La storia del Monastero di Santa Rosa e i conflitti nella gerarchia ecclesiastica

di Luciano Costantini

E’ come se fosse lì da sempre: grigia nei colori, sobria nella linea neoclassica, aspetto severo. Perfino la sua cupola dà l’idea di imponenza antica anche se eretta solo poco più di un secolo fa. Eppure la nascita (e la crescita) della chiesa di Santa Rosa a Viterbo è stata difficile,
agitata, convulsa, fino a coinvolgere un’intera comunità religiosa,vescovi, preti e due pontefici, Innocenzo IV° e Alessandro IV°. Di quest’ultimo, nato Rinaldo dei Signori di Jenne e spentosi a Viterbo nel maggio del 1261, si sta ancora cercando la tomba sul colle del Duomo. Fin dall’inizio del tredicesimo secolo, dunque qualche decennio prima della morte (1251) di Rosa, alcune pie donne hanno creato, in prossimità della porta di San Marco, sopra il torrente Arcione (poi Urcionio), prima un oratorio e più tardi un monastero di clausura. Sono semplicemente “povere monache racchiuse dell’Ordine di San Damiano” alle quali Matteo, vescovo della città, ha concesso di riunirsi liberamente in cambio soltanto di una libbra di cera all’anno da donare alla chiesa viterbese nel giorno dell’Assunta. Il loro modesto orto inizialmente serve soltanto per assicurare la sopravvivenza, poi viene ampliato con una parte del terreno sul quale avrebbe dovuto sorgere il palazzo imperiale di Federico II°, raso al suolo ancor prima di essere completato (1251). E’ un dono inattesodi Innocenzo IV°, formalizzato con bolla papale nel 1256, e successivamente confermato da Papa Alessandro IV°.

Un modestissimo convento, con annessi chiesetta e orto, nel quale le monache osservano in
serenità e in preghiera la regola che ha dettato loro Gregorio IX°. Uno spazio che, dopo la morte di Rosina, diventa inevitabilmente anche luogo di culto della pulzella viterbese. Papa Alessandro “per il timore che non si stabilisse un qualche altro oratorio in quelle vicinanze dopo la sua (di Rosa) morte e turbasse i sonni delle monache di San Damiano” isola il monastero all’interno di una zona franca. In particolare, il pontefice con una bolla datata 25 febbraio 1255, ordina al vescovo di impedire, sotto pena di scomunica, la costruzione di altri conventi e se del caso radere al suolo qualsiasi altro edificio religioso entro il raggio di 1.000 passi (seicento metri) dalla casa delle Damianine. Ma non tutto va come il Santo Padre vorrebbe perché quel fazzoletto di terra, a ridosso delle mura e già dell’imperatore di Svevia, apre una accanita contesa tutta interna alla comunità ecclesiale: il vescovo di Viterbo diffida da subito le non troppo amate sorelle Damianine a prenderne possesso in quanto l’area donata è già stata concessa al vescovado, come attestato da un documento emanato dal
Legato Pontificio e antecedente l’ultima bolla papale.

Insomma, non può cambiare proprietà un bene che il predecessore di Papa Alessandro ha prima trasferito al vescovo e alla città tutta. Immediate rimostranze delle monache e altrettanto rapido intervento di Papa Alessandro che cancella di proprio pugno la disposizione del Legato e ordina al vescovo di non più molestare le suore di San Damiano. Caso chiuso? Tutt’altro, perché entra in scena certo Pietro Capotosto. Chi è costui? Un modesto prete
(probabilmente il sacerdote di Santa Maria del Poggio alla Crocetta dove Rosa è stata battezzata) che ritiene ingiusto e spropositato il provvedimento del papa e che intanto ha riunito attorno a sé tanti fedeli di Rosa. Fonda addirittura un oratorio che intitola Monastero di Santa Rosa per “cacciarvi dentro quante femmine devote condividessero con lui l’entusiasmo per la Santa cittadina”.

Il prete Capotosto (nomen omen) sfida addirittura le disposizioni papali e trasforma l’oratorio in convento all’interno dell’area protetta delle Damianine. Se il vescovo chiude un occhio le suore protestano di nuovo con Alessandro IV°. Altra bolla e altro ordine al presule di Viterbo: si demolisca il nuovo monastero, si caccino le sorelle, vengano scomunicati tutti coloro che si oppongono e se necessario intervenga la magistratura ecclesiastica.

Il risultato finale è una sorta di compromesso: il vecchio complesso di San Damiano con la sua chiesa resterà a svettare, solo e incontrastato, sul colle sopra l’Urcionio, ma dovrà chiamarsi Monastero di Santa Rosa per il resto dei secoli.

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