Tre pianoforti, un’unica voce. Marcotulli, Pieranunzi e Moroni incantano Viterbo

di Franco Treta

Marcotulli, Pieranunzi e Moroni

L’idea di tre pianoforti insieme è più spesso associata alla musica classica, con capolavori come il Concerto per tre pianoforti e orchestra di Mozart. Ma anche nel panorama italiano, l’interazione tra più pianisti è stata esplorata, come nei concerti “3 Piano generations”.
Quindi non capita spesso di vedere sullo stesso palco tre giganti del pianoforte jazz italiano.

Sabato sera, al Teatro dell’Unione, Rita Marcotulli, Enrico Pieranunzi e Dado Moroni hanno dato vita a un concerto memorabile, nell’ambito della rassegna Tuscia in Jazz for SLA. Un evento benefico che, oltre al valore solidale, ha regalato al pubblico un’esperienza musicale unica, capace di coniugare virtuosismo, lirismo e improvvisazione pura.
Le parole introduttive di Italo Leali, rese ancor più drammatiche dalla voce digitale, hanno emozionato il pubblico.

L’incontro tra i tre maestri ha subito mostrato la forza di una formula tanto semplice quanto rischiosa: tre pianoforti, tre personalità, un dialogo continuo.
Il primo brano disneyano Someday My Prince Will Come ha mostrato una amplificazione non curata con un effetto di riverbero artificiale e conseguente sovrapposizione delle note e perdita di definizione timbrica, resa ancora più evidente da linee musicali che si intrecciavano in modo non sempre leggibile, offuscando l’intenzione interpretativa.
La scelta di posizionare sul palco il pianoforte di Dado Moroni con il lato frontale rivolto verso la platea ha penalizzato la visibilità, impedendo di cogliere il gesto pianistico e il dialogo con la tastiera.
L’immortale Autumn leaves ha invece evidenziato la poetica intimista e sospesa di Marcotulli, il lirismo elegante e rigoroso di Pieranunzi e l’energia travolgente di Moroni, che si sono incrociati in un gioco di rimandi, contrasti e sovrapposizioni.

Il concerto è stato un alternarsi di momenti solistici, duetti e dialoghi a tre voci. Se da un lato le improvvise sferzate ritmiche di Moroni hanno acceso la sala, dall’altro Pieranunzi ha guidato l’ascolto verso territori di raffinate modulazioni armoniche, mentre Marcotulli, con la sua tavolozza timbrica ricca di sfumature, ha portato equilibrio e profondità.
Ma è indubbiamente l’interpretazione del brano St. Thomas del sassofonista Sonny Rollins che ha convinto di più. L’effetto complessivo è stato quello di una conversazione musicale ininterrotta, capace di trasformare ogni spunto in un nuovo paesaggio sonoro.
Infine la melodia sospesa tra dolcezza e malinconia di My Funny Valentine è divenuta terreno ideale per le ardite modulazioni e note “fuori” della Marcotulli, la raffinatissima ricerca timbrica e interplay di Pieranunzi e la libertà improvvisativa di Moroni che non sacrifica mai la coerenza: le sue invenzioni mantengono sempre un filo narrativo chiaro.

Alla fine, ciò che poteva sembrare una sfida – mettere insieme tre pianisti di tale statura – si è rivelato un incontro generativo, un organismo musicale vivo e unitario, capace di emozionare e sorprendere. Un concerto che ha confermato, ancora una volta, come l’improvvisazione jazz, quando praticata a questi livelli, sia una vera forma d’arte collettiva.
Ma è l’insegnamento e la presenza di Italo che ha sovrastato l’esperienza musicale.Potrebbe essere un'immagine raffigurante testo

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