Estate, tempo di valigie. Io ci metto la saponetta

di Chiara Mezzetti

In valigia metto sempre una saponetta. Anche quando ho solo il bagaglio a mano. 125 grammi di muschio fresco. Non è certo una scelta economica in termini di spazio, né pratica. Infatti la saponetta non la uso mai, o meglio non per lavarmi. La metto lì, protetta tra i cambi di mutande e l’accappatoio in microfibra. Profuma i vestiti, tiene tutto fresco, ogni cosa sa di casa. E niente si infeltrisce o soffoca sotto il coperchio. Lo faccio perché tutte le cose che ti porti dietro viaggiano con te, respirano l’aria di nuovi posti, si macchiano di salse sconosciute. Sono dei compagni di viaggio che indelebili si segnano di ignoto, se ne logorano e arricchiscono. E come te hanno bisogno di sentirsi coccolati, rassicurati dal già noto.

Fare la valigia è catarsi, vestizione del guerriero. Un atto d’amore verso ciò che fino a quel momento sei stato, ciò che ti è appartenuto, e che tornerà con te mutato ed esperto. Scelgo sempre qualcosa che ho già usato, un capo che ha già viaggiato, spesso sdrucito sui polsini o al livello del cavallo. E poi aggiungo un oggetto nuovo, magari ancora con il cartellino attaccato. Un pullover rigido, fresco di negozio. Mi piace l’idea che si ammorbidisca e abbracci il mio corpo, plasmato dai venti gelidi di Budapest, elettrizzato dalle luci stroboscopiche di Amsterdam, scaldato dal sole cocente di Barcellona. Mi piace che si pieghi lungo le linee delle spalle, arricciandosi al livello delle bretelle dello zaino. Mi piace insomma che inizi la sua vita già in viaggio, così da non subire una metamorfosi ma un’iniziazione.

Al ritorno a casa decido di indossarlo una mattina qualunque, un martedì o un giovedì, non fa differenza. Per farmi tenere per mano mentre attraverso strade già vissute, ma ormai nuove.

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