette milioni di euro finanziati con fondi PNRR. I lavori hanno interessato il risanamento della rete idraulica, degli inserti topiari, l’installazione di illuminazione e il restauro lapideo.
In questa sede vorrei condividere in via prioritaria alcune riflessioni inerenti, per l’appunto, il restauro del peperino impiegato nelle fontane e nei gruppi scultorei che le qualificano sin dal XVI secolo con il coinvolgimento nella progettazione di Tommaso Ghinucci, a colloquio con assunti ligoriani, in ordine ai legami documentari di Vignola con la Villa.
Il dato visivo macroscopico induce ad alcune considerazioni che non avrei mai voluto condividere con i lettori. Le immagini a corredo sono eloquenti. È doloroso verificare, infatti, che è stata condotta una pulitura radicale non limitata a rimuovere le sovrammissioni dovute al degrado chimico-biologico, alla formazione di incrostazioni, presenze fungine e licheniche, e a efflorescenze.
È purtroppo necessario dover constatare la contestuale rimozione della patina storica scomparsa dalle superfici degli elementi plastico-architettonici che scandiscono i terrazzamenti degradanti da monte a valle, dalla Fontana del diluvio, alla Fontana dei mori. Ovvero dall’incipit iconografico e tematico del nuovo mondo creato, come di fatto può essere definita l’intera concezione e genesi del sito cinquecentesco. Quindi non soltanto un luogo ameno di delizie e otia, ma la reificazione nella pietra e nella flora delle stazioni evolutive del logos, dall’epifania alla sua estrinsecazione nelle forme di civiltà antropica sottoposte all’egida del gambero onnipresente nella stemmatica celebrativa del giardino. Villa Lante, come noto, è stata celebrata dalla letteratura specialistica come una sorta di vera e propria nuova creazione microcosmica del mondo, che si è riverberata nella topografia del sito indotto, da conditio naturalis a facies vexata, per il tramite del genio antropico e delle età nel corso delle quali tale genio ha operato. (Per una disamina analitica e completa dal punto di vista storico-artistico si rimanda all’estesa bibliografia pubblicata in proposito).
Tappa ricorrente del Grand Tour, Villa Lante ha contribuito a qualificare quella civiltà di formazione definitoria delle identità intellettive, della committenza, del collezionismo europei in età moderna.
Un panopticon dal quale irradiare una linfa vivificante di humus culturale restituito, nel contempo, da coloro i quali hanno soggiornato in quello che “uno paradiso terrestre se po’ chiamare”.
Da questo ruolo, pur mutando ad evidenza le condizioni, la villa non è mai decaduta. Chi scrive ha svolto un sopralluogo capillare propedeutico e, con suo grande compiacimento e secondo consuetudine, ha sentito parlare i visitatori oltre che in italiano anche in inglese, in francese e in tedesco.
Rincresce constatare, dunque, come un luogo pregevolissimo, condiviso in tal senso a livello internazionale, abbia dovuto subire un nocumento all’integrità del portato materiale e ideale complessivo così come è stato tramandato nel tempo. Nocumento compiuto dal punto di vista conservativo e sul versante della trasfigurazione iconografica dell’intero complesso.
Le riflessioni che seguono pertengono a due ordini di problemi: quello filologico-iconografico e quello materiale.
Il peperino, ferito e privato della sua protezione stratificata, innescherà, come noto, un nuovo e più rapido processo di degrado in ragione della sua elevata porosità. Porosità è sinonimo di fragilità, di consistenza delicatissima che necessita di un monitoraggio ordinario costante. L’apertura della luce dei pori, non più preservata dalla sigillatura temporale, determinerà interscambi igrometrici accelerati. Tali interscambi ed escursioni termiche condurranno alla stagnazione dell’umidità, e il passaggio dallo stato liquido a quello aeriforme procurerà depositi ed efflorescenze le cui conseguenze non sono soltanto quelle di alterazione cromatica della pietra ma del suo impoverimento materico a seguito della rimozione e ablazione meccanica dovute a tali passaggi di stato. Tutto ciò è conoscenza acquisita da tempo, i materiali porosi sono oggetto circostanziato di studio specialistico consolidato da parte dei tecnici attivi nel settore, è patrimonio codificato nei testi di taglio scientifico e applicazione delle conoscenze fisico-chimiche. Sembra davvero pleonastico ribadire tali assunti in questa sede, ma evidentemente, alla luce dei recenti esiti, non lo è nella sostanza.
