“Io mi ricordo”: Anni 50, una giornata al mare nei capanni di Tarquinia

Vincenzo Ceniti*

Che ricordi io, agli inizi degli  anni Cinquanta la spiaggia di Tarquinia era praticamente priva di ogni servizio. Il  vasto arenile, compreso tra la riva del mare e il tombolo retrostante, era dotato di un’unica  fontanella con un filo d’acqua che assolveva al compito di “doccia” per togliere di dosso  la sabbia nerastra dopo il bagno.  E si doveva fare la fila. Utile in ogni caso  per pulire viso e mani dopo un’abbuffata di cocomero.                                                                                                                                        Nel periodo estivo funzionava  un collegamento bus della “Compagnia Reduci” tra Tarquinia, la stazione e il lido. Da Viterbo (piazza del Plebiscito davanti alla sede dell’allora Ente Provinciale per il Turismo) partiva ogni giorno  per il mare alle ore 8,00  un bus della “Società I. Garbini & C.i” (di solito un Fiat 626 con la guida a destra ) in cui  prendevano posto una trentina di persone ben munite di sporte e fagotti con il pranzo: pasta al sugo, zuppa di patate, frittate, polli arrosto, fettine fritte panate, cocomero ed altro. Ritorno alle ore 19,00. In andata sosta a Monte Romano per la pizza e al ritorno a Vetralla per il gelato. Gli autisti lo sapevano e accontentavano i passeggeri con soste prolungate. Bus giornalieri estivi anche da Tuscania e  Vetralla. Non esistevano piatti e bicchieri di plastica, per cui occorreva munirsi di una minimo di stoviglierie che dopo l’uso si sgrassavano con la sabbia e si sciacquavano con l’acqua di mare.  Il cocomero si metteva al fresco sul bagno-asciuga. L’acqua da bere naturalmente si portava da casa insieme a generose bocce di vino.

Cabine primordiali

Ci si riparava dal sole in capanni generalmente composti da una cabina di legno preceduta da uno spazio protetto da cannucce e dotato di tavolo e panche. In quei tempi era un lusso. Per i bisogni “leggeri” si andava dietro la cabina e per quelli più impegnativi tra i tomboli  assolati, ricoperti da sterpaglie e vegetazione pungente. Gli autisti che si alternavano d’estate alla guida del bus (ricordo i nomi: Tinti e Castellani) avevano il privilegio di cambiarsi e pranzare all’interno del torpedone. Potevano anche utilizzare per il bagno a mare una grande camera d’aria nera. Chiesi un giorno di salirci sopra. Non l’avessi fatto mai. Scivolai e la  lunga valvola aguzza  mi  procurò un graffio dolorosissimo lungo tutta la spina dorsale peraltro arrossata dal sole.

Bagno in acqua dolce

Il passatempo preferito erano il  beach volley (non si chiamava ancora così), i giochi intorno all’ombrellone e  la passeggiata lungo la battigia che facevamo in gruppo, con gli amici del capanno (mi viene in mente tra i tanti Gianfranco Ciurluini, poi sindaco di Tarquinia negli anni Novanta). Si andava verso i ruderi del porto Clementino (solitamente invaso dalle alghe) dove si trovava la cabina-salvataggio dell’unico bagnino: Tonino,  baffi neri, denti bianchissimi sporgenti, pelle grinza bruciata dal sole, fisico asciutto  e un cappello da marinaio. Qui riparavano le barche dei pescatori dopo l’uscita in mare. Lungo la spiaggia non era difficile  incontrare alcune casematte in cemento armato, residui dell’ultima guerra. Venivano usate come maleodoranti gabinetti.

In alternativa si andava alla foce del Marta per un bagno in acqua dolce e pulita. Oggi sarebbe impensabile. Presso le sponde del fiume si trovavano alcune baracche di legno a mo’ di palafitte,  dove i pescatori manovravano con l’argano grandi reti per la cattura dei pesci.

Nell’estate del 1953 arrivai alle Saline dove giravano alcune scene del film “Divisione Folgore” con Lea Padovani ed Ettore Manni per la regia di Duilio Goletti e le musiche di Nino Rota. Spesso si raggiungeva il mare di Tarquinia in bicicletta attraverso Vetralla e Monte Romano. “Mitico”  e faticoso il passo della Turchina. Da Viterbo ci volevano un paio d’ore, considerato anche che lunghi tratti di strada non erano ancora asfaltati.

Andate via, il mare è nostro

Il primo “insediamento” turistico lo si deve ad un gruppo di operatori del posto che costruirono intorno al 1952 il ristorante Gravisca preso in  gestione da Giulio Giudizi, allora titolare a Tarquinia-paese dell’omonimo “Gran Ristorante” (davanti al busto di Garibaldi), rinomato per i “rigatoni all’etrusca”. Disponeva di una terrazza vista mare dove Rinaldo (figlio di Giulio)  soprintendeva ad una ventina di tavoli. Gli fece eco successivamente il ristorante Miramare (gestito da Isauro Giudizi fratello di Giulio)

Con quelle strutture cambiarono le abitudini alimentari. Si continuava a portare il pranzo da casa, ma di tanto in tanto si prendeva ad asporto da Gravisca una porzione di spaghetti alle vongole o altro. Si faceva la coda nella porta posteriore, quella della cucina con uno o due  piatti in mano. La cuoca  appena possibile lo riempiva di pasta. Si tornava al capanno a passo solenne con la fierezza di portare un trofeo. Non dimenticherò mai i profumi di quella cucina. Si avviarono, poi, alcune lottizzazioni molte delle quali, troppo a ridosso del lungomare, costituiscono ancora oggi ferite paesaggistiche irreparabili. La corsa alle seconde case era iniziata. Ciò impedì, però, il sorgere di alberghi, cosicché nei successivi anni Sessanta il Lido di Tarquinia, a causa anche di un piano urbanistico privo di servizi ricettivi per il turismo, non ebbe quell’impulso riscontrato in altre località soprattutto dell’Adriatico. Ultima annotazione. Quando i viterbesi col bus arrivavano al mare, i tarquinesi dicevano “Andate via, il mare è nostro”.

 

*Console di Viterbo del Touring Club

 

Foto: I ruderi di porto Clementino

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