Gioco a perdere 8 puntata

Rossella Cravero

Laura non è disposta a perdonare, o almeno è quello che crede. Silvia si sente in trappola, ma c’è ancora quel massaggio non letto di Luca che la fa sperare. Potrebbe essere tutto un gioco, se la posta non fosse così alta….Buona lettura con l’ultima puntata, di #giocoaperdere scritto da Rossella Cravero, Italo Della Reda, Lucia Noschese e Carolina Peciola.

«Mi ha detto che sarebbe disposto ad anticiparti una bella cifra».
«Allora non hai capito. Ho detto no, ed è no».
«Ma dai. Tutte queste storie per una serata. Non pensi al dopo…».

Silvia si sfila dalle dita indagatrici di Carlo. Un brivido di disgusto le corre lungo la schiena. Non riesce nemmeno a capire come sia riuscita fino ad oggi a sfiorare il suo corpo. Guarda la macchia di umidità sulla parete, questa lurida stanza sopra la macelleria ha un odore che ogni volta le resta nelle narici fino a quando va a dormire.

«Lasciami stare. È finita. Troverò il modo di ridarti quei dannati soldi, ma non certo uscendo con quel tipo dell’altra sera».

«Ne sei proprio sicura? La tua amichetta mi sembra che non ne voglia più sapere di prestarti altri soldi…».

«Ma di chi parli?»

Silvia indietreggia, di colpo capisce e le compare davanti agli occhi la scena.

«Bastardo! Hai parlato con Laura. Come ti sei permesso», gli urla contro lanciandosi su di lui come una furia. Carlo la schiva girandosi sul fianco.

«Sei un verme»

«Ehi, vacci piano». Si gira di scatto afferrandola per un polso. «Guarda che è lei che è venuta da me».

«Lasciami, mi stai facendo male».
«Ohi bella, falla finita. Tu quei soldi me li devi ridare e subito. Altrimenti…».

«Altrimenti cosa?». Uno sputo parte dalla bocca di Silvia. Il suo sguardo incrocia quello di Carlo ed è come se un fulmine li attraversasse entrambi.

«Sparisci, lurida…»

Carlo non finisce la frase. Silvia sbatte la porta. I gradini delle scale le sembrano fossi da saltare, intravede la luce dalla vetrata in fondo all’androne. Aria, pensa tra sé, devo respirare. Sul marciapiede si ferma con le mani appoggiate sulle cosce, le gambe piegate e la testa reclinata sul petto. I capelli le coprono il viso. Aspetta che il battito le torni regolare. Riprende il cammino verso la macchina. Infila le mani in tasca in cerca del cellulare: un messaggio. Legge il nome di Luca. Ha un sussulto, ma d’istinto chiude la schermata. Non ce la faccio adesso. Non posso affrontare anche lui. E per un attimo si lascia andare chiudendo gli occhi per ricordare la sua bocca che le sfiora le labbra.

Devo assolutamente chiamare Laura. Silvia se lo ripete ad alta voce, come se in questo modo fosse costretta a farlo. Rigira il telefonino tra le mani

«Pronto, pronto. Sei al lavoro?».

Il segnale della linea interrotta la colpisce come uno schiaffo. È arrivata alla macchina. Entra nell’abitacolo e ricompone il numero. Utente non raggiungibile.

«’fanculo…».

La luce nella scuderia è ancora accesa. Gli stivali scricchiolano sul brecciolino. Poggia il peso sulle punte, quasi che se arrivasse senza farsi sentire potrebbe diventare una sorpresa gradita. Mahdi si gira, lei gli fa segno con il dito sulle labbra di stare zitto. Sa dove trovarla. Il box di Zeus è aperto. Il manico del forcone si solleva e si abbassa con un movimento regolare, dal basso verso l’alto.

«Potresti anche rispondere».

Laura fa un passo indietro. Lascia cadere il fieno.

«Cosa vuoi? Vai via da qui». La voce le esce fioca. Ha una luce negli occhi che Silvia non le riconosce.

«Non voglio altre scenate in questo posto». Laura scandisce le parole come se in quel modo potessero arrivare più minacciose. Allarga le gambe e si mette dritta davanti a Silvia. Le va sotto, quasi volesse iniziare un combattimento.

«Sono stata chiara? Da qui devi andartene, hai finito di prendermi per i fondelli. Tu non mi freghi più. E i soldi fatteli dare da qualcun altro. Tanto è solo per questo che sei venuta».

Silvia indietreggia, le gambe si fanno molli. Le esce un fiato balbettando, i denti le sbattono sulla lingua. Sente il sapore del sangue in bocca. Istintivamente porta il dorso della mano sul labbro. Si gira e se ne va correndo.

Quando varca il cancello di Villa Melia, si pulisce il naso sulla manica del giubbotto. Le lacrime l’hanno accompagnata dal maneggio al lavoro. Si è giocata i soldi, ha perso un’amica. Anzi, molto più di un’amica. Perché anche se lei non potrà mai ricambiare i suoi sentimenti, sa che Laura è il suo porto sicuro. Un materasso morbido su cui atterrare ad ogni caduta. Ma questa volta è andata oltre. Il display del telefonino si illumina.

