Luciano Zuccaccia, i suoi scatti un ponte sospeso tra passato e modernità

Luciano Pasquini

Luciano Zuccaccia. Fotografo, Bibliografo, possiede più di millesettecento libri fotografici di tutto il mondo, scrittore, un “viaggiatore”, non uno che semplicemente si sposta, come il più delle volte accade. Lo incontriamo nel quartiere di San Pellegrino, dove si è appena conclusa una sua apprezzata mostra sulla città di Persepolis in Iran. Foto in Bianco e Nero realizzate con la pellicola e stampate nella sua camera oscura, dove la luce radente fa risaltare i guerrieri Assiro-Babilonesi e la ricchezza dei particolari dei bassorilievi, frutto di una padronanza del mezzo espressivo, che esalta l’arte di una grande civiltà che nei secoli non ha subito grosse contaminazione da parte di altre culture. Il discorso inevitabilmente va sul viaggio in Iran, della bella esperienza con gli studenti universitari di Teheran, un popolo giovane, colto, ospitale e aperto, dove come in ogni paese islamico ci sono regole e tabù da rispettare. Nel libricino di presentazione che ha disposto in occasione della mostra, si è ispirato a Byron, uno dei più grandi scrittori di viaggio, nella prefazione incuriosisce una scritta con caratteri islamici, è un versetto di un poeta Iraniano, Hafez, e del più grande poeta dell’Iran; si dice che ogni famiglia iraniana tenga in casa, accanto al Corano, una copia del suo canzoniere che abitualmente viene usata come forma di saluto, la strofa in qualche modo, rivela la grande sensibilità di un popolo nei confronti della poesia. Da sempre impegnato nella rappresentazione dei luoghi, ha condotto diverse ricerche fotografiche. Luciano Zuccaccia fotografa e scrive anche della Tuscia e il recente lavoro “Gente di Francigena” parla appunto dei pellegrini e viandanti che la percorrono. Un lavoro che si avvale di più di duecento foto e interviste dove viene evidenziato la ragione per cui ci si mette in viaggio, come nel caso di Peggy Beaman, di anni 71 vive a Asheville, North Carolina, USA insegnante in pensione, “che preferisce la via Francigena al più famoso cammino di Santiago, sua nipote Katie, di undici anni, ama fare dei braccialetti di filo e alcuni anni fa me li diede da dare ai pellegrini che avrei incontrato, facendo loro una fotografia e chiedendo da dove venivano…”, o come Adalberto Castro di anni 61 che vive a Essert-Pittet, Svizzera di professione direttore dei lavori in edilizia, partito da Lucca che afferma: “Cercare in profondità il proprio essere e, in qualche modo ritrovarlo e riscoprire le cose essenziali, aiuta a rimettersi in gioco. Ci si rimette ‘al passo’ coi propri bisogni e le proprie esigenze, si precisano le priorità della vita”. Ciò che li accomuna tutti è un bisogno interiore di riscoprirsi che soltanto il camminare lento e ripetitivo porta alla luce, come una mantra, una dimensione dimenticata ma che esiste in ognuno di noi.
I suoi lavori sono stati pubblicati su libri, riviste e cataloghi d’arte. Non solo una firma ma un vero artista.

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