Ci sono legami che non nascono in un giorno, ma si sedimentano lentamente, come strati di terra che custodiscono storie antiche. Ci sono incontri che trasformano un luogo in appartenenza, un paesaggio in radice, una passione in missione.
Raffaele Donno è il nuovo Presidente di Archeotuscia, la realtà che da vent’anni custodisce, studia e valorizza il patrimonio storico e archeologico di Viterbo e del suo territorio. La sua è una storia che intreccia emozione e responsabilità, ricerca e comunità.
Chi scrive ha la fortuna di conoscere Raffaele da tanti anni, anche grazie alla esperienza condivisa nel gruppo musicale Tarantuscia, in cui ci siamo divertiti condividendo la passione per la musica, la taranta e la Tuscia in un filo che unisce radici e melodie.
Dalla scoperta del lago di Bolsena alle necropoli etrusche, dalle vie cave scavate nel tufo fino al ritmo arcaico della taranta, il racconto di Raffaele è un viaggio dentro una terra che non è solo scenario ma una presenza reale, in un territorio che ti accoglie ma che chiede anche molta cura.
Perché amare la Tuscia non significa soltanto abitarla: significa riconoscerne le stratificazioni, sentire che la cultura (come la musica) unisce, custodisce e crea comunità. In questa intervista, tra emozione e visione, scopriamo cosa vuol dire scegliere di mettersi al servizio di una terra così profondamente identitaria.
Raffaele quando ti hanno comunicato la nomina a presidente di Archeotuscia, qual è stato il primo pensiero che hai avuto?
Luciano Proietti, mio predecessore, aveva annunciato da tempo l’intenzione di dimettersi a fine 2025, e io, in qualità di vice, immaginavo che presto avrei dovuto succedergli. Eppure, quando il Consiglio Direttivo, all’unanimità, mi ha formalmente chiesto di diventare presidente, un’intensa emozione mi ha pervaso.Emozione che si è mescolata a un forte senso di responsabilità: in vent’anni dalla sua fondazione (l’8 novembre 2005) Archeotuscia è diventata una realtà conosciuta e apprezzata, non solo a Viterbo e nella Tuscia ma anche oltre. Sentire di poter portare avanti questa eredità è stata un’emozione profonda, accompagnata dalla consapevolezza dell’impegno che mi attende.
Quale visione desideri portare all’associazione nei prossimi anni?
La mia visione per i prossimi anni prevede che le idee e le iniziative saranno molteplici, e cercherò di condividerle con il Consiglio direttivo. Continueremo a organizzare conferenze e convegni su temi archeologici, storici e artistici, senza però trascurare aspetti sociali e culturali più ampi. Allo stesso modo, presenteremo libri e documenti di interesse locale e nazionale, perché credo che una vera associazione culturale debba essere aperta e inclusiva. Continueremo a portare avanti la mission dei Soci fondatori: tutelare, valorizzare e promuovere il ricco patrimonio di Viterbo e della Tuscia e, come già facciamo da anni, non mancheranno gli altri interventi.
Nello specifico, quali sono?
Il contributo come volontari in campagne archeologiche di scavo, offrendo tempo e competenze alle Istituzioni chi ne avranno bisogno. Non mancheranno le escursioni e le visite sul territorio, ma guarderemo anche oltre: Roma, con le sue straordinarie bellezze, è una tappa immancabile, così come le esperienze più lontane, come la visita al Museo Archeologico Nazionale di Firenze che abbiamo fatto lo scorso febbraio. Pechè la cultura non deve avere barriere né confini.
Puoi sintetizzare con una sola parola lo spirito che vuoi dare alla tua presidenza?
Sceglierei formazione, strettamente unita alla tutela del patrimonio culturale. Come ricorda l’articolo 9 della Costituzione italiana, la Repubblica «tutela il paesaggio, il patrimonio storico-artistico, l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazion Per me la formazione culturale è fondamentale: i Soci di Archeotuscia devono acquisire conoscenze e competenze che li rendano orgogliosi di far parte di un’associazione capace di trasmettere strumenti concreti per tutelare e valorizzare il ricco patrimonio della Tuscia.
Come alimenterete tutto questo?
Continueremo a promuovere corsi e percorsi formativi : archeologia, etruscologia, ma anche lingue fondamentali come latino e greco, inglese, e laboratori pratici di fotografia, ceramica e altre arti. L’obiettivo è offrire ai Soci la sensibilità e la preparazione necessarie per vivere la cultura anche come esperienza attiva e concreta.
Un pugliese di Corigliano d’Otranto che vive a Viterbo da tanti anni: qual è stato il momento in cui hai sentito che la Tuscia era un territorio di appartenenza?
C’è stato un momento preciso: è successo cinquant’anni fa, quando ho conosciuto mia moglie e ho contemplato per la prima volta il lago di Bolsena con le sue due meravigliose isole: un lago che mi ha letteralmente stregato.
E come il tutto si è evoluto?
Frequentando la famiglia di mia moglie, ho scoperto che su Monte Bisenzio, già dall’età del Bronzo, era sorto un piccolo insediamento, che poi Etruschi e Romani ampliarono, e così essendo appassionato di storia, mi sono documentato e ho capito di trovarmi al centro di una terra straordinariamente ricca, sia per la civiltà etrusca che per quella romana. Viterbo, con il suo quartiere medievale di San Pellegrino, ha completato questa sensazione: la Tuscia era un luogo da custodire, conoscere e amare profondamente.
