Subito i “canestrari” anni Sessanta. Mi vengono in mente Patacchino, Zefferino di Pianoscarano e Guido della Gasperina di Bagnaia. Materia prima le fruste che si ottenevano da vari ramoscelli di piante, come il salice, il nocciolo selvatico, l’olivo, l’olmo, il giunco e la canna. In genere le forme dei canestri erano circolari, a tronco di cono rovesciato, con o senza manico. I nomi erano riferiti al loro impiego: capagno, capagnolo, capagnone. Ideali per raccogliere funghi, nocciole, olive, castagne, e frutta, comprese le more selvatiche.
Sempre a Bagnaia era noto Tito il “sartore”, che cuciva, ricuciva, rattoppava, scorciava, allungava, “rivoltava” e confezionava. Il suo “atelier” (si fa per dire) s’affacciava sulla piazza principale. Tra le sue lavoranti si faceva largo per chiacchiera e piglio, tale Aurelia, coadiuvata da altre “sartine”. A quei tempi acquistare un abito nuovo era complicato, sia per i costi e sia perché era raro trovarli confezionati.
“Stracciarolo donne!”. Grido festoso e rassicurante più volte udito tra le vie della città. Siamo negli anni del dopoguerra. Il suo carretto ripieno di “struffaglie” per la casa, procedeva lentamente, a passo d’uomo, subito circondato da un nugolo di ragazzi chiassosi. Le donne sapevano del suo passaggio ed erano pronte a scendere in strada con vecchi indumenti, panni non più utilizzati, coperte sdrucite ed altro per barattarli con utensili da cucina: bacinelle, cuccumelle, piatti, bottiglie, vasi e quant’altro che lo “stracciarolo” teneva a penzoloni nel suo carretto.
Passaggi meno frequenti quelli dell’arrotino, a cavallo di una bicicletta trasformata in mini-officina mobile. Mentre pedalava da fermo su un traballante cavalletto, metteva in azione con una cinghia di cuoio un marchingegno unito a una ruota di pietra abrasiva che girava velocemente, su cui affilava coltelli e coltellacci, forbici, rasoi, accette, roncole. Ingegnoso e funzionale quel barattolo arrugginito ripieno d’acqua posto nella parte più alta del biciclo, da cui cadeva regolarmente attraverso un budelletto una goccia che andava a spegnere le scintille provocate dall’attrito delle lame sulla “mola”.
Decisamente più creativi lo scalpellino e il “tornaro”. Il primo dotato di martello e scalpello lavorava il peperino e il marmo ricavandone fregi e ornamenti, figure umane, statue cimiteriali, vasi da giardino, fontane e fontanili, immagini sacre. Uno di loro, tale Alfredo Maggini, ha scolpito e riprodotto in scala ridotta agli inizi del secolo scorso la fontana Grande di Viterbo che venne sistemata nella piazza antistante il Comune di Rodi, dove si trova tuttora.

Stessa abilità per il “ tornaro” che con il legno, una sgorbia e un tornio era capace di creare vere e proprie opere d’arte accanto ad oggetti e arredi d’uso domestico, come gambe di tavoli, finestre, “ruzzoloni” e, per i più giovani, “stornavelli”, giocattoli e altro. A Viterbo le botteghe storiche si trovavano in via Saffi e in via Mazzini.
Molto richiesti in determinati periodi dell’anno i servizi dell’”ombrellaro”, abile anche a rimettere insieme i cocci di vasellame. Sempre in quegli anni, ce n’era uno che portava a tracolla una cassettina di legno con attrezzi e ricambi: trapano, qualche bacchetta, alcuni manici d‘osso finto, filo, colla, grappette di ferro, pezzi di stoffa nera. Si faceva sentire con la sua voce roca “Ombrellaio donne. Piatti, ombrelli, concoline, ziri e schifetti da accomodar”. Le donne s’affacciavano sull’uscio di casa a contrattare le riparazioni di un ombrello, di un bacile o di una brocca.
Ho conosciuto e frequentato Idolando il “bottaro” (nella foto cover) nel suo antro-bottega di Bagnaia. La sua abilità stava nel piegare le toghe con una lunga preparazione a fuoco e di fissarle alla base prima di avvolgerle nei cerchi di ferro. Armamentario di attrezzi altamente funzionale: il “raschio” per pulire all’interno le botticelle e le “cupelle” (quelle più piccole), la “fallega”, una pialla per levigare la faccia concava delle doghe, la mazzuola, l’ascia curva, da carpentiere e altro.
Un ciclista che riparava le biciclette veniva chiamato Fastidio e aveva la bottega in via Mazzini, a Viterbo. Il lavoro quotidiano consisteva nel mettere una “pezza” alle gomme bucate, formate da camera d’aria e copertone. Per individuare il foro usava un bacinella ricolma d’acqua, sempre quella, che favoriva la fuoriuscita di bolle. Poteva quindi appiccicare la “pezza” nel punto giusto dopo aver strofinato la camera d’aria con la carta vetrata. Se il copertone era spaccato, provvedeva a inserire all’interno del cerchione il “masciò”, ovvero sia un trancio di copertone meno logoro che veniva vulcanizzato.
Nella foto, il “bottaro” Idolando e la Fontana Grande di Rodi
L’autore*
Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.



























