Nell’attuale dibattito sulla crisi del centro storico viterbese, appare opportuno richiamare alcune nozioni fondamentali che possano costituire un punto di partenza per ogni riflessione e progettualità sul tema. Si tratta di considerazioni fondate sulla più recente letteratura scientifica, formulate con l’intento di offrire un quadro analitico il più possibile rigoroso e distante da impressioni che, pur legittime, comprensibili e rispettabili, restano inevitabilmente esposte alla soggettività e alle diverse sensibilità ideologiche.
I dati di ricerca
Sintetizzare la serie di riflessioni emergenti da un vasto repertorio di studi e ricerche scientifiche sulla crisi dei centri storici è operazione complessa, perché si finisce per usare il machete dove occorrerebbe maneggiare il bisturi. D’altronde, non si può affrontare il tema sulla sola base di un “forte sentire”, di un wishful thinking che ci pone talvolta come Davide di fronte a Golia senza il conforto della protezione divina.
Quando si parla correntemente di crisi dei centri storici è necessario considerare quali sono i bisogni attuali della società, quali i fattori che garantiscono una migliore qualità della vita. Ebbene, la stragrande maggioranza degli indicatori di qualità della vita adottati oggi dai vari Istituti di Ricerca fa riferimento ad una convivenza urbana “moderna”, nella quale contano abitabilità, sostenibilità, qualità dell’aria, igiene e salute, facilità di spostamento privato e pubblico, spazi verdi, sicurezza, ecc. Tutti fattori che non sembrano funzionare adeguatamente in un centro storico, perfino quando esso sia di pregio.
Le indagini sul campo svolte in Italia (ma anche nel resto d’Europa) soprattutto mediante questionario rivolto ai residenti, testimoniano delle difficoltà intrinseche della vita quotidiana nei centri di origine medievale e rinascimentale, sorti e sviluppatisi in risposta ad esigenze e contesti storici e culturali molto differenti dall’oggi. Difficoltà che peraltro si erano già rivelate già l’avvento della società industriale: nelle grandi metropoli europee, si assiste dalla seconda metà dell’Ottocento e per tutto il primo Novecento alla sistematica distruzione del tessuto storico delle città storiche a favore di una trasformazione degli spazi urbani che risponda alle nuove esigenze della vita moderna. Perfino negli Stati Uniti, dove pure le città non hanno avuto mai mura e sono nate “on the road”, si sviluppa nella prima metà del Novecento quel processo di dilatazione degli spazi abitativi e di comunicazione, che indurrà Jane Jacobs a dolersi per la fine della vita comunitaria.
In realtà per quasi tutto il Novecento in Europa, e segnatamente in Italia, il problema sembra essere – piuttosto che quello dei centri storici – quello delle periferie, che nelle pionieristiche indagini di Franco Ferrarotti appaiono degradate, ghettizzate, marginalizzate rispetto alla vita del centro città. Gli esempi delle periferie romane degli anni ’50-‘60, e più tardi di Corviale a Roma, Librino a Palermo, Scampia a Napoli, Quarto Oggiaro a Milano – tanto per citarne alcuni più noti – parlano di una progressiva marginalizzazione sociale che produce devianza in varie forme (come hanno dimostrato anche gli studi della Nuova Scuola di Chicago degli anni ’60) e quindi di una qualità della vita e di una condizione di sicurezza in caduta libera. Ma è proprio nelle periferie che si è delineata la possibilità, applicata poi in contesti più vasti, di una ”rigenerazione urbana”, in termini di opportunità di lavoro e di sviluppo socioeconomico, di partecipazione sociale, di mobilità pubblica e privata (la “città dei quindici minuti” teorizzata dall’urbanista Carlos Moreno), di offerta socioculturale, di spazi verdi funzionali ad un complessivo recupero ambientale ecosostenibile. Non si dovrà dimenticare che gli urbanisti che hanno prefigurato una “città ideale” contemporanea, emergente da una logica di rigenerazione e di sviluppo qualitativo dell’abitare quasi mai sono partiti da un centro storico, ma da una residenzialità ex novo o di periferia, dove c’è più “spazio”.