A restauri sostanzialmente ultimati, la percezione plastico-volumetrica della pietra scolpita, incisa, modanata, volutamente scabra nella sua natura rustica o più levigata nella sua accezione calligrafica, nel suo rapporto dialettico con lo spazio circostante di natura vexata, ha subito una radicale riduzione in direzione della bidimensionalità. Sono andate perse le connotazioni del distanziamento, della reciprocità scenografica di attanti protagonisti e di quinte laterali. È stata ricondotta a valenza ridimensionata la variazione manierista delle prospettive, in costante evoluzione percettiva, che accompagnavano il visitatore nell’itinerario, topografico e ideale. In buona sostanza è venuta meno la varietà continuativa e mutevole delle condizioni d’osservazione per condurre l’animo e i sensi del riguardante lungo una calibrata agnizione di sé e del suo ruolo di attante nello spazio.
L’albagia delle cromie chiarissime, proprie del peperino appena cavato e messo in opera, ha abraso l’equilibrio pittorico-visivo secondo il quale la degradante sequela di terrazzamenti era stata concepita come un connubio anamorfico del luco, della selva cimina ricondotti a natura geometrizzata.
Le monumentali personificazioni dei fiumi sono state denigrate dalla stessa ottusità intonsa della pietra così come appare ora. Questa è una delle aree più critiche. Qui è stato fortemente depresso, se non azzerato del tutto, in un avvicinamento ottico fittizio, il fondale plastico volumetrico nel quale si evidenziava quasi il promanare delle personificazioni rispetto al fondale bugnato delle pareti laterali. E si trattava di un raffinatissimo promanare anamorfico. I muraglioni ora conservano soltanto funzione di contenimento e introduzione al livello superiore, ma hanno perso quel valore baricentrico di superficie scenica di raffronto. Perduta la dialettica, tra valori e oggetti, che ne conseguiva.
Le preziosità calligrafiche delle decorazioni in aggetto e traforate nella Fontana dei lumini e nella Fontana dei delfini sono state poste in minoranza dall’ottundimento delle superfici.
La seconda, in particolar modo, presentava già prima degli interventi un avanzato grado di corrosione della pietra, che ora appare ulteriormente ferita da sfregi diffusi. La sua conformazione micro-architettonica, per processo additivo di registri a sezione poligonale decrescente, è stata completamente abrasa, annullata nella bidimensionalità. La bidimensionalità, infatti, è di fatto ora condizione dirimente dell’osservazione. Dirimente, ma forzosamente imposta per una sorta di disattendimento nel quale il manufatto è incappato. Difficilmente percepibile, per converso, il virtuosismo tecnico scultoreo con il quale sono stati licenziati rilievi e trafori a seguito della pervadente uniformazione a sagoma, a silhouette ritagliata.
La Fontana dei mori partecipa della stessa configurazione alterata quasi come se costituita ora di materia cementizia, e duole davvero usare tale espressione che tuttavia appare la più pregnante per definire lo stato delle cose. Lo stagno tetrapartito, delimitato da balaustre a colonnette e obelischi che ne segnalano i camminamenti di accesso sembrano pertenere a un manufatto di recente realizzazione. Cubature, avanzamenti, incavi, recessi drammaticamente ammansiti o del tutto obliterati.
Concludo con una domanda: non era possibile evitare che tutto ciò accadesse attingendo pienamente alla sensibilità e alle cautele filologiche da applicare alla fase propedeutica e operativa? In caso contrario gli assunti teorici disciplinari rimangono tali: icone decorative svuotate, manzoniane e proliferanti norme astratte circa la specifica fattispecie.
L’autore
Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente MIM, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia.
Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ricerca in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Moderna.
Alla ricerca affianca la scrittura con particolare dedizione per la narrativa storica e d’introspezione.



