Camminare tra le necropoli o lungo una via cava scavata nel tufo quali stati d’animo suscita?
Quando cammino tra le necropoli etrusche, in particolare a Tarquinia e Cerveteri, rimango sempre affascinato da come quei popoli arredassero le tombe: le concepivano come vere e proprie case, con suppellettili, mobili e oggetti personali. Molte tombe sono inoltre decorate con scene della vita quotidiana o momenti significativi del defunto, come banchetti, danze e giochi. È un unicum straordinario che parla direttamente di chi li abitava, secoli fa.
Mentre per le via cave?
Quando percorro le vie cave scavate nel tufo, invece, penso alle migliaia di persone che le hanno attraversate nel corso dei secoli per lavoro, spostamenti o pellegrinaggi e mi piace immaginare che anche qualche mio avo abbia camminato su quei percorsi, proseguendo verso sud, visto che ricerche araldiche indicano che il mio cognome ha origini longobarde.
La taranta e il tarantismo non sono solo studio accademico ma passione viva. In che modo ha formato il tuo modo di vedere la cultura e le comunità?
L’antropologo Ernesto De Martino, nel suo saggio fondamentale La terra del rimorso (1961), dimostrò come il tarantismo fosse un fenomeno culturale autonomo, capace di resistere all’egemonia del cattolicesimo. Secondo la sua interpretazione — poi ripresa e approfondita da altri studiosi — le radici di questo rito affondano nei culti dionisiaci di origine greca, celebrazioni misteriche in onore di Dioniso, fondate su ebbrezza, estasi e una forma di follia liberatoria espressa attraverso musica e danza.
Ma cosa accomuna davvero quei riti antichi al tarantismo del Sud Italia?
In entrambi i casi, la musica e la danza frenetica non rappresentano semplice espressione folklorica, bensì uno strumento di trasformazione simbolica: il “tarantato” — così come l’iniziato ai culti dionisiaci — attraversa una fase di disordine, di rottura dell’equilibrio, per poi ricomporre il proprio caos interiore in un nuovo ordine ritmico.
Nel tarantismo pugliese, in particolare salentino, ma anche in altre aree del Mediterraneo come Sardegna e Spagna, la “cura” avveniva proprio attraverso questo processo rituale. Fondamentale era il ruolo della comunità, che non assisteva passivamente, ma partecipava attivamente al rito, accompagnando musicalmente la persona colpita e sostenendola fino alla ricostruzione dell’equilibrio.
Come è stato molte volte affermato, la musica e la danza sono linguaggi universali che uniscono i popoli…
Il brano musicale unisce e non divide le persone. Associa e ricrea emozioni e il ritmo della tarantella/pizzica, nel tarantismo, fa proprio questo: produce effetti catartici in soggetti labili in quanto ci si lascia trasportare dal ritmo forsennato dei tamburelli i quali fanno sì che, nella persona, si liberino le tensioni, donando carica vitale ed entusiasmo. E nulla è più vero di ciò se pensiamo a ciò che affermò il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: «Coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica»
Cosa speri che le future generazioni percepiscano entrando in contatto con i siti archeologici della Tuscia?
Spero che possano provare la stessa meraviglia che ho provato io, visitando luoghi come le necropoli etrusche di Norchia, di Castel D’Asso e l’antica città romana di Ferento, che Archeotuscia cura e promuove da oltre dieci anni, ho sentito un senso profondo di incanto e stupore. Queste antiche popolazioni ci hanno lasciato un’eredità viva che dobbiamo proteggere affinché anche i giovani possano comprenderne il valore e farsene custodi. È un messaggio che guarda al futuro, in pieno spirito con l’articolo 9 della Costituzione italiana: tutelare e valorizzare il patrimonio culturale per le generazioni che verranno.
Se dovessi unire in un’unica immagine la tua Puglia, la Tuscia e il tuo impegno in Archeotuscia che scena vedremmo?
Una bella foto storica. La foto che lo scorso anno è stata selezionata dal Consiglio direttivo di Archeotuscia, da inserire nella copertina del Calendario 2025.

La foto è stata scattata qualche anno fa presso la ormai famosa “piramide di Bomarzo” e dove ci sono i soci che hanno costituito e fatto grande l’associazione, a iniziare dal primo presidente Rodolfo Neri fino al presidente uscente Luciano Proietti, che insieme a Mario Sanna sono stati i padri fondatori di Archeotuscia.
Nella foto si riconoscono anche alcuni soci meritevoli come Felice Fiorentini, che cura la nostra Rivista “Archeotuscia News” e Salvatore Fosci che fin dalla sua scoperta della “piramide” ne cura ancora oggi lo stato conservativo.
Mentre chiudiamo questa piacevole chiacchierata, rimane la bella sensazione di un viaggio condiviso tra memoria e futuro, tra il ritmo della musica popolare e il silenzio carico di storia delle aree archeologiche della nostra bella Tuscia.
A Raffaele Donno, l’augurio di continuare a rendere la cultura un ponte vivo tra le persone e le generazioni.
* https://www.francescapontani.it
foto cover Raffale Donno di Francesca Pontani

