La modernità, insomma, ha portato di certo prospettive nuove e stimolanti ma anche una accelerazione della crisi dei centri storici. La scelta degli indicatori di qualità della vita di cui si è detto in precedenza, che penalizza di fatto la vita nei centri storici, deriva proprio dai dati della ricerca scientifica, che oggi certificano alla base dello spopolamento le difficoltà architettoniche dell’abitare, i costi e i limiti della manutenzione, i vincoli giuridici, i problemi di accesso e di spostamento, le carenze igieniche, l’inevitabile mancanza di verde pubblico attrezzato, l’impossibilità di governare a pieno la sicurezza sociale (oggi addirittura fonte primaria del dibattito politico ed elettorale).
Che fare?
Le strategie di resilienza alla crisi dei centri storici, ancorché benvenute, presentano inevitabili criticità. Malgrado la valorizzazione degli spazi monumentali di interesse turistico, malgrado una possibile utilizzazione come residenzialità temporanea (hotel, bnb, cohousing, coworking, coliving professionale e universitario, ecc.) e la realizzazione di centri di irradiazione sociale e culturale in edifici storici di pregio, difficilmente decollerà un ri-popolamento, una sorta di gentrificazione “virtuosa” (mi si passi l’apparente ossimoro) con conseguente ripresa delle attività commerciali di varie dimensioni e qualità.
Peraltro eventuali sconti e incentivi amministrativi per chi abita o chi affitta in centro possono ritorcersi paradossalmente sul processo di rigenerazione stessa dei luoghi, se questi – diventando a buon mercato – finiscono per trasformarsi in ulteriori recessi e ghetti di precarietà sociale. Cento anni di studi al riguardo (i primi datano agli anni ’20 del XX secolo), ma anche soltanto l’osservazione di cosa accade oggi in alcuni spazi del centro storico di Viterbo, testimoniano di questi rischi, creando disparità e scontro sociale, piuttosto che inclusione e cooperazione. Gli stessi incentivi promossi in una logica di rigenerazione urbana vanno dunque calibrati in modo da non inficiare le aspettative di qualità della vita definite dalle forme di convivenza proprie del XXI secolo.
E’ quindi evidente che il problema va affrontato con interventi strutturali drastici, di forte e audace impatto.
Eccone alcuni, tra quelli individuati sulla base delle considerazioni emergenti nella letteratura scientifica (sociologica, urbanistica, ingegneristica, giuridica, economica), quindi a partire dalle indagini condotte tra gli abitanti e i residenti:
- a) salvaguardare l’involucro esteriore delle abitazioni rivoluzionandole dall’interno (moderni impianti di climatizzazione, redistribuzione degli spazi, uso di nuovi materiali e di tecnologie avanzate);
- b) creare comodi e accessibili parcheggi di prossimità, anche sotterranei;
- c) assicurare una mobilità pubblica capillare, continua, quasi h 24 (nel caso di Viterbo si deve parlare di una “città dei cinque minuti”, altrimenti non è conveniente) che può competere con l’uso dell’auto privata;
- d) garantire alle vie del centro condizioni di attrattività, accesso, controllo, sicurezza, igiene comparabili con quelle dei centri commerciali;
- e) realizzare spazi verdi ospitali.
Il tutto, però, richiede ragguardevoli investimenti finanziari pubblici e privati e in qualche caso differenti e aggiornate filosofie e politiche di tutela dei beni storici.
