Gianluca Chiovelli, ritornare a Sant’Angelo per ritrovare ciò che eravamo

Donatella Agostini

Nel luminoso mattino di gennaio, la nebbia ricopre soffice la vallata teverina, e attutisce suoni e movimenti. Le cime delle colline alberate emergono come isolotti scuri. Se i personaggi delle fiabe esistono da qualche parte, oltre che nei ricordi più cari della nostra infanzia, di certo allora abitano in luoghi come questo. Siamo a Sant’Angelo di Roccalvecce, frazione del comune di Viterbo, da cui dista una quindicina di chilometri. Una manciata di antiche casette scoscese nella vallata, raggruppate intorno alla loro chiesa. C’era una volta un paese vivo e fiorente: oggi solo duecento abitanti vivono ancora tra queste vie, mentre i giovani se ne sono andati a vivere e a lavorare in città. Molte le case vuote, tanti i negozi chiusi. Una crisi demografica, economica e culturale: lo stesso malinconico destino di tanti piccoli borghi italiani, che vanno lentamente morendo tra la rassegnazione e l’abbandono. Eppure, tra antichi sentieri ombrosi e ruderi etruschi, qui intorno si cela la sapienza millenaria di secoli di storia, arti e tradizioni, che rischiano di perdersi per sempre. “Vedete quella fontana? In passato la gente del paese vi si radunava intorno per incontrarsi e prendere l’acqua. Il tempo e l’incuria l’avevano resa un mucchio di peperino in rovina, fin quando non l’abbiamo riportata all’antica fierezza”. A parlare è Gianluca Chiovelli, professionista romano con genitori originari di Sant’Angelo, che ci sta accompagnando a visitare il borgo. “Molti piccoli centri della provincia viterbese stanno andando incontro al declino, soprattutto quelli più decentrati rispetto al capoluogo, che assorbe la maggior parte delle risorse. Il degrado e il disinteresse fanno il resto”, afferma Gianluca con rammarico. “Chi vive qui, o ci ha vissuto, o ha avuto persone care che hanno abitato a Sant’Angelo, ha il dovere civile e morale di impegnarsi per far sì che il territorio non muoia. Bisogna ritrovare ciò che eravamo”. Chiovelli è fondatore e presidente dell’Associazione Culturale Arte e Spettacolo, il cui intento è restituire la giusta dignità a questo territorio, proteggere e rilanciare i suoi tesori paesaggistici, storici e artistici, e promuovere le sue tradizioni culturali. Molto sognatori, molto temerari ma con i piedi molto ancorati alla terra, Gianluca e i suoi associati, una decina di persone in tutto, hanno trovato l’input giusto nei libri di fiabe, e in un illustre precedente del territorio. “Ci siamo fatti ispirare dal parco dei mostri di Bomarzo, in cui le sculture compongono un itinerario artistico ed esoterico, capace di attrarre migliaia di visitatori. Ne è nato un progetto per trasformare Sant’Angelo in una sorta di Bomarzo dei giorni nostri, un museo a cielo aperto dell’arte popolare, aperto a tutti”.  Il progetto immaginato da Chiovelli e dall’ACAS, che già ha mosso i primi passi, prevede infatti il posizionamento lungo le vie del borgo di ventiquattro tra bassorilievi e sculture, installazioni artistiche, mosaici e grandi murales colorati. Il tema unificante è la favola, il mito, la leggenda, che si sposano così bene con il contesto paesaggistico di Sant’Angelo. Personaggi cari all’immaginario di bambini e di adulti come Pinocchio, Hansel e Gretel, Peter Pan, ma anche appartenenti all’universo letterario come Dracula di Bram Stoker, Frankenstein di Mary Shelley, Macbeth di William Shakespeare. Omaggi al cinema moderno, con Brancaleone di Mario Monicelli, che fu girato anche nella Tuscia. Riferimenti ai miti classici, con Teseo e il Minotauro, senza dimenticare le tradizioni locali, come il ciclo di leggende su San Michele Arcangelo. “Non pensiamo ad un affastellamento scombinato di opere bizzarre e slegate fra loro, ma ad un progetto organico, che verrà realizzato da artisti e artigiani della pietra basaltina e del peperino, da maestri del colore, del legno, del metallo. Antichi mestieri e tradizioni locali potranno tornare alla luce. Ogni artista avrà la libertà di scegliere ed interpretare la singola fiaba o mito, a patto che nella sua opera richiami le radici culturali del nostro territorio: influenze etrusche, santi cristiani, usanze agricole e artigianali. I murales, le sculture, le installazioni, si fonderanno armoniosamente con il paesaggio urbano e naturalistico, rispettando le architetture e i materiali preesistenti”, continua Chiovelli. Non sono previste quindi nuove costruzioni, ma abbellimenti, ristrutturazioni di ciò che già esiste. La riqualificazione partirà dall’entrata del paese, in località Monte Secco, che è già di per sé un nome fiabesco. Qui il visitatore troverà uno spazio che lo introdurrà al mondo sottostante: una fontana centrale caratteristica, sculture, siepi e panchine. Attraverso apposite mappe, potrà poi recarsi alla visita del “mondo altro”, scoprendo via via le opere d’arte e percorrendo un vero e proprio itinerario culturale, turistico e spirituale, che di notte, attraverso un’illuminazione particolare, sarà ancora più incantevole. Il bacino di utenza di una simile iniziativa è potenzialmente vastissimo: chi non conosce i personaggi delle fiabe e gli archetipi comuni ad ogni civiltà? “A livello visivo il coinvolgimento sarà trasversale, al di là delle nazionalità e delle differenti culture”, conclude Gianluca Chiovelli. “La potenzialità di questo progetto per l’arricchimento dell’economia di base, oggi morente, è di portata incalcolabile. Pensiamo all’indotto economico, alla possibilità di aprire bar e strutture ricettive, al rilancio delle botteghe, dell’apprendistato. Alla possibilità di riscoprire i dintorni, i camminamenti, di creare una rete turistica con le associazioni confinanti. Pensiamo a quanto sarà bello e importante che le persone tornino a vivere a Sant’Angelo e si riapproprino delle loro radici”.  Scrisse Lewis Carroll, “Alice cominciava sul serio a credere che non ci fossero cose impossibili”. E forse non a caso, sulla facciata di una casa di Sant’Angelo già campeggia il volto di Alice, con gli occhioni azzurri spalancati, impazienti di vedere altre meraviglie colorare il borgo. Perché non è impossibile che Sant’Angelo ritorni all’antico splendore.

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