Le case della vita: verso via dell’Orticello

di Maria Letizia Casciani

L’incapacità di accettare il distacco da qualcosa che cambia emerge nel nuovo racconto di Maria Letizia Casciani divisa sempre tra due opposti.In tal caso da una casa ad un’altra: da via Cesare Battisti a via dell’Orticello. “Ho sempre provato una grande simpatia per Bernardo l’Eremita.Da quando (ero una bambina) mi è capitato di leggere sull’enciclopedia Conoscere le caratteristiche di questo animale, ho pensato che il suo stile di vita poteva essere anche il mio…”Buona lettura.

I miei lavoravano duramente da anni per costruire la nuova casa: avevano venduto cose, case, licenze, fatto disegnare progetti, richiesto permessi, fatto debiti, avevano dato inizio ai lavori per quella che consideravano una tappa fondamentale nella loro vita: avere finalmente una casa tutta loro. La svolta, finalmente, almeno dal loro punto di vista.
Avevano acquistato il terreno dell’Orticello e lì sarebbe nata la nostra nuova casa.
Non mi ero resa conto di nulla, non mi ero accorta del lavorìo incessante dietro le quinte e di sicuro non avrei potuto essere felice di quella novità. Dentro di me odiavo anche solo l’idea di lasciare la “mia” casa, quella a via Cesare Battisti, a tal punto che avevo preferito fare finta di nulla, ignorare tutto, mettere la testa sotto la sabbia. Quella nuova casa, per quanto mi riguardava, non esisteva e non poteva esistere. In realtà, gli eventi procedevano velocemente, a prescindere dai miei desideri.

In principio c’era stato l’Orticello

L’Orticello in principio era stato un orto.
La bellezza di questo pezzetto di terra – che apparteneva alla famiglia di Lola – stava nel fatto che si trovava in pieno centro del paese. Un pezzo di campagna a due passi dalla piazza principale, davanti alla basilica, vicinissimo a tutto. Era stato un piccolo paradiso: ci si arrivava scendendo delle scale di pietra molto ripide e ci si ritrovava a godere della bellezza dei solchi lavorati, delle gabbie con gli animali, dei muretti da cui spuntavano le lucertole.
Molte delle foto della mia infanzia sono state scattate lì. Con Lola, o Rosella, con mia madre ed i miei fratelli scendevamo spesso quelle scale, per andare a raccogliere l’insalata, a vedere i conigli, a giocare con la neve o a prendere il vino nell’enorme cantina, tanto lunga da congiungersi, in qualche punto, con le catacombe cristiane della vicinissima basilica.
In fondo a quel pezzetto di terra si trovava un vecchio e grande tino di legno, utilizzato come fontanile: c’era sempre un filo d’acqua che scorreva e attirava animaletti di ogni tipo.
Andare all’Orticello, per noi bambini, era sempre uno spasso.
Ad un certo punto mia madre e mio padre acquistarono da Lola quel pezzo di terra per costruire la casa in cui saremmo andati ad abitare.
Non ricordo quando decisero di farlo, ma quel progetto accarezzato a lungo, per qualche motivo, divenne finalmente reale. Non ci feci troppo caso. I bambini molto spesso non danno troppo peso ai progetti degli adulti e direzionano le loro antenne in modo tale da non essere disturbati dalla vita reale, restando immersi nel loro mondo fatato.
Per i miei questa casa rappresentò un importantissimo passo in avanti: niente più affitto da pagare. Il progetto finale prevedeva la costruzione di due grandi appartamenti molto grandi e luminosi. Tanto spazio e tante belle novità che si aprivano, per tutti noi.
Una vera camera da letto per noi figli, due bagni due. Un camino. Un tinello, accanto alla cucina. Una sala da pranzo degna di questo nome.
Intorno alla casa, poi, sarebbe restato abbastanza spazio per un grande giardino, per degli alberi, addirittura un orto da coltivare, per avere subito a portata di mano le spezie, un po’ di insalata, qualche pomodoro. La svolta, dunque, un passo avanti decisamente positivo.
Dentro di me, non la vedevo così.
Non riuscivo a trovare niente di bello in quel cambiamento. Non volevo una nuova casa: mi trovavo benissimo in quella vecchia. Perché cambiare? Sentivo che la mia vita sarebbe stata stravolta da quella rivoluzione. Non ci sarebbe stato più il pianerottolo, con i due ingressi. Avrei dovuto abbandonare Lola, le mie piccole abitudini, la mia cuccia calda e non volevo farlo. Chi mi avrebbe consolato nei momenti di tristezza? Chi mi avrebbe dato protezione? Vedevo un futuro incerto davanti a me.
Non andai mai a vedere la nuova casa. Non partecipai con trepidazione ai piccoli e grandi disguidi che si verificarono durante la sua costruzione. Quando si profilò all’orizzonte qualche ritardo, dentro di me ne gioii, perché questo avrebbe significato poter restare di più a via Cesare Battisti. Non volevo quella stupida novità: non avevo mai abitato in quelle stanze e già le odiavo. Tutto qui.
Il mio disagio cominciò ad esprimersi in un modo sotterraneo, tutto interiore.
Ero sempre stata una studentessa modello.
Il passaggio dalla scuola elementare alle medie mi aveva fatto capire le mie potenzialità e le avevo espresse nel modo migliore. La mia pagella era stata regolarmente una delle migliori dell’istituto. In terza media, proprio nell’anno del trasloco, il meccanismo si inceppò, nel momento in cui si profilarono tutti quei cambiamenti. Venne a mancarmi la solidità di pilastri che forse avevo creduto incrollabili. O, molto più probabilmente, questo piccolo cataclisma ebbe la sfortuna di coincidere con quello dell’abbandono del mondo dell’infanzia verso territori sconosciuti ed inesplorati. Persi le mie certezze e con esse anche l’autostima. Il crollo, infatti, si verificò nel terreno che per me era sempre stato più sicuro: il rendimento scolastico.
Durante l’esame che avrebbe sancito il mio passaggio dal guscio protettivo della scuola di paese alla dimensione della scuola superiore, fui colta dalla paura e crollai. Il mio esame fu deludente.
Il voto di uscita fu molto buono, ma non quanto tutti aspettavano. Da allora – e per molti anni – ogni esame da affrontare si rivelò sempre penoso e foriero di ansie.
Ero stata una bambina solare, apparentemente felice e scanzonata, mi trasformai in un’adolescente inquieta, insoddisfatta e molto ribelle. In pochi mesi. Lo spazio di un’estate. Complice, un trasloco. Complice, una casa nuova che già odiavo.

