C’era gente venerdì sera….

Testo di Bruno Pagnanelli

Son tornato presto da Roma, il treno torrido e l’odore di urina nel vagone hanno reso terribile un viaggio che ormai è diventato una parte di me, in quelle due ore al giorno con la musica nelle orecchie, con tutti vicino e mai nessuno intorno.
Poi a casa, un frutto, lo zaino con le macchine fotografiche, l’acqua nella boccia e subito a cercare parcheggio per arrivare presto a teatro.
Paolo Manganiello e Chiara Palumbo son di sicuro già lì, gli ho promesso che sarei andato, per provare a fissare ciò che hanno fatto, a scoprire, ancora una volta, cosa può fare pazienza e passione.
La sveglia delle 4:45 del mattino si fa sentire, specie nelle prime ore del pomeriggio, come adesso, che entro nel buio di una sala dove stanno provando luci.
Lo “stroncone” comunque mi arriva, specie se mangi una pizza riscaldata col prosciutto di due giorni prima, presa in un bar, di quelle dentro la bustina di plastica, con quell’odore di formaggio bruciato sulla piastra che ti rimane addosso, mentre sei lì che brami quella cosa che ti si riscalda. E fra quella carta da forno bruciacchiata e le briciole che cadono accanto alla macchina del caffè immagini a come sarebbe bella adesso una pennica sul divano.
Entro.
Paolo e Chiara sono a litigare (bonariamente) su dieci punti di intensità di luce da piazzare in quella zona del palco, sul fondo, al lato del proscenio.
Finiscono dopo una quarantina di minuti. Io osservo, inizio a capire cose mentre si dicono le chiavi dei cambi, il pezzo che deve entrare, chi arriva a quel punto…
Poi pace.
Inizia invece a salirmi tensione.
Adesso aspettiamo loro, gli attori.
Sono 38 in tutto, fanno parte di una compagnia teatrale un po’ fuori dal comune. Un po’ fuori le righe. Un po’ …
Una compagnia che si chiama “Integramente”, una parola composta, formata da due parole che in questo caso hanno un profondo significato.
Arrivano.
Alcuni li avevo già seguiti in precedenti rappresentazioni, li riconosco, io a loro, non loro a me. C’è una cosa che mi colpisce: si abbracciano tutti, come se non si vedessero da anni, come se dovessero sapere che l’altro c’è, che ci sarà, che sono lì per tutti. Per loro.
Perché quelle mani, quegli occhi, quelle anime, in un giorno qualsiasi sono trasparenti, ci si guarda in mezzo, facendo finta di non vedere o guardando altrove, oggi invece sono lì, proprio per dire “io sono sotto la luce, io sono qui davanti, esisto”.
Ognuno di loro ha una storia, Paolo alcune me le accenna, altre me le descrive nel dettaglio, gettandomi in una turbine di interrogativi che mi fanno vedere dolore e disagio dentro, mentre di fronte ho tutt’altro. Eh si perché davanti invece, ho gioia, sorrisi, abbracci.
Scherzano, si sfottono, si caricano, si cercano.
Partono le prove.
A loro dice che io non esisto e che non devono guardarmi, ma così non è perché Tiziana mi avvisa che uno di loro ha un po’ paura. Lo rassicuro, niente foto, ogni volta che mi guarda mi giro.
Paolo e Chiara sono puntigliosi, non mollano mai un attimo, gli accompagnatori hanno ruoli di rilievo specie per il mantenimento dell’attenzione. Si vede che ci mettono il cuore e la “mente”. Molta più mente che invece, per indole, tenderebbe a scappare. La rappresentazione è un insieme di metafore, di immagini, di silenzio e musica che è fatta per rappresentare un mondo di confine, qualcosa che non si vede e che non vogliamo vedere. Alcuni suoni incutono timore, altri sono olio sulle onde.
