Amarcord il racconto breve di Maria Teresa Muratore

di Maria Teresa Muratore

L’autrice ci delizia con un nuovo racconto. “Ora a vederla così, tutta questa gente, beata- non solo i giovani ma anche i vecchi che pare siano rimasti giovani anche loro se riescono a godere tanto della compagnia degli altri- ti stupisce e ti senti, improvvisamente … un po’ strana”.

La caligine avvolgeva la spiaggia
alle cinque del pomeriggio
e la rendeva irreale
tutta quella gente che non ti aspettavi di trovare
i corpi come scomposti
come sospesi
come tu li vedessi per la prima volta
come fossero abusivi
a popolare così affollati per quell’ora insolita
la spiaggia.
Oppure eri tu che non eri mai venuta prima a quell’ora
e forse avevi un po’ bevuto a pranzo
e perciò ti sembravano un po’ tremuli come immagini.
Il caldo li aveva riportati indietro verso il mare
e la brezza leggera li tratteneva sulla sabbia.
Nel sole forte
come in un amarcord
vivevano.

In effetti tu non eri per restare, eri andata in spiaggia solo per salutare i tuoi figli, così eri come in veste di osservatore e ti pareva che tutte quelle persone, come in un fermo immagine, in realtà assolvessero a un qualche compito segreto che forse consisteva solo nel cercare di passare un pomeriggio piacevole e ci riuscivano, barcamenandosi tra una futile chiacchiera e l’altra girandosi sull’altro fianco quando si sentivano arrostiti tirando la palla a un bambino cambiando posizione o anche sonnecchiando sotto l’ombrellone ma stando svegli, cercando di non perdersi niente di quell’appagamento tanto cercato così a te, che non facevi parte di questa tranquilla direi allegra congrega, sembrava di esserti persa qualcosa, qualcosa di bello che non conoscevi e un po’, li invidiavi. Soprattutto ti sembrava che corresse tra tutti i bagnanti, che si conoscessero o meno, una sorta di complicità.

Tu avevi un rapporto con il mare, un rapporto privilegiato che si era andato affinando negli anni, la spiaggia non esisteva per te, la spiaggia era rimasta ai tempi di quando eri ragazza e la frequentavi come tutti i coetanei, per incontrarsi scoprirsi intendersi conoscersi stupirsi interrogarsi trovarsi piacersi. L’ultima volta che l’avevi vissuta come spiaggia risaliva a quando facevate il capanno e ci si poteva dormire dentro anche alle due del pomeriggio senza sentire il caldo ma solo la brezza del vento che dolcemente, come in una ninna nanna, strusciava le foglie secche delle canne e ne sentivi l’odore; anche questo era un tempo lontano, avevi i figli piccoli, e c’era la spensieratezza (era quel periodo che ancora pensavi la vita fosse un gioco); certe volte quando stavi al lavoro accaldata stanca finita te lo sognavi il capanno sulla spiaggia e pregustavi il piacere che avresti provato a dormirci sotto, col vento che ti accarezzava leggero e anche il bagno poteva aspettare. Poi invece era cominciato l’amore per il mare ed il bisogno di starci in contatto sempre di più, di entrarci in continuazione, poi di restarci a lungo. A questo si era aggiunto il dover sempre dimostrare qualcosa (a te stessa) e allora era iniziata la gara a nuotare sempre più lontano, e di bagni ne facevi tre ma nelle ore in cui il mare te lo godevi di più da sola: presto presto, all’una e la sera. Le persone, da sempre rifuggite, in queste ore ce ne erano poche o niente e tu, indisturbata, incontravi il tuo amato mare. Ora a vederla così, tutta questa gente, beata- non solo i giovani ma anche i vecchi che pare siano rimasti giovani anche loro se riescono a godere tanto della compagnia degli altri- ti stupisce e ti senti, improvvisamente … un po’ strana.

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