Un’ulteriore possibilità, considerata da vari studi e non esclusa dalle proposte precedenti, è quella di trasformare il centro storico o gran parte di esso in una sorta di “disneyland” (termine usato anche in pubblicazioni scientifiche, ad esempio per Venezia sebbene in taluni casi in senso negativo): attrazioni consolidate, tra monumenti e ristorazione caratteristica e di pregio; ricettività alberghiera anche di alto livello; opportunità esperienziali di vario genere in taluni contenitori residenziali storici; reiterazione di eventi sparsi lungo tutte le vie; ecc. Nel caso di Viterbo, vi sono notevoli potenzialità – storico artistiche, culturali, termali, enogastronomiche, ambientali – da giocare positivamente su vari tavoli. Qualcuno purtroppo, in ambiti politico-decisionali oltre che disciplinari, definisce la “turistificazione” come un pericolo per i centri storici, perché i proprietari si limitano a soddisfare esigenze a breve termine. Eppure, è proprio la turistificazione che altrove ha evitato la marginalità, il degrado, il dis-arredo… Chiaramente, accanto ai forti investimenti necessari (a questo punto, anche privati), occorre elaborare una “narrazione” in grado di attirare masse di visitatori e investitori nazionali e internazionali, come sanno ben fare ad esempio in Toscana, dove riescono a far diventare eccezionale ciò che altrove potrebbe apparire banale.
In ogni caso, si tratta di strategie complesse e sofisticate che, si badi bene, non possono derivare solo dal “forte sentire”, da letture animate da buona volontà ma spesso prive di adeguati strumenti analitici. Al contrario, vanno affidate a professionisti d’esperienza nei vari settori coinvolti. Non c’è posto per improbabili palliativi coloristici, sentimentali e persino demagogici; il problema dei centri storici non si affronta con impressioni o nostalgie, ma con ciò che un secolo di studi urbanistici e sociologici ha già messo in evidenza.
Sottolineerei l’aspetto sociologico, cioè l’analisi comportamentale e motivazionale della disaffezione dell’abitare in centro di cui si è detto in precedenza. Insisto su tale aspetto anche perché nella recente discussione del piano di recupero del Centro storico presentato dal Comune (peraltro benvenuto e necessario perché fondato sullo studio scientifico piuttosto che su considerazioni ideologiche ed emotive a orecchio), è stato detto che sono stati messi assieme “urbanistica, architettura, restauro, geologia, economia e design, così da avere una fotografia della realtà del centro storico”. Tuttavia, dove sono le fotografie “sociologiche” e motivazionali? Forse qualcuno avrebbe dovuto tener conto anche degli indicatori e dei trends sociali e socioeconomici della qualità della vita. Forse qualcuno avrebbe dovuto chiedere ai frequentatori dei centri commerciali perché fanno lo “struscio” lì, invece che al Corso; e ai residenti a S. Barbara, al Carmine, al Riello, al Murialdo o all’Ellera perché abitano o sono andati ad abitare lì, invece che a via della Pace, a via S. Pietro, a via Mazzini, o a via Cardinal La Fontaine. Oggi si discute molto di San Pellegrino, centro storico di altissimo valore architettonico e turistico: i residenti lamentano mancanza di parcheggi, decadenza, carenza di igiene, vivibilità difficile. Purtroppo non si può pensare che lì si possa avere l’auto sotto casa (ma al Carmine sì…) e godere di certi servizi commerciali che oggi hanno bisogno di ampi volumi di mercato (l’artigiano di qualità, il negozio di souvenir vanno bene, ma già un forno per cento abitanti fallirebbe dopo tre mesi).
Intanto resta il fatto, inequivocabile, che negli ultimi venti anni sono scomparsi dal centro centinaia di esercizi commerciali (almeno quaranta solo in Corso Italia) e che, se non fosse per gli immigrati costretti per motivi economici, oggi in centro – dati statistici alla mano – abiterebbe meno di un decimo della popolazione viterbese.
Il problema insomma non è amare o non amare il centro storico. Il problema è capire se si possa, o si voglia, davvero renderlo compatibile con le forme della vita contemporanea.
L’autore*

Già Professore Ordinario di Sociologia alla Sapienza Università di Roma – Dipartimento di Sociologia e Comunicazione






















