Un amore qualsiasi

Chiara Mezzetti

Un amore sognato in cui la sensazione che mettere nero su bianco ciò che si prova possa riordinare i pensieri. Ma quello che vedi non è mai perfetto.Tanto da sembrare alla fine un amore qualsiasi. Il nuovo racconto di Chiara Mezzetti sorprende, appassiona e invita alla buona lettura.

Ho messo il maglione dell’ultima volta. Quello nero, un po’ ruvido, che pizzica.
Barba pelo e contropelo, Acqua di Giò, due spruzzate.
Tutto come piace a te.
Tutto come deve essere.
Due Martini senza oliva, grazie. Che poi la mia signora non gradisce, che l’oliva le sporca il sapore, e le cose buone non vanno sporcate per strafare. Ho annoiato il cameriere. E sì, ti ho chiamato “la mia signora”. Ho sbagliato, lo so, non ti piace, non sei mia moglie. Non hai i bigodini tu. Che poi, per inciso, Anna non li porta mica i bigodini. Lei li ha mossi di suo, tanti grossi capelli, che sembrano le setole della spazzolina per lucidare le scarpe. Non ci puoi nemmeno passare la mano in mezzo, troppo rigidi.

Ti volevo dire che non ti ho usata. Che scopare è una roba sopravvalutata. A me me n’è sempre fregato poco. Che non era amore, no. Non nel senso che gli si dà di solito. Però era qualcosa. E che in un’altra vita ci saremmo sposati e tu saresti stata dall’altra parte. E t’avrei tradita. Con un amore qualsiasi. Saremmo invecchiati e saremmo morti. E non sarebbe cambiato niente.

Tu m’avresti detto «Ma io non ti basto?» e io t’avrei chiamata amore, gioia mia. E t’avrei presa in giro. Magari t’avrei pure detto ti amo, che tanto lo sapevo solo io il senso. E tu l’avresti presa per buona, ma dentro, nel profondo nero guasto della tua anima mutila, l’avresti capito.
Le cose buone non vanno sporcate per strafare. L’hai detto tu. E hai ragione. Niente oliva, niente sangue. Che sia qualsiasi questo amore, che mi fa stare bene e mi scalda. E scusa se non c’ho nemmeno provato. A fingere bene come te. Se non t’ho saputa amare. Mentre tu eri Giulietta, Didone, Medea. E ti struggevi sul palco, e piangevi senza rigare il cerone. Scusa se non ho avuto sensibilità nelle mani e nelle parole. Se il mio cuore è stato arido e avido, e ha preso tutto e si è strafogato dei tuoi sentimenti finti, lasciandoti lì a morire di fame. Scusa, ma non posso farci niente. Non è colpa mia. Né tua o di Anna, eh. Di nessuno. È che proprio non sono capace.

Dicevi sempre che un figlio m’avrebbe addolcito l’anima, che m’avrebbe masticato la pelle, e la scorza dura impenetrabile l’avrebbe rigurgitata in gelatina molle. Che mi ci voleva un marmocchio per capire che significa amare. Me lo dicevi e ti passavi la mano sulla pancia. E sono sicuro che pregavi. Che ci credevi. E lo volevi. Tu. Per te. Non per me. Che io lo so che non ci riesco ad amare qualcuno e me ne frego, prendo quel che viene. Sei tu che non ti rassegni, che ti ostini a voler sentire. E appoggi l’orecchio alla parete. E premi e le provi tutte. E non capisci che c’è chi sta al di là della barriera, e si fa attraversare e lambire e massacrare. E urla, piange, sputa. E poi ci siamo noi, di qua. Che non abbiamo denti, né saliva. Solo una parete bianca, di compensato. Pensavi che un figlio avrebbe demolito il muro, che ti si sarebbe attaccato alla tetta e avresti provato il sollievo di soffrire. Almeno una volta.

Credo che alla fine sia andata come doveva andare. Che una bestiola pelata che si caga e piscia addosso non sarebbe stata la soluzione. Che non sei una mamma, e partorire t’avrebbe resa al massimo fattrice. Mamma mai. Che bisogna sapersi accontentare. Morire di solitudine in due io me lo sarei fatto bastare. E invece sei morta da sola. Egoista. L’hai fatto per capriccio. Perché sei ingorda. Ti volevi fare male, che a fare male a me ci avevi rinunciato.

Ho preso il terzo Martini senza oliva, e ho detto al cameriere che la mia signora arriva sempre tardi, che le piace farmi logorare nell’attesa. Sì, ho detto proprio “logorare” e mi sono portato una mano al cuore per fingere una palpitazione forte. E non ti impuntare sulla cosa del “mia signora”. Gli ho detto che ci siamo conosciuti dal fioraio. Lui mi ha fatto sì con la testa, annoiato. Di quei cenni proprio sforzati. E allora dovevo dare una sterzata. Ho buttato lì che la coincidenza particolare era che eravamo lì ognuno per scegliere i fiori da mettere in chiesa per i rispettivi matrimoni. Che è stato un colpo di fulmine e di fortuna, un tuffo profondo nel cuore. Che t’ho guardata negli occhi e ho resettato la mia vita, che t’avrei portata via in quel momento. In braccio e via a correre verso un nuovo futuro, verso una vita più autentica, accesa. Che poi da cosa nasce cosa, e al cuor non si comanda, e certe emozioni te le senti, non si possono spiegare. Che sei l’amore unico, quello della vita. E che t’aspetterei altri cent’anni appoggiato al bancone, e berrei fiumi di Martini senza oliva nell’attesa. Il quarto giro me l’ha offerto lui. E mi ha detto «Deve essere una donna davvero speciale». E la gag stava nel fatto che alla fine gli avrei dovuto rispondere: «speciale e morta». E lui m’avrebbe offerto almeno altri tre giri. E si sarebbe sentito una merda senza un perché preciso, il magone gliel’ avrei letto in faccia, negli occhi spalancati. Altro che cenni svogliati, sbadigli. L’avrebbe raccontato alla sua ragazza, e lei con voce tenera «povero signore, come deve soffrire», immaginando il vuoto incolmabile, il tavolo apparecchiato per uno, la foto sul comodino, l’amore della vita.
E invece gli ho detto: «Un amore qualsiasi», e il quarto alla fine me l’ha fatto pagare.

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