Trasloco n.1

Andammo a vivere in quella nuova casa a dicembre, proprio all’inizio dell’inverno. Ricordo il giorno del trasloco come un incubo. Restai nella casa di via Cesare Battisti fino all’ultimo istante, aggrappata alla mia vita precedente, come un gatto che resiste disperatamente con le unghie per non farsi tirare via dalla cuccia calda. Non volevo lasciare quella casa, anche se era vecchia, anche se pioveva dal soffitto, anche se vivevamo ammucchiati. Era la mia casa e sarei voluta restare lì. C’erano le mie cose. C’era Lola. C’era la mia vita di sempre.
A farmi odiare la novità contribuirono gli enormi disagi iniziali, tutti legati al fatto che erano mancati i soldi per portare a termine tutto quello che sarebbe servito per vivere bene e nel comfort in una nuova abitazione.
Non c’era riscaldamento: l’impianto per i termosifoni era stato preparato, ma sarebbero trascorsi anni ed anni, prima che si riuscisse ad averli in funzione e tutto questo si verificava perché non avevamo più soldi.
Ci si riscaldava un poco con una stufa in mezzo al corridoio e con il caminetto in tinello. Le stanze erano gelide, perché la casa, essendo nuova, era ancora molto umida. La prima sera, per sopravvivere a quel disagio, coprimmo le finestre con della vecchie coperte e nei letti ci riscaldammo con le borse dell’acqua calda, che si rivelarono insufficienti. Il gelo: dentro e fuori.

La filosofia di Bernardo il Paguro

Bernardo il Paguro ha il ventre troppo molle, la natura non lo ha dotato di una corazza tutta sua, è indifeso e, se vuole sopravvivere in un mondo di predatori, deve possedere un ampio e forte guscio in cui trovare accoglienza e riparo. E’ però un animale che nel tempo cresce e si accresce, pertanto, di tanto in tanto, è costretto a cambiare conchiglia.
Passa molto del suo tempo a perlustrare il fondo del mare, trascinandosi dietro quel suo guscio posticcio, sempre un po’ largo, ma per lui preziosissimo.
Vaga, in cerca di abitazioni nuove, conchiglie vuote e spaziose, in cui sentirsi a suo agio. Quando ne avvista una, si avvicina, la palpa, sonda ogni suo punto, valuta se può essere più confortevole, ci pensa su un attimo e poi, zac! Si fionda velocissimo nel suo nuovo monolocale e riprende il suo vagare.

*Maria Letizia Casciani è nata in un paese della Tuscia. Ama molto leggere, in particolare romanzi e saggi. La scrittura è una passione che coltiva nei ritagli di tempo rubati al lavoro. Vive e lavora a Viterbo.

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