Il primo settembre 1957 la giornalista americana, Sheila Edna Blackett, inizia la sua collaborazione al Messaggero con un lungo articolo dal titolo un po’ sbarazzino “Un’americana a Viterbo”, che riprende il famoso film di Alberto Sordi, uscito tre anni prima. Il pezzo è un affresco su tre, anzi quattro, personaggi tra i più noti ed influenti della città: il vescovo della diocesi monsignor Adelchi Albanesi, il prefetto Francesco Joannin, l’onorevole dc Attilio Jozzelli e il presidente della Provincia Ferdinando Micara. Vengono disegnati con tratti incisivi, sicuramente vivaci e innovativi rispetto al giornalismo del tempo. A parte il realismo del quadro, l’articolo è interessante perché riflette la visione politica più generale del tempo, evidentemente influenzata dalla guerra fredda tra Occidente e Unione Sovietica.(L.C.)
La signorina Sheila Edna Blackett, che segue gli avvenimenti europei come “columnist” (commentatrice) del “New England Inquirer”, del “Middle East Star” e di altri giornali americani, ha cortesemente acconsentito a collaborare con “lettere” periodiche al “Messaggero di Viterbo”. La signorina Blackett parla correntemente l’italiano, ma preferisce inviare i suoi servizi in inglese e pertanto la traduzione avviene a cura della nostra redazione.
“A Viterbo i quadrumviri sono tre” di Sheila Edna Blackett
Le persone che hanno maggior influenza e potere a Viterbo – mi fu detto qualche tempo fa, quando ebbi occasione di soggiornare per la prima volta in questa deliziosa città – sono l’arcivescovo S. E. Albanesi, il prefetto dott. Joannin e il segretario della DC on. Jozzelli. Non ho ancora la fortuna di conoscerli personalmente, ma ho inteso parlare di loro da molti cittadini, di varia opinione politica e condizione sociale. S. E. Albanesi dai mei colleghi degli Stati Uniti sarebbe probabilmente chiamato “La bontà”; infatti la sua figura veneranda spira una dolcezza che sembra d’altri tempi e coloro che lo avvicinano riscontrano in lui un carattere straordinariamente mite e serafico. Io l’ho inteso predicare affettuosamente e quasi ingenuamente davanti ad un pubblico prevalentemente infantile e non ho avuto molta difficoltà a immaginare intorno al suo capo un’aureola. Coi suoi colleghi di Bagnoregio e Nepi (e Sutri; nota del traduttore) mons. Rosa e mons. Gori, S. E. Albanesi rappresenta nella provincia di Viterbo la figura tradizionale del pastore di anime italiano, mentre mons. Boccadoro e mons. Massimiliani mi sembrano più vicini al tipo di prelato modernamente innovatore e mi ricordano il nostro card. Spelmann, arcivescovo cattolico di New York. Il dott. Joannin discende da un’antica e nobile famiglia, ma dalla sua persona emana l’energia degli uomini “venuti dal nulla” degli Stati Uniti (l’originale reca il classico “self made men”, letteralmente “uomini fatti da se stessi”; n.d.t.). Malgrado i duri attacchi dei comunisti, egli controlla ottimamente la situazione della provincia. A mio parere, con la stessa calma ed energia, sarebbe capace di dirigere una grande compagnia petrolifera o ferroviaria degli Stati Uniti. Mi si dice che egli si mantiene più estraneo all’ambiente viterbese di quanto non facessero in generale i suoi predecessori, ma la mia limitata conoscenza della burocrazia italiana non mi consente di giudicare se ciò sia un bene o un male. L’on. Attilio Jozzelli è l’uomo che poco più che venticinquenne nelle ultime elezioni politiche è riuscito a emergere in una regione monopolio elettorale dei “grandi” della Dc. Infatti la sinistra aveva espresso nel dopoguerra gli on. Alberti e Minio (per non parlare dell’avv. Morvidi) e la destra l’on. Perugi, mentre il centro si era limitato a portare voti agli onn. De Gasperi, Andreotti, Campilli, Saragat, Pacciardi, Belloni, Carandini, Bozzi, ecc. L’on Jozzelli ha praticamente creato l’organizzazione Dc nel Viterbese, ha un’eloquenza così travolgente nei comizi, come acuta e pronta nelle assemblee, un profondo intuito politico; lo danneggiano certi atteggiamenti dei giovani “bravi” (in italiano nell’originale; l’autrice ama questo vocabolo “pittoresco”, a cui però non dà un significato dispregiativo) che gli sono stati a fianco nella sua rapida ascesa ed il fatto che non può districarsi dalle cure politiche ed amministrative minute per dedicarsi a opere di maggiore impegno (ad esempio, la preparazione di importanti progetti di legge, come quello, davvero molto interessante, da lui redatto sui monopoli). Accanto a questi “grandi” rappresentanti di poteri non strettamente viterbesi (Chiesa e Stato) oppure di parte (Dc) dovrebbe avere un ruolo di particolare rilievo la persona che ha il consenso nella maggioranza della popolazione cioè il presidente della provincia. Ma il comm. Micara non è l’uomo da rivendicare questa supremazia che pure, per quanto io non abbia bene compreso il meccanismo elettorale, mi sembra indiscutibile perché fondata sul voto della maggioranza dei viterbesi. Forse lo ha tentato il suo predecessore avv. Morvidi, ma con risultati scarsi per motivi di carattere generale (accentramento statale, diffidenza di larghi strati dell’opinione pubblica italiana verso gli enti locali, ecc.) e forse anche politici (la sua appartenenza al Pci). Pure a me sembra che un uomo che ha ottenuto la maggioranza in un consesso rappresentativo in una data regione (cioè 13 voti su 24 sia per l’avv. Morvidi che per il comm. Micara se non ricordiamo male; aggiunta del traduttore su richiesta dell’autrice) dovrebbe essere di diritto il primo dei “grandi” con poteri analoghi a quelli dei governatori degli stati nella Repubblica Stellata. Ma, a parte le esitazioni ed il riserbo del suo carattere, il comm. Micara ha troppe difficoltà per tentare di costruire nel Viterbese un ordinamento vicino al decentramento anglosassone. All’esterno lo accusano di immobilismo, all’interno spetta a lui il difficile compito di essere, come già Lorenzo il Magnifico nella rissosa Italia del Quattrocento, “l’ago della bilancia” della coalizione tra una mezza dozzina di partiti e correnti diverse

*Luciano Costantini, giornalista professionista, ha lavorato in qualità di vice capo servizio presso la redazione centrale de Il Messaggero, occupandosi di sindacato ed economia. Rientrato a Viterbo, firma in qualità di direttore editoriale la testata TusciaUp. La sua grande passione per la storia è raccolta in tre libri: Il giorno che accecai il Duce, Fuori le donne dal palazzo dei Priori, l’ultimo pubblicato“O Dio con Noi o tutti in cenere”, tutti editi da Sette Città. Echi di cronaca del secondo dopoguerra è la rubrica periodica su questa testata, in cui racconta aneddoti e fatti di quel periodo storico riportati proprio dal quotidiano romano in cui ha vissuto il suo cammino professionale.
Documentazione tratta dalla ricerca d’archivio presso la Biblioteca di Viterbo.


























