Tuscia in pillole. Viterbo dei mestieri/2

di Vincenzo Ceniti*

Palio delle Botti di Canepina
Palio delle botti di Canepina

Lisandro, il falegname,  negli anni del dopoguerra, lavorava in via San Leonardo a Viterbo, il quartiere allora presidiato da don Alceste. Le sue mani grassocce e rugose scivolavano sul legno dopo la piallatura che poi accarezzavano  con un panno di lana intriso di spirito. Odori irripetibili.  A Viterbo  si faceva apprezzare anche il falegname Cifola, riconoscibile dai grandi baffi neri. Un vero “maestro” che aveva la  bottega in via Mazzini accanto alla chiesa di San Giovanni in Zoccoli, dopo aver anche lavorato all’interno di quella sconsacrata di San Rocco. “Zi’ Nonno” a Bagnaia godeva la fama di essere puntuale  nelle consegne. Basso, con la testa sempre rasata, di poche parole, creava mobili a buon mercato. Prezzi modici anche per piccole riparazioni. Spesso la bottega del falegname era un luogo di ritrovo per pochi amici nei freddi pomeriggi invernali, al tepore di un vecchio camino costantemente alimentato da riccioli e scarti di legno. Si parlava del più e del meno mentre e si scrutavano le mosse del falegname che piallava, squadrava, inchiodava, incollava, segava, lucidava. Ogni tanto annuiva.

La “maschera” del cinema, dotata di torcia a pila, aveva il compito di segnalare agli spettatori sopraggiunti in sala a film iniziato i posti liberi. C’era l’usanza di lasciare una mancia e quelli che la facevano con più generosità avevano il posto assicurato. A Viterbo  agli inizi degli  anni Sessanta si contavano in città numerosi  locali: Genio, Corso, Nazionale, Auditorium (appena aperto), San Giorgio (nella palestra  del collegio Ragonesi) e le arene Italia, Nazionale e Paradiso. Dal 1946 al 1952 i film venivano anche proiettati al teatro Unione,  ancorchè danneggiato dai bombardamenti. Negli anni successivi, si aggiunsero i cinema Trieste, Metropolitan, Lux e Trento (alla Quercia). Ma le “maschere” non c’erano più. 

Lo chiamavano Falchetto e faceva il carrettiere, specializzazione molto richiesta in quegli anni del dopoguerra in cui i collegamenti non erano agevoli.  Con il carretto dal pianale senza sponde, trainato da un cavallo borso e mansueto, trasportava un po’ di tutto sul tratto Bagnaia-Viterbo: mattoni, travi di ferro, sacchi di cemento, mobili, vettovaglie e altro. Falchetto era cordiale, dal fisico asciutto, sempre in canottiera e permetteva ai ragazzi di salire sul pianale per fargli compagnia lungo il tragitto. Durante le soste approfittava per foraggiare il cavallo con un sacco appeso al collo pieno di biada e altre granaglie.

Una stirpe di “bottari” si trovava a Canepina, poco distante da Viterbo, sui colli Cimini, dove esiste addirittura il vicolo dei Bottari. Fino a qualche anno fa vi si costruivano tini, botti e bigonci alcuni dei quali sono finiti nel locale museo delle tradizioni popolari. Questi vetusti contenitori che la muffa delle cantine rendeva biancastri e odorosi, venivano in tarda estate puliti presso le fontane delle piazze a suon di robusti risciacqui. Per immortalarne il rito che  rallegrava gli angoli del paese  viene organizzato durante la “Giornata delle castagne” in ottobre il  “Palio delle botti”. Una gara simile si svolge anche a Viterbo a settembre in occasione della “Festa dell’Uva” nel quartiere di Pianoscarano.

Si ricorreva al  “Sensale”  per vendere o acquistare una casa, un terreno, una vacca, un carretto. A Viterbo negli anni del dopoguerra i più conosciuti si trovavano il  sabato mattina a piazza delle Erbe dove approfittavano per un “barba e capelli” nel Salone Mainella davanti alla Fontana dei Leoni. Ne ricordo uno, alto, giacca e cravatta, sorriso ammiccante, amicone di tutti, che sostava davanti al ristorante di Gervasio all’Antico Angelo tra le carrozzelle in sosta. Un altro, che chiamavano Toto, faceva il contadino e arrotondava mettendo d’accordo con una stretta di mano venditori  e compratori. Girava con l’Apetto tra casali e campagne, trattando prevalentemente capi di bestiame.

In quanto ai “sartori” (di cui abbiamo già parlato nel precedente numero) un lettore ci informa  che a  Bagnaia erano apprezzati i lavori di  Memmo, in un laboratorio con numerose  lavoranti di ogni età, e Midio che gestiva  anche un negozio di stoffe. Va ricordato  che negli anni cui facciamo riferimento, per un vestito su misura da passeggio o da cerimonia, ci si doveva  rivolgersi al “sartore”, dal momento che era difficile trovare un abito confezionato. Dopo aver scelto il modello e il colore, si “staccava” la stoffa al negozio di fiducia,  si prendevano le misure, si facevano le  prove e le modifiche ed infine avveniva la consegna che aveva le formalità di una cerimonia.  

Ed infine Tramontana. Lo chiamavano così per la  giacca sgualcita (sempre la stessa) non ancorata ai bottoni, protetta da un “sinale” di cotone azzurro che svolazzava al vento. Brache di tela, sciarpa attorcigliata al collo, camicia di flanella, cappello alla carrettiera,  scarpe a mo’ di barche. Per farsele regalare diceva “dal 40 al 45 vanno tutte bene”.  Occhi febbricitanti e acquosi come quelli di un cane bastonato, ma  di grande compostezza e dignità, sguardo rivolto in basso per non disturbare e per difesa. Lo strumento di lavoro era un carrettino celeste a lunghe stanghe che spingeva a mano. Vi trasportava di  tutto:  bagagli per la stazione, arredi e mobili in occasioni di traslochi, pile di carte e cartone da vendere al migliore offerente. In giorni di festa  e alle partite di calcio si trasformava in “bruscolinaro”, vendeva cioè semi di zucca,  castagne toste, noccioline, prugne secche ed altro che presentava su improvvisati tavolini o portava in cesti di vimini.  Sentite questa. In occasione di una partita a Roma della locale Viterbese, si formò una comitiva di tifosi al seguito della squadra.  Tramontana era ospite nel bus col suo canestro di frutta secca.  Al ritorno – si racconta – che fosse sereno e soddisfatto.  Aveva venduto bene  e con il guadagno ebbe modo di farsi un panino con la porchetta e una “sveltina” con una baldracca di strada.  Aveva fatto giornata.

 

L’autore*

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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