«Laura…» non le escono altre parole. Dopo un secondo di silenzio che le sembra dilatarsi all’infinito Laura le vomita addosso altre accuse, poi le lascia intravedere uno spiraglio.

«Una soluzione c’è. Domani alle 16 Alberto è al suo studio. Giuro che è l’ultima possibilità che ti do».

«Non te ne pentirai, tesoro». Risponde tutto d’un fiato. Laura sente una fitta, quel tesoro le riecheggia nelle orecchie.

Alberto è lo psicologo della Asl, Silvia lo ha visto un paio di volte al maneggio. Un bel tipo, un sorriso aperto e una stretta di mano di quelle che danno sicurezza. Ha capito la strada che vorrebbe farle intraprendere l’amica. Ma è una follia. Ha giocato quei numeri solo perché glieli aveva mandati in sogno la nonna. E poi la volta prima, era solo per riuscire a comprare quel piumino che le piaceva. E se aveva perso e doveva rimettersi in pari con le bollette e con l’affitto non era mica colpa sua. Lo psicologo, che follia. I pensieri corrono veloci. Per la prima volta, dopo tanto tempo, ha la sensazione di riuscire a respirare più in profondità.

«Che fai adesso, non rispondi nemmeno più ai messaggi?». Luca le apre lo sportello della macchina. Silvia sussulta.

«Addirittura ti spavento?»

«Ma che dici – Silvia cerca di riprendersi – ero sovrappensiero»

«Chissà dove avevi la testa, sempre tra i tuoi numeri… ?».

«Spiritoso». Il sorriso di Luca la attrae come una calamita, gli si avvicina ancora di più, gli mette a posto il colletto della camicia sotto il maglione e gli fa scorrere la mano sul petto. Ma è questione di un attimo, Luca cambia espressione e di nuovo tira fuori quella sua voce tagliente.

«Che fai, sei impazzita? Ci vedono».

«E cosa abbiamo da nascondere?». Silvia si blocca, un vortice nella testa sembra farle tremare quello che ha intorno.

«Niente, ed è bene che resti niente. Finché si gioca, va bene. Ma niente di più».

Silvia non ha la forza di reagire, si gira per prendere la borsa rimasta in macchina mentre sente i passi di lui sempre più lontani. Si affloscia sul sedile, le gambe fuori dall’auto, si tiene allo sportello aperto per avere un sostegno. Ripensa al messaggio che non ha letto. Scorre lo sguardo sui numeri digitati da Luca. È la sua cinquina, la speranza di una nuova giocata, quella per cui ha quasi tramortito Alda. «Perché con un messaggio mi salvi e quando siamo di fronte mi inchiodi nell’angolo del disprezzo? Cosa vuoi da me? Chi sei veramente?», si trova a urlare nel silenzio del parcheggio. L’eco della sua voce, sembra coglierla di sorpresa, si gira per accertarsi che non ci sia nessuno. Oggi non posso lavorare in queste condizioni. Accende il motore, innesta la retromarcia e si avvia verso casa.

15.55: sono anche in anticipo. Silvia guarda il portone imponente. Si avvicina all’elenco dei nomi stampati sul citofono per trovare il campanello. Sente qualcuno avvicinarsi alle sue spalle. «Laura, da dove spunti?».

«Volevo controllare che non mi mentissi ancora».

Silvia allunga un braccio sulla sua spalla: «Te l’ho promesso, ti puoi fidare». Laura posa il dito con forza sul campanello del citofono. Il portone si apre. Laura lo spinge per far passare Silvia.

«Mi raccomando, allora”. E dopo averle fatto scorrere due dita sulla guancia se le porta alle labbra, mentre con l’altra mano tiene il battente aperto fino a quando la vede salire per le scale.

«… e poi mia nonna ha iniziato a dirmi tutti quei numeri, uno in fila all’altro. Io giocavo sempre con lei, lo sa? L’accompagnavo. E quando c’era l’estrazione del Lotto, ero io ad annotare quelli che uscivano, li segnavo su un foglietto, poi andavo da lei e guardavamo insieme se aveva vinto. E se la fortuna era stata dalla nostra parte era una festa. Che bello che era. Un gioco innocente, non trova? Non ho mai fatto del male a nessuno. Non ho mica rubato, io. Volevo solo avere qualche occasione in più. In fondo ho sempre lavorato. Ma che ci fai con quello stipendio misero da infermiera? E poi se giochi una volta, lo rifai. Lei lo sa come funziona, non è vero? Perché magari vinci e ti senti così bene quando puoi andare a cena fuori in un bel ristorante, ti puoi comprare le scarpe che hai sempre sognato, e anche andare dal parrucchiere senza contare quanto ti resta per arrivare a fine mese… Ho pensato di farla finita. Di buttare giù un intero tubetto di pillole. Ma poi ce l’ho fatta. Comunque è sempre mia nonna che mi aiuta. È sempre lei la mia salvezza…»

«Signori’, me li dice sti nummeri o dovemo sta qui a sentì la storia de la vita sua, guardi che ce sta la fila dietro…»

«Ventisei… tredici… cinquantaquattro… tre… otto…. Ecco: 100 euro su Roma», sussurra Silvia mentre dalla borsa tira fuori le ultime banconote appallottolate.

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