RACCONTI BREVI/ Non basta, ne sono sicuro

Il medico ha detto che ha sfiorato di poco l’infarto. Lo terranno settantadue ore in osservazione, visti i sintomi e l’età di mio padre. È la prima volta che vengo da ‘familiare del paziente’. A sette anni dovette portarmi al pronto soccorso per una caduta in bicicletta: c’era una discesa che dava su dei garage proprio a fianco a casa nostra, con un paio di compagni delle elementari volevamo sfidarci a chi sarebbe arrivato per primo in fondo alla discesa. Il risultato fu un dente e un gomito rotti. Non se la prese con me più di tanto, lui era quello che nella mente di mia madre doveva tenerci d’occhio. Mia madre non è ancora arrivata, l’hanno chiamata un paio di volte al cellulare ma non risponde. Mio padre è stato trovato nel parcheggio di una stazione di servizio a un chilometro da dove viviamo, il medico che era sull’ambulanza ha detto che era da solo.

Passa qualche ora prima che arrivi mia madre, è una fontana che tracima, le lacrimano pure le rughe. Rimaniamo seduti ad aspettare, tutta la sala aspetta di sapere che il peggio è passato, incastriamo lo sguardo sulle mattonelle, il distributore automatico ci nutre a dosi troppo piccole. Dovremmo essere ricoverati anche noi. Mia madre mi si aggrappa alla manica del cappotto, non ho smesso di sudare da quando sono entrato. Le chiedo come sta, se vuole un bicchiere d’acqua o qualcosa da mangiare, catatonica, le trema il labbro superiore quasi un tic. Una coppia sulla trentina seduta davanti a noi ha appena saputo che fra ventotto settimane, lei, darà alla luce una femmina. Lui, ha tutta l’aria di aver capito che fra ventotto settimane si tornerà a farlo senza la preoccupazione del pancione. Lei, ha la classica posa di chi sarebbe pronta a prendersi questa splendida responsabilità anche senza l’aiuto di lui.

Non ci fanno sapere niente, file di camici bianchi sostano davanti a noi, nessuno ha il coraggio di guardarci, ridono scambiandosi battute a cui solo loro sanno trovare un senso. Qualcuno al banco delle accettazioni inizia a dare di matto, lancia fogli in aria, la segreteria dietro il vetro con le mani sulla scrivania osserva incredula. Qualcun altro si alza dal proprio posto per cercare di capire cosa stia accadendo o per sedare la situazione. Il corpo minuto della donna autrice di questo piccolo inferno, singhiozzando inizia a raccontare; ha pagato con dei soldi falsi, credo che non ne fosse consapevole. La persona al banco ha iniziato a dubitare che il gesto fosse voluto. Lei ha provato a spiegarsi con scarso successo, la segretaria ha continuato a insistere senza darle modo di farle capire che la banconota era stata presa a caso dal portafogli. La scena, dopo un’insensata minaccia di avvertire la polizia da parte di qualche infermiere passato lì per caso, si è conclusa dopo un paio minuti buoni di offese gratuite da entrambe le parti col cambio della banconota.

Vedo passare il dottore con cui ho parlato prima, lo rincorro e gli chiedo se ci sono notizie, buone notizie. Mi prende sottobraccio, dovrà fare un ciclo di antibiotici e sarà costretto a limitare gli sforzi. Se la caverà, ma dovremmo stargli vicino, ha bisogno del vostro amore, dice il dottore, gli rispondo che l’amore non basta, ne son sicuro. 

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