“Nella mia coscienza”, il secondo racconto breve di Margherita Cafagna

di Margherita Cafagna

Nella mia coscienza
Avrei voluto spogliarti fino a mostrarti senza pelle.
Trovare il cuore del tuo cuore, ignorando l’inconsistenza della superficie tangibile.
Eppure ogni giorno, persa nel tempo, mi limitavo ad osservarti passare.
Come ciclo vitale, ti scorgevo, continuavo a camminare fino a sfiorarti, per poi sentire il tuo
corpo oltrepassarmi.
Presente, passato e futuro.
Qualcosa di tuo viveva in me. Una proiezione materica dell’immagine di quel qualcuno che
nel caos perdevo. La verità è che non volevo parlarti, non volevo intaccare in nessun modo
l’illusione entro la quale surrealmente mi cullavo.
Non volevo tu avessi modo di sentire la mia voce, di udire la mia risata, di scrutare la mia
felicità, la mia noia, i miei desideri inesauribili.
Non volevo nemmeno potessi conoscere il motivo del mio esistere.
Volevo solo sentissi il mio sguardo aprirti ogni volta, con la facilità con cui una lama taglia le
mie porzioni di cibo.
Puntualmente, perfezionavo il mio infatuato disegno, avvelenando i polmoni di chimico fumo
al sapore dolce di mentolo, appoggiata, priva d’identità, su di un muro qualsiasi.
Mi perdevo in congetture inconfutate, opprimendo i miei sensi privi di scampo. Nulla di
tangibile, udibile, nitido donavo alla mia mente come materia prima su cui intessere. Non
volevo creare, non volevo raccontare a me stessa cosa sarebbe potuto nascere, essere,
esistere.
Non volevo sapere.
Volevo solo sentire, sentire oltre ogni concretezza appurabile.
E tu eri il mio ostaggio inconsapevole ma violato.
Ad ogni sguardo sollevavo uno strato di pelle, uno ad uno, con la delicatezza con cui si
accarezzano le pagine del proprio libro più amato.
Ed io amavo irrimediabilmente amarti in silenzio. Amavo essere padrona senza possesso,
senza cause nè conseguenze a cui dover sopperire. Amavo persino essere perennemente
strattonata ai due poli più estremi delle mie membra. Da una parte la futile e scalpitante
attrazione. Dall’altra, l’estasi serena dell’illimitato.
Fuori dal mio flusso di coscienza, il sole si affievoliva lentamente, portandosi metodicamente
con se le voci stanche delle persone. Tra i loro suoni, cercavo la tua ombra. Volevo avere la
possibilità di conservare il tuo odore prima che le porte della biblioteca si chiudessero,
tramutando gli individui in frammenti dispersi di città.
Come da tradizione, aspettavo che il tuo camminare proseguisse oltre i miei occhi, dietro la
prima curva a sinistra rispetto all’uscita principale. Di rimando, avevo il permesso di potermi
allontanare definitivamente, percorrendo obbligatoriamente la direzione opposta per
raggiungere casa. Mi Illudevo non esistesse distacco, poichè il tempo a seguire era mero
intrattenimento nell’attesa del giorno a venire. Mi costringevo a mantenere il pensiero saldo
sul rapido avvicinarsi dell’indomani, del tuo corpo accanto al mio, per quel prezioso secondo.
Il tuo profumo tra il mio fumo, i tuoi occhi troppo assorti per agganciare i miei.
Ed io, io ero incandescente. Costantemente accesa.
Per chi? per cosa?
Che importanza ha…Puoi morire in un indefinibile attimo, per incuranza altrui, per mancanza
d’amore, di chi conosci, di chi hai sempre ignorato, di chi ti ha sempre ignorato ma hai
agognato. Per amor proprio.
Che cos’è l’amore se non una perpetua eccezione, tanto vale permettere sia tu la mia
eccezione. Ora, adesso, domani…forse.
L’eccezione spegne ogni altro respiro, spegne il mio, lasciandomi in apnea.
Un uomo? Una donna? Esiste? Che importanza ha… è l’eccezione, la mia.

L’AutriceNasce a Roma, classe 1996, una crescita adolescenziale nella Tuscia, assaporando gli scorci del lago e della campagna montefiasconese. Amante degli animali, condivide oggi la sua vita di studentessa all’Accademia di Brera, con il suo amato cane. Ha scritto recentemente per TusciaUp due reportage sulla Milano del Covid-19. Apprezzati dai lettori.I racconti brevi sono il suo esordio nella scrittura.

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