Gianluca Braconcini: Quanno le donne annàvono al lavatoro

di Gianluca Braconcini*

Un tempo, quando l’acqua potabile non era disponibile nelle case, gli abitanti delle città e dei paesi utilizzavano i lavatoi pubblici. Qui le donne si recavano per fare il bucato e quello della lavandaia fino alla metà del secolo scorso, era un mestiere vero e proprio, appannaggio esclusivo delle donne, che svolgevano questa attività anche a domicilio e per poter esercitare bisognava fare domanda al Podestà. Ogni lavandaia aveva un permesso che le veniva rilasciato per poter lavorare solo in quel determinato lavatoio; nella richiesta bisognava specificare inoltre il tipo di sapone e di liscivia usata, il modello di contenitore utilizzato per mettere la biancheria ed il luogo dove stendere i panni. L’abbigliamento della lavandaia aveva due segni distintivi ben precisi: il fazzoletto a doppia punta legato sulla testa ed una lunga gonna con l’orlo rialzato ed infilato nella cintura in modo tale che non si inzuppasse. Il lavatoio era un punto d’incontro e di aggregazione tipicamente femminile. Le fatiche delle lavandaie e delle massaie erano in parte alleviate dal fatto che in questo luogo c’era sempre un clima frizzante: il rumore dell’acqua scrosciante ed il battito continuo dei panni sulla pietra, il tutto unito alla pipinàra delle donne e delle comari che si fermavano per passare il tempo e per spettegolare su tutto: nascite, morti, tradimenti, racconti di vita quotidiana: “Commà l’éte saputo chi ji’adè successo ma la moje de Raganetto?”; “Angilì, ma la fija de Zaghino ha sgravàto più?”. Insomma, questo era il gossip dell’epoca. Al lavatoio le donne inoltre si scambiavano ricette, consigli, venivano tramandate storie e racconti di vita; si partecipava alle gioie e alle disgrazie delle altre e si condividevano le proprie, si rideva, scherzava, si cantavano canzoni amorose, stornelli satirici e piccanti: “Fior de mentuccia, l’òmo mio cu lo scoppietto adè ito a caccia e Diniguàrde le botte so’ state tutte mosce, m’areporta solo l’ucelletto tra le cosce”. Il lavatoio era frequentato tutto il giorno e si animava già di buon mattino, quando le donne molto presto col loro carico di panni, annàvono a buco, ossia cercavano di arrivare il prima possibile per posizionarsi accanto al cannello, il buco, per non ricevere l’acqua sporca delle lavannàre vicine. Per il lavaggio ed il candeggio veniva utilizzato il sapone a pezzi e la liscivia, lessìa o lescìa che era un detersivo naturale formato da una soluzione di acqua bollente e cenere. I panni venivano sfregati, strizzati, spazzolati e battuti ripetutamente sul piano obliquo del lavatoio fatto di pietra liscia e, nei vari risciacqui potevano essere aggiunti steli triturati di rosmarino o lavanda per dare profumo alla biancheria. Nei lavatoi era frequente assistere a liti piuttosto animate, anche per futili motivi, le donne se pijàvono a capelli tra loro e, oltre a volare parole pesanti, molto spesso volava qualche lenzuolo bagnato sulla faccia di qualche sventurata ed a volte il cencio mollo sul muso, poteva prenderselo un’incolpevole guardia che era accorsa di gran fretta per calmare i bollori. Oggi i lavatoi rappresentano un utile documento sulla vita quotidiana del passato dove intorno ad essi si concentravano ‘na vòrta le attività delle donne ed i giochi dei bambini; l’incombenza quotidiana de la bucata, diventava quindi un prezioso momento di socializzazione.

*cultore del dialetto viterbese, conoscitore della cultura popolare

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