Il Liceo Classico “Mariano Buratti”, la storia e la vita 

di Luciano Dottarelli 

Liceo Classico “Mariano Buratti”
Nella vicenda della scritta “Casa del Balilla” ricostruita o “ricreata” a seguito di restauro sulla facciata del Liceo Classico “Mariano Buratti” di Viterbo, che per ragioni personali ho potuto seguire con ritardo e in modo intermittente, mi ha dato da pensare l’intervento – come sempre non banale – dello stimato amico Peppe Sini, animatore del Centro di ricerca per la pace. Pur nell’invito fermo e perentorio a rimuovere la scritta, per elementari ragioni morali in primo luogo, egli esprime la sua “solidarietà” alla sovrintendente Margherita Eichberg, ritenuta oggetto addirittura di un’ “infame campagna di insulti”.
È un genere di pensieri a cui non avrei dato corpo con le stesse parole ma che hanno attraversato in qualche modo anche la mia mente.
So che in un ruolo apicale la responsabilità – nel senso del rendere conto pubblicamente delle scelte compiute dall’amministrazione che si dirige – ha una dimensione collegiale, che richiede di far conto sui collaboratori e dunque la costruzione di un contesto di lavoro affidabile, una visione d’insieme e tempo adeguato per l’approfondimento delle singole questioni. Non conosco personalmente la sovrintendente, ma per i compiti che ha accettato di assumersi e da alcuni suoi interventi pubblici, non ho motivo di dubitare che la sua azione sia ispirata al principio costituzionale di “adempiere le proprie funzioni con disciplina e onore” a tutela del patrimonio culturale della Repubblica che è stato affidato alle sue cure. Né tantomeno riesco a immaginarla animata da una personale volontà di rivalsa storico-politica da attuare obliquamente attraverso lo strumento del suo ruolo pubblico.
E allora come è potuto accadere che sulla facciata dell’edificio di via Tommaso Carletti, del tutto a sorpresa, si materializzasse quella scritta senza alcuna non dico preventiva discussione pubblica ma neanche minima avvisaglia?
Forse, per comprendere fino in fondo quanto accaduto, non ci aiuta il riferimento ai princìpi della teoria del restauro, che vacillano tutti quando solo si analizzi la variegata successione delle fotografie che, grazie al prezioso archivio di Mauro e Carlo Galeotti, documentano l’aspetto di quell’edificio e delle scritte sulla sua facciata nel corso dell’epoca fascista: da nessuna iscrizione a “Opera Balilla” a “Gioventù Italiana del Littorio”. Forse può aiutarci invece quella forma di sapere e quel modo di vivere (la filosofia) che Mariano Buratti insegnava, con una coerenza che gli costò la vita, nel liceo che adesso, da ben oltre cinquant’anni, porta il suo nome.
Scrive Nietzsche in “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” che il pericolo più grave che corre chi pratica la storia nella sua forma ”antiquaria”, con spirito, nobile e meritevole, di devozione e custodia della propria identità particolare, è quello di perdersi nella “polvere di quisquilie bibliografiche” o filologiche, dimenticando il respiro più ampio della vita e la storicità reale. Il che non è raro che accada nelle organizzazioni burocratiche in genere, sempre a rischio di chiusure, vischiosità e pulsioni autoconservative ed è stato spesso un limite della nostra tradizione di tutela e valorizzazione dei beni culturali.
Non posso pensare che chi ha progettato il restauro del Liceo “Mariano Buratti” o la stessa soprintendente non sapessero di quell’intitolazione e di chi fosse quella limpida figura di finanziere, insegnante e partigiano, ma certo devono aver fortemente sottovalutato il significato che questi nuovi fatti storici (il suo sacrificio e il successivo omaggio tributatogli dalla democrazia repubblicana) avevano apportato alla vita culturale e urbanistica di quell’edificio e al modo di fruirne da parte della cittadinanza di Viterbo.
Se si fosse riflettuto in profondità su questa nuova, viva storicità non sarebbe venuto in mente a nessuno, che fosse in buonafede, di progettare quello che non può apparire come uno sfregio. In tutte le tonalità, da quella rossa, quasi autocompiaciuta del proprio azzardo, a quella grigia o variamente “detonalizzata” che si vorrebbe proporre come un impossibile compromesso.
Uno sfregio che, senza dissipare la memoria come lo studio e le tecniche del restauro consentono, va semplicemente rimosso, nel rispetto della coscienza civile, della storia e del suo legame con la vita di una comunità, che chi è chiamato a responsabilità pubbliche deve saper interpretare.
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