Tuscia in pillole. Bomarzo, sesso e violenza

di Vincenzo Ceniti*

Gobbo, introverso, inibito, frustrato, esoterico, vanitoso quel tanto da pretendere di stupire il mondo. Lo scrittore argentino Manuel Mujica Lainez ce lo descrive così nel romanzo storico “Bomarzo” (Rizzoli 1962) che ebbe fortuna non solo in Italia ma anche a Buenos Aires dove c’era voglia di saperne di più sul Rinascimento italiano: artisti, poeti, letterati, scienziati, papi, principesse, cardinali e quant’altro, in alternativa a mandrie di vacche, gauchos, pampas, tango e favelas.

Il “Signore” di cui parliamo è Pier Francesco Orsini (detto Vicino) il patron dei Mostri di Bomarzo (a poca distanza da Viterbo) di cui ricorre il prossimo anno il quinto centenario della nascita (1523-2023): Lainez studiò quel singolare personaggio e il suo tempo per un paio d’anni, alla fine del Cinquanta del secolo scorso, con ripetuti e prolungati soggiorni a Bomarzo, a scrutare non solo pergamene e volumi d’archivio, ma anche la gente del posto, i loro volti, il modo di parlare, di mangiare, di lavorare, di annoiarsi, di ricordare. Perché? Sembrerebbe che in Argentina il paese dove ha vissuto Lainez (presso Cordoba) abbia aspetti urbanistici simili a quelli di Bomarzo. Sta di fatto che il romanzo ebbe grande successo (vinse anche il premio Kennedy), tanto da incuriosire un altro argentino di rango, il musicista Alberto Ginastera (1916-1983), che ne fece un libretto d’opera musicato, poi, nel 1967. Per l’appunto l’opera lirica “Bomarzo”. Ricordiamo che il Maestro sud americano (anche per lui un anniversario, il quarantesimo della morte 1983-2023) s’era già fatto sentire ai melomani con le opere “Don Rodrigo” (1964) e “Beatrice Cenci” (1971). .

La prima di “Bomarzo” (due atti e quindici scene) venne data al “Lisner Auditorium” di Washington nel 1967 e poi replicata in altri teatri fra cui il Metropolitan di New York, il Covent Garten di Londra, il Real di Madrid, oltre ovviamente al Colòn di Buenos Aires dove, però, arrivò tardi, dato che la trama del libretto, giudicata immorale, non era gradita all’allora regime argentino di Juan Carlos Ongania “Sesso ossessivo e troppa violenza”. Queste le motivazioni ufficiali. In realtà le ragioni vere della censura si rivolgevano, con malcelata ipocrisia, alla “difesa della tutela degli interessi e della morale” voluta dal governo di allora. Lo leggiamo nel libro “De padre a hija” (Da padre a figlia), pubblicato nel 2012 da Random House-Mondadori: un racconto intimo e poetico, pieno di nostalgia e bellezza firmato da Cecilia Scalisi sul canovaccio di una corrispondenza – con lettere, foto e ricordi – ritrovata occasionalmente nel 2006 in una vecchia cassapanca dalla figlia del popolare compositore argentino, Georgina, che abbiamo conosciuto a Bomarzo alcuni anni fa. Il divieto venne rimosso cinque anni dopo nel 1972 quando finalmente gli argentini potettero assistere all’esecuzione dell’opera. Fu un grande successo e soprattutto “una dolce vittoria” dopo l’incredibile divieto che venne giudicato dal mondo culturale del tempo come un vero e proprio abuso.

L’opera presenta un apparato scenico e coreografico a dir poco imponente, che rende in ogni caso difficoltoso e costoso il suo allestimento. E non deve essere neanche agevole l’ascolto per un pubblico come il nostro educato al melodramma europeo e soprattutto nostrano. Ginastera, che è un compositore di razza, ha dovuto coniugare un impianto drammaturgico tradizionale ad una scrittura musicale aggiornata coi suoi tempi. Il lavoro non è stato agevole, alle prese com’era con un testo storico, di fosche tinte, ambientato nel Rinascimento dell’area romana e, quindi, ancorato a ritmi preordinati.

Ciò lo costrinse a rimanere più attento alle necessità dell’epoca che a quelle del suo stile. Come nel Don Rodrigo, il compositore argentino non rinuncia ad evocare a tratti, con originali ed improbabili impasti, talune reminiscenze verdiane che s’insinuano, non sempre a proposito, tra melodie gitane ed istanze compositive più aggiornate. Di grande creatività musicale, tuttavia, taluni “assolo” e duetti, cui si alternano originali percussioni nelle spettacolari coreografie. La figura del duca di Bomarzo (realizzò i Mostri “sol per sfogare il cor”) domina ogni scena dell’opera con i suoi tormenti, gli insuccessi, le fantasie erotiche, le umiliazioni e le sventure.

C’è da aggiungere che nel 1964 alcuni motivi dell’opera vennero anticipati dallo stesso Ginastera in una Cantata per baritono, orchestra e voce recitante che fu rappresentata nel 2000, con prevedibile stupore, nella piazzetta centrale di Bomarzo, alla presenza della figlia del compositore argentino e di un folto pubblico. L’operazione fu realizzata con la direzione artistica di Riccardo Marini allora direttore della Scuola Musicale Comunale di Viterbo ed il sostegno organizzativo dell’Azienda di promozione turistica.

Nella cover, prove di canto davanti alla Bocca dell’Orco
Sopra, la copertina del vinile sull’opera Bomarzo

L’Autore*

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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