Da LES JUIFS, di Roger Peyrefitte. La riflessione di Maria Teresa Muratore

Les Juifs - Roger Peyrefitte

“………Asher demanda au voyageur s’il ètait allé en Israël depuis la guerre.                                                       –   Dès que je peux économiser l’argent du voyage ou que j’obtiens un billet de faveur, répondit-il, je navigue, je vole vers Israël. J’irais à pied, plutot que de pas y aller.                                                                               – Pourquoi donc vivez-vous en Angléterre? Fit l’Algerien.                                                                                                 – Parsce qu’Israël, monsieur, c’est tout endroit où est un juif. Israël est ici ce soir, comme il était dans les camps de concentration. Mais je veux que l’Etat d’Israël reste por moi un objet perpétuel de désir, tel que le Messie. Du jour que j’habiterais en Israël, je ne serais plus un juif mais en Israëlien”.  

Da LES JUIFS, di Roger Peyrefitte.

Roger Peyrefitte
Roger Peyrefitte

“Molti anni fa avevo iniziato a leggere questo interessante libro, in francese, ma per la lingua non ero andata molto avanti, lo confesso.

A pag. 14 mi aveva molto colpito questa frase, tanto che ancora oggi la ricordavo e sono andata a ricercarla.

In un ristorante ebraico, a Parigi, il primo dell’anno1963, entra un viaggiatore ungherese che vive in Inghilterra dal 1946 ed è stato in campo di concentramento a Sobibor. Si instaura una conversazione tra lui ed altri avventori tutti ebrei ma di varia provenienza, un americano, un algerino, ecc.   Il figlio del proprietario del ristorante, a un certo punto, gli chiede se è mai stato in Israele dopo la guerra, e lui risponde che ci andrà non appena avrà i mezzi per farlo, anche a piedi andrebbe pur di andare. Al ché l’algerino gli chiede perché allora viva in Inghilterra e lui dà questa bellissima risposta “Perché Israele, signore, è ovunque dove è un giudeo. Israele è qui questa sera, come lo era nei campi di concentramento” ma poi soggiunge “Ma io voglio che lo Stato di Israele resti per me l’oggetto perpetuo del desiderio, come il Messia.” E poi “Dal giorno che io abiterò in Israele, non sarò più un ebreo ma un israeliano.”

In questa frase c’è tutto il desiderio, enorme, assoluto, di abitare una terra propria dopo anni e anni di peregrinazioni, ma c’è anche, come il liberarsi di una parte di sé, dolorosamente forse, ma caparbiamente, come se l’inizio della vita in Israele fosse come uno swithc, un interruttore che fa dire al personaggio “da qui in poi sono altro”.

Penso che veramente gli israeliani siano altro dagli ebrei.

Perciò vorrei chiedere agli ebrei non israeliani, in rispetto di tutto quello che hanno passato, di non confondersi con quelli e di riuscire a mantenere una imparzialità di giudizio, anche se dolorosa.

Le persecuzioni che hanno subito in passato, benché atroci, non devono farli sentire ancora braccati, odiati, discriminati.

Altrimenti sarà come un aumentare il danno subito e il dolore provato, intendo dire che la shoah di cui sono stati vittime continua nel suo intento di annientare il loro animo e minare la loro dignità, quando glielo permettono, impedendosi di mantenere la lucidità di giudizio.

In altre parole: il 7 ottobre è stato un atto terroristico tremendo, tuttavia ciò non giustifica l’accanimento e il perpetrare dello sterminio del popolo palestinese. Sterminio certamente non voluto da tutti gli ebrei ma dal governo di Israele. Perciò bisogna restare lucidi nel valutare le diverse tragiche situazioni senza pregiudizi”.

Anti sionismo non è antisemitismo.

Liberatevi del loro abbraccio mortale, perché questa nuova lenta ondata di antisemitismo non vi travolga e faccia di voi nuove vittime innocenti. Nessuno si sogna di negare la realtà dell’olocausto e l’assurda atrocità che è stato, nessuno vi manca del rispetto dovuto ma, non confondetevi con quegli altri, con quelli che calpestano il diritto a vivere di altri.

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