Tuscia in pillole. Viterbo al verde

di Vincenzo Ceniti*

Nelle foto,                                                                                                                                              l’ingresso di Prato Giardino  (collezione Galeotti)                                                                                                                                          foto ricordo a Prato Giardino (coniugi Filippo e Angela Petroselli, 1939)

Già dal nome, mirato e gradevole, si ha l’idea di un parco con alberi monumentali, fiori, fontane, sentieri, panchine. Ed è così. Al Pratogiardino di Viterbo, poco fuori porta Fiorentina, assegniamo il doppio asterisco, sia perché è un “unicum” tra le aree urbane d’Italia, e sia per lo scenario di mura castellane anno Mille che lo affianca, su cui s’innesta una delle più eleganti rocche di difesa della città, quella dell’Albornoz.

Nei tempi andati era un vasto campo della Dogana del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, destinato a vari usi e appartenuto a varie famiglie viterbesi. Nei periodi della transumanza accoglieva tra l’altro le greggi di pecore in transito dalla Maremma. La sua utilizzazione tra Cinque-Seicento a luogo di esecuzioni capitali per briganti e assassini, venne rimossa nel primo decennio del XVII sec. con il patibolo trasferito in altri spazi, come la vicina piazza della Rocca. Tra i condannati aleggiano i soprannomi di Berrettone (il suo corpo fu anche bruciato) e Romolone accusato di violenza carnale. Un aneddoto storico caro ai viterbesi è da riferire, in epoche successive, al bandito Cicoria che prima dell’esecuzione avrebbe detto al boia: “Una fregna così non mi era mai capitata”.

Si racconta anche che nel 1865 il campo venne frequentato dalla popolazione fuoriuscita dalle case del centro storico in seguito ad un devastante terremoto.  Dieci anni prima vi fu allestito un improvvisato lazzaretto per un’epidemia di colera che provocò a Viterbo oltre 300 morti. Senza contare i tanti accampamenti militari legati alla presenza di cardinali e dignitari della vicina rocca e di vari palazzi gentilizi.

Da campo a Pratogiardino, il passo è lungo, chiassoso e costoso. Si deve risalire alla metà dell’Ottocento per una prima e razionale utilizzazione a verde dello spazio, quando il comune di Viterbo deliberò uno stanziamento per la messa a dimora di oltre 150 olmi e la stesura di alcuni sentieri. Seguirono il posizionamento di un’artistica cancellata progettata nel 1869 da Virginio Vespignani –  che aveva da poco realizzato il Teatro dell’Unione – e la costruzione del muro di cinta che presso l’ingresso s’atteggia ancora oggi ad originale balcone sulla sottostante  via Cassia da cui in tempi diversi si è goduto del passaggio dei carretti con buoi e mercanzie diretti  a campo Graziano della Quercia per l’annuale fiera di merci e bestiame, delle Mille Miglia, del Giro d’Italia,  dei pellegrini verso Roma e dei forestieri in arrivo a Viterbo per il trasporto della Macchina di Santa Rosa.

L’assetto a verde, con alberi (perfino una sequoia che oggi non c’è più), fontane, vasche (in seguito popolate da pesci rossi, anatre, cigni), aiuole, fiori, cespi di mortella e di bosso, sentieri ed altro, fu opera di alcune ditte fra cui quella del giardiniere Nutini di Firenze. Vennero anche sistemati busti e statue di alcuni protagonisti dell’unità italiana: Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II e, in tempi più recenti, di viterbesi illustri, come il musicista Cesare Dobici.

Pratogiardino divenne subito il polmone verde della città e centro di ritrovo per i viterbesi. Spigolando qua e là veniamo a conoscenza attraverso gli anni di manifestazioni di vario genere: parate militari, celebrazioni politiche – come quella del 1927 per l’istituzione della Provincia di Viterbo – spettacoli musicali, adunate sportive. Ricordo, per averci preso parte, alcune trasmissioni a titolo sperimentale della nascente televisione. Ma anche: mostre canine, concorsi ippici (can la partecipazione del campione olimpionico 1960 Raimondo D’Inzeo), festival dell’Unità, esibizioni di vari big, tra cui Renato Zero, Antonello Venditti, Beppe Grillo, i Pooh, Massimo Ranieri, Franco Califano, Claudio Baglioni, Giorgio Panariello, Patty Bravo, Ornella Vanoni ed altri. Perfino le “giostre” di vari luna park.

D’estate, mentre i signori di Viterbo si trasferivano in ville e casali di campagna, quelli che restavano in città si consolavano con Pratogiardino per il fresco, il verde e il piacere di fare quattro chiacchiere e amicizie: giovani mamme col passeggino, ragazzi a correre in biciclette prese a nolo, anziani a ricordare, criticare e discutere, fidanzatini al riparo di occhi indiscreti tra i cespugli. Molti se ne stavano intorno al carrettino di Pizzecacio per un gelato al limone e alla crema, o alla bancarella del “bruscolinaro” di Vallerano fornita di noccioline, semi, prugne secche e castagne toste. Ad immortalare l’immagine “formato gabinetto”, da spedire alla mamma o all’amorosa da parte dei militari di stanza a Viterbo, provvedeva lui, il fotografo di Pratogiardino attrezzato di tutto punto con una macchina da ripresa sistemata su un traballante treppiedi.

Prato Giardino 3 marzo 1939 copia
I coniugi Filippo e Angela Petroselli, nel 1939, a Prato Giardino

Per i più piccoli c’era il carrettino dei giocattoli segnalato da girelle e palloncini colorati. Uno dei venditori nei primi decenni dl secolo scorso era Armidoro, gobbo, tuttofare, ingenuo, remissivo e porta-fortuna, conteso da molti come una sorta di amuleto “scacciaguai”. Anche due pony che giravano tra i viali alberati con in sella i più giovani. Tutti sorvegliati a vista da scrupolosi custodi, severi ma bonaccioni, che vigilavano, impedivano, segnalavano, innaffiavano, pulivano e suonavano la campanella che annunciava la chiusura. Ne ricordo personalmente uno, alto, monumentale, severo, con baffi e cappello d’ordinanza. Si chiamava Mario, detto “Marione”. Guai a calpestare un’aiuola.

Prima della guerra, d’estate, di domenica e nelle feste comandate si ascoltava la musica nel piazzale centrale, riuniti intorno a un padiglione di stile liberty dove si alternavano gruppi orchestrali e la banda cittadina. In anni recenti, saliva spesso sul podio l’esuberante maestro Otello Benedetti da Vallerano.

Ai tempi di Coppi e Bartali i ragazzi si ritrovavamo a fare il giro d’Italia muniti di tappetti (quelli della gassosa e della birra) personalizzati con le immagini dei vari corridori che facevano scorrere sui sedili di peperino intorno ad enormi fusti di abete. E si giocava anche a dama con tanto di scacchiera tracciata sopra un sedile, utilizzando un sasso biancastro per i riquadri che poi venivano macchiati di verde strofinandoci sopra ciuffi d’ erba.  In quanto alle pedine, no problem: 12 sassolini bianchi e 12 sassolini neri. Affollate e festose le cacce al tesoro organizzate dall’Enal.

 

Nella foto cover, l’ingresso di Prato Giardino (collezione Galeotti)

 

L’autore*  

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

 

 

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