Il presente articolo fa seguito alla pubblicazione dei due precedenti su queste stesse pagine di TusciaUp, incentrati sulla definizione di “pietra ferita” e sull’evidenza del “degrado oltre il giardino”, in riferimento agli esiti dei restauri occorsi al complesso di Villa Lante a Bagnaia, eseguiti con fondi PNRR:
https://www.tusciaup.com/villa-lante-a-bagnaia-la-pietra-ferita/372536 https://www.tusciaup.com/villa-lante2-il-degrado-oltre-il-giardino/373134.
Segue anche alle Dieci domande sui restauri a Villa Lante pubblicate da chi scrive su portali nazionali di informazione e cultura:
https://www.academia.edu/169068925/Dieci_domande_sui_restauri_a_Villa_Lante; https://www.cyranofactory.com/dieci-domande-sui-restauri-a-villa-lante-bagnaia/ ).
Necessaria ora la ricostruzione di alcuni episodi e circostanze nodali inerenti la conduzione del cantiere sulla scorta degli accordi contrattuali e dei capitolati d’appalto intercorsi. Tutta la documentazione relativa è reperibile, secondo i criteri della trasparenza, della pubblica diffusione e dell’amministrazione in chiaro, nelle pagine web
Le premesse della vicenda sono le seguenti:
- I termini cronologici definiti dal PNRR per poter usufruire dei fondi stanziati, sette milioni di euro, hanno stabilito la conclusione dei lavori entro l’estate del 2026.
- L’affidamento del lotto specialistico degli interventi, inerente la cosiddetta categoria OG2, ovvero quella relativa al restauro dei beni tutelati, si è compiuto all’indomani dell’espletamento di una procedura di negoziazione condotta dalla Direzione Regionale dei Musei Nazionali del Lazio, secondo il criterio dell’ “Offerta Economicamente più Vantaggiosa”, criterio che è la risultanza della media tra ribasso economico e punteggio tecnico, rispettivamente incidenti per il 30 e per il 70 per cento.
- Se la certificazione SOA (Società Organismi di Attestazione) in riferimento alla categoria OG2, che si differenzia dalla OG1 pertinente all’edilizia generica, richiede il rispetto di parametri rigorosi dal punto di vista tecnico-disciplinare da parte del soggetto affidatario dei lavori, in questo caso l’Impresa D.P. Restauro s.n.c., – come ad esempio la direzione tecnica qualificata per quanto concerne i titoli di studio, il possesso di certificazioni specifiche circa il buon andamento e l’approvazione istituzionale dei lavori pregressi, lo svolgimento di almeno due anni nel settore, – tuttavia non contemplava, nello specifico, che dovesse essere già acquisita dall’impresa una specializzazione diagnostico-operativa sul cosiddetto “peperino idraulico”, cioè su una pietra fragile in quanto porosa, e sottoposta per secoli alla corrosione operata dall’acqua delle fontane, delle vasche e degli zampilli, e alle forme di bio-deterioramento connesse.
- I capitolati speciali di appalto hanno previsto in via generale che le metodiche da approntare si sarebbero dovute uniformare alle schede normative dell’ICR – Istituto Centrale per il Restauro. Nella fattispecie impacchi di polpa di cellulosa e sepiolite con l’aggiunta di tensioattivi e micro-aeroabrasioni a pressione ridotta allo scopo di rimuovere le incrostazioni calcaree e le forme di degrado biologico. Ciò alla luce di campionature eseguite praticando tasselli di prova relativi ai tempi di posa degli impacchi chimici e ai valori pressori in fase di pulitura.
L’impresa responsabile dei lavori è ricorsa a personale, non già noto e in servizio presso la stessa, ma reclutato tramite post pubblicati su facebook con contratti a tempo determinato pertinenti al settore edilizio.
https://www.facebook.com/groups/restauratoricercoeoffrolavoro/posts/10161287018809075/
Necessario ora trarre alcune considerazioni che offrono materia per ulteriori quesiti. Questi si aggiungono a quelli già formulati relativi alla perdita della patina e alla riconduzione del peperino al cosiddetto grado zero di cava.
- Nell’individuazione dell’impresa assegnataria dei lavori, la componente economica e la necessità di ridurre i costi unitamente all’accelerazione dei tempi tecnici di esecuzione dei lavori hanno avuto un peso specifico oltremodo significativo?
- L’impresa stessa, pur avendo certificato la propria capacità imprenditoriale e il possesso dei requisiti generali di legge, è stata tenuta a dimostrare la propria competenza nella trattazione del peperino idraulico ovvero di una fragile pietra porosa, sottoposta da secoli al contatto con l’acqua, all’immersione in essa e alla corrosione conseguente?
- In fase di redazione dei capitolati tecnici, i restauri della pietra dovevano rispettare i protocolli diffusi dall’ICR. Ma, in luogo delle metodiche calibrate e diversificate da fattispecie a fattispecie, in quanto a tecniche, modalità esecutive e impiego variato degli strumenti, si deve ipotizzare una omologazione, una standardizzazione delle pratiche e dei metodi impiegati per raggiungere i risultati nel più breve tempo possibile?
- Si è considerato quanto sia diversa la risposta delle singole unità plastico-architettoniche alla campionatura a seconda dell’esposizione, dell’immersione o del contatto con l’acqua calcarea rispetto alla pietra collocata in ambiente asciutto? È opportuno ricordare che a Villa Lante sussistono entrambe le circostanze.
- Si è valutato il necessario adeguamento dei tempi di posa delle componenti chimiche o delle modalità di rimozione fisica in base a tali diverse condizioni? O ci si è limitati a rispettare un protocollo generico presuntivamente validato da una campionatura episodica, a random e soltanto indicativa?
L’autore
Salvatore Enrico Anselmi, storico e critico d’arte, scrittore, docente MIM, è dottore di ricerca in Memoria e materia delle opere d’arte, Università degli Studi della Tuscia.
Studioso delle committenze nobiliari di età barocca in area centro-italiana, con particolare riferimento alle famiglie Giustiniani, Farnese e Maidalchini-Pamphilj, ricerca in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Moderna.
Alla ricerca affianca la scrittura con particolare dedizione per la narrativa storica e d’introspezione.


























