Il verbo scegliere deriva dal latino ex-eligere, composto da ex: fuori da ed eligere: selezionare, eleggere. Letteralmente significa “tirar fuori scegliendo” ossia decidere quale, tra più opzioni, sia la più adatta alle proprie esigenze.
In un’estate asfissiante per le elevate temperature e per un dibattito pubblico asfittico, polarizzato da posizioni ideologiche che sfuggono al buon senso, nella serata di lunedì 20 luglio Sigfrido Ranucci sale sul palco del teatro romano di Ferento e apre il suo spettacolo “Diario di un trapezista” offrendo al pubblico l’opportunità di partecipare a un ragionamento, innanzi tutto restituendo il significato alle parole. A una in particolare, non a caso, La scelta è anche il titolo del penultimo libro del direttore e conduttore di Report, pubblicato nel 2024, a cui è seguito Il ritorno della casta, saggio uscito quest’anno in cui analizza i retroscena su politica e magistratura, entrambi editi da Bompiani. E la capacità di scegliere, oltre a quella di fiutare dettagli apparentemente marginali e allo spirito di osservazione, è un elemento essenziale per la professione del giornalista d’inchiesta.
Un mestiere che Ranucci ha scelto di interpretare con l’abnegazione e il senso di responsabilità ereditati dal padre, sottufficiale della Guardia di Finanza, e che è riuscito a praticare ad alti livelli grazie a incontri di spessore, su tutti quello con Roberto Morrione, storico giornalista RAI, fondatore di Rai News 24 e suo grande maestro, a cui è legata la prima inchiesta a sua firma “Fallujah. La strage nascosta” sull’uso del fosforo bianco in Iraq, che ha avuto un’enorme eco internazionale mentre in Italia incontrò numerosi ostacoli per la diffusione. Dallo schermo che occupa la scena scorrono le immagini degli orrori provocati dalle armi chimiche, vietate dal diritto internazionale ma utilizzate dall’esercito americano durante le brutali offensive nel 2004, mentre all’opinione pubblica era stata rifilata la falsa informazione che la guerra era finita l’anno prima. Versione smentita proprio dal lavoro di Ranucci, che dribbla l’ostruzionismo trovato in Italia e fa uscire la notizia all’estero, cambiando radicalmente la percezione di quella storia, perché fare giornalismo sul campo significa prendere decisioni che cambiano per sempre il corso delle cose.
L’autoritratto che il reporter consegna di sé è quello di un uomo che coincide esattamente con il lavoro che ha scelto di fare, passando al setaccio informazioni, collegamenti, coincidenze e ascoltando voci per decidere come raccontare i fatti che il potere è incline a silenziare. Sempre lo stesso modus operandi, applicato per ogni inchiesta – dall’ultima intervista al giudice Paolo Borsellino, al crac Parmalat, all’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York, passando dal caso dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi e dall’incontro all’autogrill tra Matteo Renzi e l’ex 007 Marco Mancini – che sono costate minacce, pressioni e intimidazioni sia a lui sia alla sua squadra.
Una tendenza confermata anche di recente con la sospensione in via cautelativa da parte della RAI delle repliche estive di Report e l’avvio di verifiche interne “in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci”, in merito alle indagini, attualmente in corso, della procura di Roma per l’attentato subito dal giornalista a Pomezia l’ottobre scorso.
In un clima di così alta tensione, è inevitabile a volte cedere allo sconforto ma Ranucci prova a non perdere l’equilibrio e, come un trapezista, salta per aggrapparsi a nuovi contesti, ponendosi sempre la solita domanda: “Qual è la scelta giusta?”. Per trovare ogni volta la risposta, nel rispetto del tacito accordo che lo lega a un pubblico che crede ancora nella legalità e nella giustizia sociale. Un’intesa che nella sera di lunedì 20 luglio è stata rinnovata con profonda stima dalle numerose persone presenti a Ferento.






























