Il 4 luglio 1957 Dante Giacosa presentò un’auto giudicata troppo piccola. Era lunga 2,97 metri, era la Nuova 500

Dante Giacosa e la Nuova 500
Sessantanove anni fa. Il 4 luglio 1957, a Torino, Dante Giacosa si trovò accanto a un’auto lunga meno di tre metri e dovette aspettare che gli italiani capissero che cosa avevano davanti.
Non era una macchina nata per fare scena. Era corta, stretta, quasi ostinata. Misurava poco meno di 2,97 metri, aveva il motore dietro, due cilindri raffreddati ad aria, pochi cavalli e pochissimo spazio. Una cosa da guardare due volte prima di decidere se ridere o fare i conti. E molti, all’inizio, fecero i conti male.
La Fiat Nuova 500 venne presentata quel giorno a Torino, con una parata partita da Mirafiori verso il centro. Sulla carta era l’automobile per chi non poteva permettersi un’automobile. Nella realtà, il primo modello era così essenziale che sembrò quasi severo: due posti veri, finiture ridotte al minimo, prestazioni modeste, prezzo non abbastanza basso da cancellare i dubbi.
Insomma, non partì come una leggenda.
Giacosa, però, ragionava da ingegnere, non da pubblicitario. Aveva già firmato la Topolino, aveva lavorato alla 600, conosceva bene quella domanda italiana che stava crescendo tra case senza garage, stipendi tirati, famiglie numerose e strade ancora piene di biciclette e Lambrette. Serviva un’auto piccola sul serio. Piccola nei consumi, nel prezzo, nel parcheggio, nelle riparazioni.
Piccola anche nell’orgoglio.
Perché salire su una 500 nel 1957 voleva dire accettare un compromesso visibile a tutti. Non era la berlina del commendatore. Non era la macchina del viaggio comodo. Era una scatola intelligente, con il tetto in tela, le ruote minuscole, il rumore secco del bicilindrico dietro la schiena. Entravi, chiudevi la porta, e ti portavi addosso tutta la misura del dopoguerra italiano.
Eppure dentro quella misura c’era un’idea precisa: dare quattro ruote a chi fino al giorno prima ne aveva due.
Va detta una cosa, perché la memoria spesso semplifica troppo. La 500 non mise da sola l’Italia su strada. Prima c’era stata la Fiat 600, più abitabile, più adatta alle famiglie, fondamentale per la motorizzazione di massa. La 500 arrivò dopo, più estrema, più povera, più urbana. Fu la sorella minore che sembrava quasi un passo indietro.
Poi fece il suo lavoro.
Lo fece lentamente, entrando nei cortili, davanti alle officine, nelle fotografie delle gite al mare, nei paesi dove una macchina nuova attirava ancora i vicini alla finestra. Lo fece con donne e uomini che prendevano la patente, con giovani coppie che stipavano valigie dove non ci stavano, con padri che misuravano ogni litro di benzina e ogni rata.
Ma nel 1957 questo finale non si vedeva ancora.
Si vedeva un ingegnere nato a Roma nel 1905, cresciuto professionalmente dentro la Fiat, che aveva passato anni a togliere invece che aggiungere. Togliere centimetri, peso, metallo, consumo. Togliere il superfluo fino al punto in cui l’auto rischiava di sembrare troppo poco. Questa è la parte che mi piace di Giacosa: non vendette un sogno gonfiato. Portò un problema sul tavolo e lo risolse in lamiera.
Una lamiera minuscola.
 Meno di tre metri. Meno di tante stanze di casa. Meno di molte promesse industriali dell’Italia che correva.Poi quella piccolezza diventò una forza.
La Nuova 500 non cancellò la fatica di quegli anni e non regalò benessere per miracolo. Diede però una forma concreta a un passaggio: dalla bicicletta alla chiave nel quadro, dalla domenica vicina alla domenica un po’ più lontana, dal “non possiamo” al “proviamo”. Con tutti i limiti del caso. Con il motore che urlava. Con i bagagli sulle ginocchia.

Il 4 luglio 1957, a Torino, Dante Giacosa presentò un’auto che molti giudicarono troppo piccola. Era lunga 2,97 metri.Design is fine. History is mine. — Dante Giacosa, Fiat 500 Topolino, 1957.

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