Dentro c’è tutto, buio e luce, pace e guerra, dolore e rabbia, fuga e ritorno. Arriva tutto. Sei lì a galleggiare in un limbo in cui l’empatia ti prende, ti abbraccia, ti fa vedere una porta in cui non vuoi entrare e poi ti ci porta dentro. E quando sei dentro e sei intirizzito cazzo, mentre hai freddo e paura, in quello spazio non tuo, dove tutto quello che conosci non segue più regole arrivano quelle parole come uno schiaffo. Un ceffone sonoro. Quattro parole dette ad un microfono, “io voglio essere libero”.
E lì ti perdi, perdi ragione, tempo, misura, metodo. E vedi un ombrello che rotea con le piume colorate su un fondo scuro.
Poi passa tutto.
Un sipario che si chiude, rumori di animali, mani che toccano il sipario, che escono, lo sistemano per poi riaprirlo su… su quegli occhi che brillano, sorridono, raccontano…
“Eh voi! Noi siamo qui!”
Ed è bello, anche solo per un giorno, esser visti da così tanta gente, dopo anni in cui gli sguardi ti attraversano sempre.
In un silenzio meschino.
E oggi, riguardando le foto, quelle foto che ho scattato e che vorrei mettere tutte, proprio per raccontare il botto che mi è arrivato, Ce n’è una in particolare. Una.
Che a riguardarla mi fa ancora commuovere.
Ps: allego alle mie parole le parole di Sara Pizzi che questi attori li conosce bene. Tanto per far capire cosa accade dentro…
Un dito. Tante dita puntate verso di te. Di me.
Avete ragione.
Mi dichiaro colpevole.
Per tutte quelle volte che non vi vedo, che non vi ascolto, che mi muovo come se non ci foste.
Si, sono colpevole. Siamo colpevoli.
Di quei fantasmi che esistono perché noi non li vediamo, ma ieri sera gli unici a non esistere siamo stati noi. Fantasmi, si noi. Noi che ci imbellettiamo e ce lo avete mostrato, facendoci da specchio, nel modo più crudo. E noi ad applaudire. Cosa applaudiamo? Un finale che non c’è, ma che forse qualcuno desiderava.
Ospiti di una grande festa, ospiti, non ospitanti. Bizzarro, no? Di solito siamo noi, ad ospitare loro, quasi come se dovessimo autorizzare l’Altro ad esserci accanto. Noi sciocchi, con paillettes e cotillons.
Ma loro chi? Gli attori. Gli unici davvero in grado di chiuderci fuori. Si, perché ieri ci avete davvero “chiusi fuori”, fuori da noi, dalle nostre certezze, dal nostro egoismo, dalla nostra superiorità, dalla nostra sedia comoda.
Chiusi fuori perché siamo arrivati tutti convinti di vedere Voi ed invece Voi avete guardato noi… e avete anche un po’ riso della nostra convinzione.
Colpevole, anche adesso.
Animali, tutti uguali.
Un percorso.
Uno strumento: il Teatro.
Tutti diversi.
E alla fine?
Animali. Al buio.
Noi con Voi, brutalmente.
Si, sono colpevole e piango. Piango perché al buio, in quella gabbia, come un animale, ci sono io. Solo io.
Chiusi Fuori: performance teatrale della compagnia Integralmente, progetto di Teatro integrato regia di Paolo Manganiello- aiuto regista Chiara Palumbo
Teatro dell’Unione 26 maggio ore 21.00
Photo credit: Bruno Pagnanelli

La narrazione di Bruno Pagnanelli è uno strumento privilegiato è una modalità per proiettarci in un mondo dove l’immagine, la parola del narratore, i personaggi diventano parte di sé. E noi ne abbiamo fatto parte di noi. Non potevamo esimerci.. (… ci avete davvero “chiusi fuori”, fuori da noi, dalle nostre certezze, dal nostro egoismo, dalla nostra superiorità, dalla nostra sedia comoda.)TusciaUp

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